Razzismo nello sport, gli atleti ravennati: "Meglio l'indifferenza"

Romagna | 30 Novembre 2019 Cronaca
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Silvia Manzani
«Buh», cori razzisti e Mario Balotelli che scaglia rabbiosamente la palla contro la curva del Verona, ndo interrompere la partita contro il «suo» Brescia. L’episodio successo all’inizio del mese allo stadio «Bentegodi» interroga gli sportivi di origine straniera, specie quelli che, per il fatto di avere la pelle più scura degli altri, vengono automaticamente etichettati come diversi. Ma se sport e razzismo non dovrebbero andare a braccetto, almeno sulla carta, c’è chi, tra gli atleti ravennati d’adozione, non è del tutto sicuro che gli atteggiamenti discriminatori da parte delle tifoserie si combattano ricorrendo a reazioni eccessive.
 
«NON CONSIDERIAMOLI»
È il caso di William Jidayi. Padre nigeriano e madre di Salerno, il 35enne difensore del Ravenna Football Club è convinto che di fronte all’ignoranza, l’atteggiamento del singolo giocatore debba essere quello dell’indifferenza: «Personalmente, davanti a cori razzisti, non avrei mai calciato il pallone verso gli spalti. Questo non significa che io condanni il gesto di Balotelli, anzi, ognuno ha il suo carattere e il suo modo di reagire. Dico solo che, fossi stato al suo posto, avrei dato agli imbecilli quel che si meritano: la non considerazione». Allo stesso tempo, Jidayi è certo dell’importanza di parlare sempre di più, soprattutto ai giovani, del tema del razzismo nello sport: «La mia esperienza di vita mi suggerisce che i più piccoli sono quelli sui quali meno attecchiscono gli atteggiamenti discriminatori, è dunque da loro che deve partire ogni intento educativo. Lo dico da figlio di una delle prime coppie miste, che negli anni Ottanta in Italia non erano certo la consuetudine. Lo dico da uno dei primi bambini “di colore” che si sono visti negli asili e nelle scuole di Ravenna, dove sono nato e cresciuto. Lo dico da uno che, fuori dal calcio, non ha mai subito episodi di razzismo». In campo, invece, durante la sua carriera Jidayi qualche «buh» l’ha sentito: «In quei casi ho lasciato perdere. Idem la volta in cui, in tribuna a Verona, dove ero andato a vedere la partita dei miei compagni del Padova, visto che ero infortunato, mi sono sentito dire dai tifosi avversari “negro di m....”. Ero con la mia ragazza, che ha iniziato a tremare. Mi è dispiaciuto più per lei, io sono rimasto superiore: i razzisti vanno isolati».
 
«MEGLIO LASCIAR PERDERE»

Non la pensa diversamente Mouhamadou Fadilou Seck (nella foto), 22 anni, giocatore dell’OraSì Basket Ravenna, arrivato in Italia dal Senegal quando aveva tre anni: «Davanti a certi insulti bisogna di certo trovarsi prima di giudicare le reazioni. A me non è mai capitato e fatico a dire cosa sia più giusto fare. Però credo che, durante le partite, sia meglio lasciar perdere, far finta di nulla e magari lamentarsi dopo, quando le società devono necessariamente prendere provvedimenti. Non dico sia facile lasciarsi scivolare addosso le offese a sfondo razziale, tutt’altro: dev’essere davvero sgradevole essere il bersaglio di tanta aggressività. Ma a volte reagire significa un po’ stare al gioco di quelli che infamano, abbassarsi al loro livello». Nemmeno quando era ragazzino e iniziava a militare nelle giovanili, a Seck è mai capitato nulla di spiacevole: «Non so se il merito va alla mia precoce integrazione, alla fortuna o al fatto che l’ambiente del basket da questo punto di vista è più sano di quello del calcio. In ogni caso, il colore della mia pelle non è, fortunatamente, mai stato un problema».

«HO IMPARATO A STARE CALMO»
Molto distante la storia di David Tunde, 19 anni, liberiano, calciatore del Classe: «Da quando sono arrivato in Italia cinque anni fa, sui campi ne ho sempre sentite di tutti i colori, a volte è capitato di essere offeso anche dagli stessi compagni di squadra, fuori dal campo». Ma fosse stato in Balotelli, Tunde avrebbe continuato a giocare la sua partita: «Ho fatto tesoro dell’esperienza capitatami due anni fa quando giocavo nel Ravenna. Un avversario mi diede del “negro di m...”, insultando anche mia madre. Quella volta non riuscii proprio a trattenermi e gli sferrai un pugno, cosa che provocò la mia espulsione. Da quel giorno, ho deciso che sarei sempre rimasto il più possibile calmo, per non passare dalla parte del torto. Due settimane fa mi è ricapitato, ma il capitano della mia squadra mi ha tranquillizzato, invitandomi a lasciar perdere».

«SPETTATORI AGGRESSIVI»
Anche Sharone Vernon-Evans, 21 anni, canadese, pallavolista della Robur Costa, in passato ha sperimentato sulla propria pelle il razzismo nello sport ma oggi è contento di constatare che le cose stanno cambiando: «Nella storia del volley, la maggior parte degli atleti è stata per molto tempo di origine europea, la gente non era abituata a vedere in campo atleti neri. Per fortuna, stiamo andando in un’altra direzione. Quello che vedo nel calcio, però, è molto diverso: gli spettatori sono più aggressivi, lanciano oggetti, cantano cori razzisti. Non so come avrei reagito al posto di Balotelli, di certo non è facile restare calmi e continuare a giocare mentre si viene offesi. Nessuno dovrebbe mai sperimentare situazioni simili».

«MAI STATO VITTIMA»
A fargli eco è Simon Anumba, 23 anni, cestista dei Raggiosolaris Faenza, nato a Reggio Emilia da genitori nigeriani: «Forse l’ambiente del basket è più sano di quello del calcio, io personalmente non ho mai subito atti di razzismo. So di alcuni episodi spiacevoli successi nelle tifoserie, ma io non ne sono mai stato vittima. Dev’essere difficilissimo rimanere indifferenti ma credo sia necessario farlo: reagire significa mettersi sullo stesso piano di chi, per ignoranza e maleducazione, insulta».
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