Ravenna, 10 anni fa il referendum «blocca Trivelle», poi le estrazioni di gas in Adriatico fermate nel 2019 dal governo Conte e mai più riprese

Romagna | 18 Aprile 2026 Economia
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Oil&Gas, ormai da 10 anni le estrazioni di gas naturale in alto Adriatico di fronte alla costa ravennate si sono fermate. Oggi, come ieri, invece farebbero molto comodo, in tempi di shock energetico.
Prima il quesito referendario del 17 aprile 2016 in Italia, noto come «Referendum Trivelle», che chiedeva di abrogare la norma che consentiva il rinnovo delle concessioni per l’estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia nautiche fino all’esaurimento del giacimento. Vinse il Sì (per il blocco), ma con un’affluenza del 31%, non raggiunse il quorum.
Poi ci pensò il governo Conte (5Stelle e Lega) nel 2019 a fermare tutto. E da quel momento, nonostante appelli, scioperi nazionali a Ravenna e non solo, si andò avanti di proroga in proroga e di governo in governo, senza che si sia mosso più nulla, lasciando quantitativi ingenti di gas in Adriatico alla Croazia e all’Albania. In compenso a Ravenna è stato fatto installare, in tutta fretta, una mega nave rigassificatrice dal governo Draghi, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022, attiva dallo scorso anno.

IL GOVERNO CONTE FERMO’ LE TRIVELLE NEL 2019
Il governo Conte ha imposto una moratoria (stop) alle nuove concessioni e ricerche di idrocarburi (trivelle) in Adriatico e in altri mari italiani, formalizzata tra il 2019 e il 2020 attraverso il blocco dei permessi e l’avvio del Pitesai. Questa politica ha mirato a sospendere le trivelle in attesa del piano per la transizione energetica, scontrandosi con le critiche del settore Oil&gas. Blocco delle ricerche: Il primo governo Conte ha fermato le piattaforme di ricerca nelle acque territoriali, decisione poi proseguita anche dal Conte-bis. Pitesai: è stato avviato l’iter per il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee, destinato a individuare le zone in cui la ricerca e l’estrazione sarebbero state ancora consentite, con una forte riduzione delle aree totali. La moratoria è stata estesa più volte, provocando polemiche per l’impatto sul settore energetico e sui lavoratori, in particolare a Ravenna.

OIL&GAS, DIECI ANNI FA
IL REFERENDUM MANCATO
Il distretto dell’oil&gas è di grande rilevanza all’interno del tessuto economico ravennate e, in questo momento, difficilmente sostituibile. L’articolazione è complessa: ci sono le imprese di servizio alle piattaforme e quelle che hanno sviluppato competenze nella progettazione e costruzione.
Tra le principali realtà ci sono la Rosetti Marino, Micoperi, F.lli Righini, Bambini, Cosmi, Rana e molte altre. Non è quantificabile con precisione l’indotto fatto di trasporti e fornitori delle più svariate dimensioni. Fatto sta che meno di un anno fa (giugno 2015) lavoravano 6.700 unità dirette, scese in soli sei mesi (dicembre 2015) a 5.800 unità (perlopiù contratti a termine non rinnovati), pari a un calo del 13% del totale. L’associazione ravennate dei contrattisti offshore, Roca (Ravenna Offshore Contractors Association), ha stimato che è realistico un ulteriore calo entro metà 2016 a 4.250 unità, considerando cassa integrazione, mobilità e licenziamenti: -27% in un solo anno. Una situazione molto complessa per il più importante distretto del settore del Mediterraneo. Il principale motivo è il basso prezzo del petrolio, sceso dagli oltre cento dollari al barile ai 27 di gennaio/febbraio e poco sopra i 40 oggi. Un prezzo che non è nemmeno vicino a ripagare i forti investimenti che servono per estrarre olio e gas per i quali è necessario un prezzo stabilmente intorno ai 65/70 dollari al barile. Va da sé che le multinazionali che dominano il settore hanno di conseguenza congelato ogni investimento e le prospettive di sviluppo del settore a livello globale.
Ad inquadrare di quante concessioni, piattaforme e pozzi di estrazione stiamo parlando entro le 12 miglia delle coste ravennati sono i dati disponibili sul sito della Dgs-Unmig (Direzione generale per la sicurezza anche ambientale delle attività minerarie ed energetiche - Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse) del Ministero dello Sviluppo economico: sono 15 le concessioni con 47 piattaforme collegate a 319 pozzi di produzione.

L’ALLERTA DI MINGOZZI
SULLE ESTRAZIONI MANCATE
«Non sono prevedibili tempi e lievitazioni dei prezzi nelle condizioni attuali di conflitti e guerre che persistono, ma proprio per questo occorre mettere in campo subito tutte le risorse che un Paese come l’Italia può offrire alla necessità di risorse energetiche proprie ed ai bilanci di imprese e famiglie, a partire dalla ripresa delle estrazioni in Adriatico prima che ci vengano depredate dai Paesi dell’altra sponda»; ancora una volta lo ribadisce l’esponente repubblicano di Ravenna Giannantonio Mingozzi «alla luce delle previsioni di rincaro nei prossimi mesi che vanno dall’aumento del +40% del gas e del +13% dell’elettricità per fare qualche esempio. Gli scenari che si prospettano sono drammatici e ancora più gravi se dovesse persistere il blocco dello Stretto di Hormuz e le difficoltà di transito nel Mar Rosso; non si tratta di agitare la paura delle tensioni internazionali per fare un pò di clamore, ma siamo di fronte ad una crisi di produzione e di benessere tra le più gravi dal dopoguerra ad oggi e quindi occorre mettere in campo tutte le risorse che può offrire l’Italia per non essere vittima dei Paesi produttori che alzano il prezzo». (m.p.)
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