Report non deve morire

Dove manca il rispetto della verità i mass media sono una spinta verso l’ingiustizia.
Giovanni Paolo II
Guido Tampieri - Era già scritto. Se non è ancora accaduto, accadrà. Sigfrido Ranucci è stato giudicato e condannato nel momento stesso in cui ha cominciato a scoperchiare altarini. Che in alto loco, come si diceva un tempo, vogliono invece tenere coperti. Magagne politiche ed economiche, consumate in danno ai cittadini.
Dove tanto viene fatto per nascondere il potere sei costretto a pensare che il suo esercizio deve per forza essere maligno. Sotto la superficie c’è molto più di quanto venga alla luce. Perché le Istituzioni non sempre ottemperano al dovere di vigilare e perché il giornalismo d’inchiesta è rischioso.
Non tanto per l’incolumità fisica dei giornalisti, anche se la storia d’Italia qua e là lungo la strada qualche vita di uomini coraggiosi l’ha disseminata.
Ma perché, in questo clima politico carognesco, la bestia si difende, denuncia, calunnia, ti fa terra bruciata attorno se solo respiri. Intimidazioni, querele temerarie, per dissuadere, zittire, che tutti alla fine, anche i migliori, teniamo famiglia.
“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”ha scritto Bertolt Brecht. É di giornalisti bravi e onesti che c’è bisogno. Di una società che ne apprezzi l’opera.
E di una politica che non interferisca col loro lavoro, perché in democrazia è parte giudicata e non giudice. Forse non siamo ancora un popolo beato.
Questa professione nobile viene talora asservita a interessi ignobili, con la parola scoop a celare colate di fango dove politica e informazione si rotolano sforzandosi di dare il peggio di sé. Tanto più apprezzabile risulta agli occhi della gente decente la preziosa attività di indagine e denuncia che Report ha svolto fin dalle origini.
Accumulando, a testimoniarne la serietà, querele ma mai condanne.
È un credito civile che gli va riconosciuto, al di là dello stile e di fonti non sempre specchiate cui il giornalismo d’inchiesta deve attingere per arrivare alle verità più nascoste. Ci sono altri, grazie a Dio, e in altri modi che a proprio rischio spingono l’occhio indagatore dove è più scomodo scrutare. Ma se vogliamo storicizzare il giornalismo d’inchiesta in Italia è a Report, nell’ultimo quarto di secolo, che dobbiamo fare riferimento. Ed è Report, come si evince dalle parole fuori luogo del Presidente del Senato, che in un modo o nell’altro si vuol far morire. Colpirne uno per educarne cento.
Polli bio che biologici non sono, carne brasiliana scaduta e riciclata, maiali ingrassati fra i ratti, senza riguardo all’igiene e al benessere animale. Che non è uno sfizio ambientalista ma, se ha ragione Foerbach che noi siamo quello che mangiamo, riguarda direttamente la nostra salute. Forse che questo non è “ordine”?
Forse che non riguarda la “sicurezza”? Cosa fa il Ministro Lollobrigida oltre a strafogarsi di rosticcini? Chi deve provvedere? Chi deve informarci affinché possiamo distinguere il loglio dell’inganno dal grano degli onesti?
Chi accende una luce sulla correttezza dei governanti, sulla affidabilità delle Autority, sulle cliniche del re della sanità privata, che non dicono tutto ma forse spiegano qualcosa dell’aggressione dei suoi quotidiani? Bruno Vespa, Capezzone, Rete 4? Io non so chi sia Sigfrido Ranucci ma so che Report in questi anni è stato al servizio del bene comune. Il suo non è moralismo, è giornalismo. Questa storia grottesca ha lasciato tutti attoniti. Il destinatario delle bombe, voglio pensare, ma poi tutti i commentatori che hanno solidarizzato con lui.
Per un attentato che si è rivelato non essere tale, perché gli attentati li fanno i nemici e non si è mai visto che un amico, per amicizia, ti metta del tritolo sotto casa.
Quella con Lavitola non è la più desiderabile delle amicizie. Qualche precedente, al tempo di Berlusconi, avrebbe dovuto mettere sull’avviso. Non posso dire che questa comunione d’anime non mi abbia sorpreso. Sorprendente che Ranucci ancora non si capaciti che il fattaccio, con le sue deliranti motivazioni, sia potuto accadere.
“Dagli amici mi guardi Dio” è il vecchio adagio. Ogni uomo avveduto lo conosce. Questa è la dimensione personale della vicenda. Ma ce n’è anche una politica. La Segretaria del Pd ha fatto bene a parlarne e a vergognarsi deve essere chi evita di farlo. Ranucci ha fornito i chiodi per inchiodare la sua bara ma Report era già sulla lista di proscrizione prima ancora che l’attuale conduttore ne prendesse il timone. Neanche Milena Gabanelli era gradita al potere. È una questione che riguarda la Rai, il giornalismo d’inchiesta e, da qualche tempo, la libertà stessa di informazione. Che non è morta ma non sta nemmeno troppo bene. Monopolizzata com’è da una destra prevaricatrice. Trump ha tracciato il solco e FdI lo difende. Non ci sono oggi emittenti tv e organi di stampa vicini alla sinistra. La ricerca dei giornalisti non allineati avviene ormai casa per casa. L’ordine regna in Italia. Uno dei poverini che diffondono il Verbo dell’Intoccabile si è preso la briga di contare quante volte é stato pronunciato il nome di Giorgia Meloni nel corso delle trasmissioni di Report. Non risulta che, nel commendevole intento di informarci, si sia cimentato con l’insostenibile pesantezza delle immagini, citazioni, menzioni, comunicati della suddetta con cui la tv di Stato ne celebra quotidianamente le gesta. In un oceano di menzogne che fanno apparire a comando l’Italia il più sicuro e il più minacciato dei Paesi. Se muore anche Report, se a dirigerne la contraffazione andrà uno dei lacchè del potere , a soffrirne sarà l’idea stessa di fare giornalismo d’inchiesta in Italia. E, con essa, la democrazia.