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Ravenna, Palazzo Malvisi e la crisi delle scuole di lingua italiana

Romagna | 08 Ottobre 2020 Mappamondo
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Silvia Manzani
C’è un mondo che passa dal quarto piano di un edificio di via De Gasperi, a Ravenna. Un mondo di facce, culture e lingue diverse che è inevitabilmente cambiato nei mesi scorsi, durante la pandemia. Perché le scuole di italiano per stranieri, in questo caso Palazzo Malvisi, dal lockdown in poi hanno iniziato a soffrire non poco e hanno visto  modificarsi, al tempo stesso, la propria attività. A raccontare questa realtà è il responsabile didattico Gianni Garelli, che nella scuola che si affaccia su piazza Caduti lavora dal 1994: «Questo luogo ha una storia di lunga data che inizia a Bagno di Romagna, dove ancora oggi esiste proprio Palazzo Malvisi, una scuola per le vacanze studio di italiano. Solo in un secondo momento ne nacque un’altra a Ravenna, che nel 2005 è stata venduta e poi acquistata da Sandra Goop e Michele Merola, una coppia che viveva a Milano e che ha acquisito anche l’ex Benedict School, ora British School, per l’insegnamento della lingua inglese». Alla Malvisi, accanto ai soggiorni per stranieri composti da corsi di lingua e proposte per conoscere il territorio e sfruttare il tempo libero, nel tempo si è aggiunta tutta la parte legata alle certificazioni per gli insegnanti di italiano per stranieri, da un lato, e per gli stranieri stessi, dall’altro: «Una materia, quest’ultima, molto complessa, visto che in Italia non esiste un titolo unico e ci sono quattro enti accreditati a rilasciarli: l’Università per stranieri di Siena, quella di Perugia, la Società Dante Alighieri e l’Università di Roma 3. Le complicazioni sono arrivate, inoltre, a partire dallo scorso anno, quando con Salvini ministro degli Interni tutti coloro che fanno domanda per ottenere la cittadinanza italiana devono dimostrare di avere un livello di italiano B1 e sostenere, per questo, un esame. Motivo per cui abbiamo assistito a un boom di richieste ma anche alla frustrazione di chi aveva già presentato tutti i documenti e non sapeva nulla dell’obbligatorietà del test. Adesso le informazioni sono migliori, la questione è a regime e per fortuna molti sanno che è meglio prima ottenere l’attestato e poi preparare il resto dei documenti». Ed è stata proprio la partita delle certificazioni, nei fatti, a tener viva la scuola durante la serrata legata al Covid e dopo la riapertura, quando le iscrizioni classiche ai corsi legati ai soggiorni vacanza si sono contate sulle dita di una mano: «Noi lavoriamo prevalentemente in primavera ed estate, ecco perché il fatto che il grosso delle attività sia ripartito in settembre non ci ha aiutato e a oggi siamo davanti a una vera paralisi di quello che è il cuore del nostro lavoro. Durante il lock-down abbiamo continuato a gestire le iscrizioni online e a fornire informazioni, ma non a somministrare esami perché gli esami di certificazione non si possono somministrare online: li abbiamo, allora, organizzati solo a partire da giugno». L’online, in generale, non può funzionare, per definizione, per uno straniero che voglia passare qualche settimana in città e imparare l’italiano: «In quel caso si vende un’esperienza a 360 gradi dove il corso di lingua è solo una parte. I nostri studenti soggiornano in famiglia, appartamento o bed & breakfast e nel pomeriggio fanno attività extra. Del resto noi non siamo una scuola pubblica ma assomigliamo più alle realtà del settore turistico. Non è un caso se, quando andiamo a promuoverci, sfruttiamo anche il canale delle fiere e se, quando lavoriamo sul marketing, spesso abbiamo a che fare con agenzie che si occupano proprio di vacanze studio». Prima della crisi delle iscrizioni, i principali Paesi di provenienza degli studenti di Palazzo Malvisi erano Svizzera, Austria e Germania: «Ma avevamo anche Olanda, Paesi Scandinavi, Giappone, mentre chi viene da Brasile, Russia e Stati Uniti è solito andare nelle grandi città. Ai nostri corsi arrivano sia studenti singoli che gruppi già formati. Anni fa si trattava di persone giovani, che ci sceglievano spesso a completamento dei loro percorsi scolastici. Ora, invece, facciamo più breccia negli adulti e negli anziani, che optano per una esperienza culturale completa». Per Garelli la parte più bella del lavoro sta nel contatto umano ma anche nel vedere come le provenienze geografiche e linguistiche incidono sull’apprendimento dell’italiano: «Chi viene da lingue molto distanti come quelle orientali ha chiaramente tempi di apprendimento più lunghi. D’altro canto l’età conta molto, così come il repertorio fonetico della lingua d’origine». Da Palazzo Malvisi è anche automatico osservare alcuni fenomeni sociali o politici. Tra i tanti, il fatto che chi deve dimostrare di sapere l’italiano per avere la cittadinanza non abbia bisogno della certificazione se ha una licenza media o un diploma di scuola superiore preso in Italia ma debba sostenere l’esame se, invece, ha una laurea in lingua e letteratura italiana conseguita all’estero: «Tra le tante dinamiche, abbiamo visto anche che diversi inglesi, timorosi delle possibili conseguenza della Brexit, hanno deciso di prendere la cittadinanza italiana, cui non avevano mai pensato in precedenza. Un paradosso, poi, al quale assistiamo, è che persone analfabete o scarsamente alfabetizzate rischiano, viste le regole, di non poter avere la cittadinanza. È il caso, con i ricongiungimenti familiari, degli anziani che arrivano, per esempio, dai paesi del Nord Africa per aiutare le famiglie migranti con i figli. Si tratta spesso di donne che passano molto tempo in casa e che non hanno modo di imparare per bene l’italiano». Durante l’esame orale, altro fatto osservato, i candidati devono anche parlare di sé e della loro esperienza: «Ovviamente, chi richiede la cittadinanza è in Italia da molto tempo, lavora, spesso si è costruito una famiglia e rappresenta quindi un campione, in un certo qual modo, “selezionato”. Ma è molto interessante notare come nonostante si tratti di storie diversissime tra loro (dalla suora di clausura, al camionista), sono tutte di “felice e completa integrazione”. Nessuno di loro prende più in considerazione l’idea di tornare un giorno nel paese d’origine». Altro aspetto che per Garelli è affascinate è che «dai discorsi degli stranieri che passano di qui emerge un’immagine dell’Italia e degli italiani molto migliore di quella che i media e la politica di oggi trasmettono: gente accogliente, seria sul lavoro, con scuole inclusive e un sistema sanitario di qualità». 
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