Toni Servillo torna al Rasi di Ravenna

Romagna | 30 Novembre 2019 Cultura
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Elena Nencini
Sarà al Teatro Rasi fino a lunedì 2 dicembre (ore 21, domenica ore 15.30) con il suo spettacolo Elvira, Toni Servillo che toccherà proprio a Ravenna quota 200 repliche. L’attore  campano sale sul palco  a raccontare il sentimento che lega il regista e teorico del teatro Louis Jouvet  alla sua allieva Claudia, la passione creativa per il palcoscenico. Il testo racconta come i due attori preparino, tra febbraio e settembre 1940,  un’unica scena del Don Giovanni di Molière: l’addio di Donna Elvira al suo antico amante. L’ideologia nazista, che si sta sempore più diffondendo nel paese, è vista in contrapposizione al teatro, concepito come una forma di resistenza dell’umanità di fronte all’orrore incombente del conflitto mondiale.
Servillo, come è nata la scelta di portare questo testo sul palco?
«Ho scelto di mettere in scena questo testo per tante ragioni, a cominciare da una sorta di debito di riconoscenza che sento verso Louis Jouvet, un vero gigante del teatro europeo. Una guida preziosa che ho tenuto ben presente nell’affrontare repertori diversi, da Molière a Marivaux, da Goldoni allo stesso Eduardo. Il testo nasce da un’esperienza reale, le lezioni sul Don Giovanni di Molière tenute da Louis Jouvet al Conservatoire di Parigi nel 1940, da cui Brigitte Jaques ha tratto sette scene fulminanti che seguono il rapporto creativo tra il maestro/regista e la sua giovane allieva/attrice, attorno al ruolo di donna Elvira. Dopo tanto tempo, mi è parso necessario che arrivasse il momento di un incontro diretto, preceduto da alcune coincidenze. Dalla conoscenza casuale del volume Spettri miei compagni di Charlotte Delbo (la persona che aveva stenografato le lezioni di Jouvet), alle sollecitazioni di Michel Bataillon, un importante uomo di teatro francese, sull’opportunità di mettere in scena Elvira a mia misura. Abbiamo affidato a Giuseppe Montesano la traduzione del testo».
Qual è oggi il valore della figura di Jouvet che lei ha definito «ultimo grande intellettuale del teatro del Novecento»?
«Jouvet ci insegna che quel che viene senza sforzo non è mai bene, che l’esecuzione è disciplina, che l’arte della recitazione è l’arte di stare al mondo. Elvira è il racconto di una passione violenta. L’Arte, che rapisce maestro ed allieva, è vita e il Teatro è un luogo di resistenza all’orrore, alla volgarità, all’insensatezza della Storia. E nel loro caso questo avveniva nonostante l’avvicinarsi dei nazisti scandito dalle date delle lezioni, fra febbraio e settembre 1940. Jouvet e Claudia, che era ebrea e che poco dopo sarebbe stata deportata, scelgono l’unico modo che hanno per opporsi a quell’orrore: immergersi nel sentimento del personaggio di Elvira, approfondirlo».
Oggi che siamo dominati dalla velocità, dalle immagini, dai social, cosa ci dà in più il teatro?
«Ritengo che il teatro sia un’esperienza collettiva nella quale il lavoro del singolo si nutre dell’incontro con altri percorsi, dello scambio continuo. Non conosco la solitudine del processo creativo di chi ha una cosa in mente e poi la ‘organizza’ montandola. Io pratico un processo creativo ‘in atto’. Se il teatro è una comunità, i suoi membri devono poter camminare insieme. Ed insieme procediamo sera per sera, ma sempre partendo da una struttura data, un processo delimitato».
«Ciò che siete è in relazione a ciò che fate» una frase, nel bene e nel male, molto attuale per i nostri tempi.
«Quando Jouvet si rivolge agli allievi e dice: “Avrete imparato qualcosa il giorno in cui avrete avuto questa rivelazione interiore di ciò che siete in relazione a ciò che fate”, questa è vita, non solo mestiere, è un’altissima lezione morale. Nel tentativo di costruire un alfabeto dei sentimenti, tracciano una relazione col proprio mestiere, certamente, ma ancor più definiscono e propongono  una maniera di stare al mondo. Offrendo in tal modo agli spettatori quello che potremmo definire un antidoto ai nostri tempi frettolosi».
Progetti futuri oltre a questa tournée?
«Fra marzo e aprile riproporremo, dapprima  all’Arena del Sole a Bologna in collaborazione con il Teatro Comunale e poi a Milano al Piccolo Teatro Strehler in collaborazione con l’Orchestra Verdi, Eternapoli, un melologo con musiche di Fabio Vacchi su testi di Giuseppe Montesano».

Domenica 1  al Teatro Rasi, ore 17.30 Servillo e la compagnia incontrano il pubblico con il regista Marco Martinelli e il critico teatrale Massimo Marino. Al Cinema Mariani, ci saranno quattro repliche della proiezione del film documentario «Il teatro al lavoro» di Massimiliano Pacifico, su e con Toni Servillo (che domenica 1 incontrerà il pubblico tra le due proiezioni in programma). Domenica 1 (ore 19 e 21.15), lunedì 2 e martedì 3 dicembre, ore 18.30.
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