Settesere 30 anni | Il fondatore Claudio Caprara: «L’ostinazione di fare un giornale pareva un azzardo, il valore dell’informazione locale rimarrà»

Romagna | 02 Maggio 2026 Settesere 30 anni
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Claudio Caprara* - Passo ancora, abbastanza spesso, davanti a quella porta di Piazza della Libertà dove stava il primo manipolo di temerari che mise in piedi Sette Sere nel 1996. È una porta come tante, eppure ogni volta mi provoca un fremito: le riunioni improvvisate, le discussioni infinite, l’ostinazione di fare un giornale anche quando sembrava poco più di un azzardo.
La storia, a volte, costruisce traiettorie curiose. Da quando sono nella società editrice del Post, Faenza è diventata per noi una seconda casa. A settembre organizziamo il Talk, un momento per incontrare i lettori e gli abbonati, per fare giornalismo dal vivo, per stare insieme. E in quei momenti mi capita di pensare che quell’esperienza editoriale, che oggi consideriamo solida, ha poco più della metà degli anni di Sette Sere. È un confronto che fa sorridere, ma anche riflettere.
Trent’anni, nella vita, possono sembrare un soffio. Ma nel giornalismo sono un’era geologica. Quando abbiamo iniziato, nel 1996, internet era poco più di una promessa, la videoimpaginazione ci sembrava il punto d’arrivo e nessuno immaginava davvero che, nel giro di pochi anni, avremmo avuto in tasca strumenti capaci di cambiare completamente il nostro modo di informarci. Oggi parole come fotocomposizione suonano lontane.
Eppure, in ciò che ha fatto Sette Sere, non c’è nulla di superato. Fare giornalismo locale non è soltanto produrre un giornale, ma stare dentro una comunità. Le intuizioni, le energie, perfino gli errori di chi ha lavorato in quella redazione appartengono ancora al suo dna. Angelo Emiliani, Angelo Farina, Catia Masi, Alessandro Garramone, il giovanissimo Massimo Isola, e tanti altri: persone che restano un riferimento di dedizione, passione e anche di una certa felicità nel fare questo mestiere, perché ci si sentiva in armonia con il territorio.
In ognuno di noi è rimasto qualcosa di quell’esperienza. Non solo professionalmente, ma umanamente. Un modo di guardare alle notizie, alle persone, ai luoghi. Un modo di intendere il giornalismo come relazione, prima ancora che come prodotto.
Oggi il contesto è cambiato, e cambierà ancora. Non sappiamo se tra dieci anni esisteranno ancora i giornali di carta come li abbiamo conosciuti. Sappiamo però che resterà il bisogno di essere informati, e soprattutto di essere informati bene. La qualità – nella verifica delle fonti, nella ricerca delle notizie, nell’attenzione alla scrittura – non è un dettaglio accessorio: è ciò che tiene in piedi tutto. Anche le tecnologie più avanzate, compresa l’intelligenza artificiale, possono accompagnare questo lavoro, ma non sostituirlo.
E c’è qualcosa che non cambierà: il valore dell’informazione locale. Raccontare un territorio, essergli vicino nei momenti difficili e in quelli felici, dare voce a chi lo abita, costruire occasioni di confronto e di conoscenza. È un lavoro silenzioso, spesso poco visibile, ma fondamentale. Perché è lì che si forma, giorno dopo giorno, l’identità di una comunità.
Per questo Sette Sere non è soltanto un giornale che compie trent’anni. È un pezzo della storia di Faenza, e di chi l’ha attraversata in questi decenni.
Buon compleanno, Sette Sere. E buon vento.
*Fondatore e primo direttore di «sette sere»
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