Quando la precarietà e la mancanza di tutele alimentano una guerra tra poveri

Romagna | 29 Giugno 2026 Blog Settesere
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Francesca Cassani e Alessandra Berlini - Nel mondo del food delivery, dietro la comodità di un pasto ordinato con un semplice click, si cela una realtà caratterizzata spesso da precarietà e tutele limitate. I rider che lavorano per piattaforme come Glovo e Deliveroo rappresentano una delle figure più emblematiche di questa evoluzione del lavoro: flessibili, sempre connessi, ma non facili da inquadrare e proteggere. In Italia si stima che siano diverse migliaia, circa 30-40 mila, secondo varie analisi di settore, con una forte concentrazione nelle grandi città e un’alta percentuale di giovani e studenti. Uno che da anni si occupa del mondo dei fattorini è Massimiliano Pischedda, sindacalista della Uil Lombardia. Secondo la sua esperienza, un nodo fondamentale resta la retribuzione. «Si arriva anche a 2,70 euro a consegna», spiega Pischedda, evidenziando come il guadagno dipenda da variabili instabili: distanza, domanda e algoritmi delle piattaforme. «Studi recenti -prosegue- hanno mostrato come, nelle ore meno richieste, il guadagno medio possa scendere sotto i 7 euro lordi all’ora, senza contare i costi a carico del rider, come manutenzione del mezzo e attrezzatura. Molti rider cercano strategie per aumentare le entrate, come la creazione di più profili sulle piattaforme o l’utilizzo contemporaneo di più app: pratiche diffuse che consentono di intercettare più ordini, ma contribuiscono anche ad alimentare una competizione interna sempre più forte, trasformando il lavoro in una sorta di guerra tra poveri». Ma la precarietà non è uniforme nel settore.

LE PRECARIETA’
Esistono modelli diversi: quello di Just Eat, ad esempio, viene spesso indicato come più strutturato. In Italia l’azienda ha introdotto un contratto di lavoro subordinato, che prevede paga oraria (intorno agli 8-9 euro lordi), ferie, malattia e copertura assicurativa. Una differenza significativa rispetto al modello basato sulle collaborazioni autonome adottato da altre piattaforme, che lascia maggiore incertezza sul piano delle tutele. Proprio su questo punto si inserisce il lavoro del sindacato. La Uil ha promosso un contratto pensato per garantire maggiore sicurezza ai rider, cercando di conciliare flessibilità e diritti. L’obiettivo principale è quello di creare un modello di lavoro sostenibile, adatto anche a studenti universitari e lavoratori temporanei, ai quali offrire la possibilità di integrare il reddito, senza dover rinunciare a tutele fondamentali come l’assicurazione, compensi più trasparenti e una regolamentazione degli orari di lavoro. Un passo avanti è stato fatto dalla legge 128/2019, che ha introdotto importanti novità per i lavoratori delle piattaforme digitali, estendendo i diritti di lavoro subordinato o assimilabili a collaborazioni etero-organizzate. La legge prevede infatti che i datori di lavoro rispettino le norme su salute e sicurezza e garantiscano l’assicurazione Inail contro infortuni e malattie professionali, obbliga inoltre a un contratto scritto e stabilisce che il compenso non può essere esclusivamente a cottimo.
 ZONE GRIGIE
Nonostante ciò ci sono ancora molte zone grigie: uno dei problemi principali è che i lavoratori temporanei non hanno come riferimento un luogo di lavoro tradizionale e i contatti avvengono spesso in punti di ritrovo informali, come davanti ai ristoranti o nelle piazze. È proprio in questi luoghi che si sta cercando di costruire una rete di rappresentanza per una categoria di lavoratori che è ancora in cerca di pieno riconoscimento e dignità. Come afferma Pischedda: «Costruire una rete di rappresentanza è fondamentale, per offrire ai rider le stesse tutele e gli stessi diritti dei lavoratori tradizionali. Il processo è lento, ma è importante per creare un futuro migliore per questa categoria di occupati». Secondo Roberto Rizza, professore di Sociologia dei processi economici e del lavoro dell’università di Bologna, il fenomeno dei rider rappresenta uno dei cambiamenti più evidenti del lavoro nell’economia digitale. «È un’occupazione gestita soprattutto da algoritmi e piattaforme -spiega- dove spesso manca un vero capo o un referente umano». Per il docente questa organizzazione aumenta la flessibilità ma anche la precarietà. I compensi variano in base a distanza, orari e domanda, mentre la competizione tra lavoratori cresce continuamente. Rizza sottolinea inoltre come una parte consistente dei lavoratori sia composta da stranieri, questo perché spesso vincolati al rinnovo del permesso di soggiorno e quindi più disposti ad accettare condizioni difficili, pur di mantenere un reddito. Anche la sicurezza resta un problema centrale: chi lavora in bici o scooter affronta traffico, maltempo e ritmi elevati, soprattutto nelle grandi città. Allo stesso modo il rapporto con i clienti è ambivalente. «Ci sono situazioni positive, con rispetto e mance, ma spesso non si comprende davvero il lavoro che c’è dietro una consegna», osserva il professore. Sul piano normativo, sono da considerare importanti le iniziative europee sul lavoro tramite piattaforme digitali. L’obiettivo è aumentare la trasparenza degli algoritmi, contrastare il falso lavoro autonomo e rafforzare le tutele dei lavoratori. A detta di Rizza, il diritto del lavoro dovrà adattarsi sempre di più all’economia digitale, per evitare che innovazione e flessibilità coincidano con perdita di diritti e nuove disuguaglianze sociali.

LE TESTIMONIANZE
«Siamo velocissimi! Ordina o invia qualsiasi cosa nella tua città: lo riceverai nel giro di qualche minuto». Così viene promesso sul sito del servizio di consegna a domicilio Glovo. Ma su chi ricade questa responsabilità?  A febbraio 2026, la Procura di Milano ha posto sotto processo la società di consegna a domicilio Foodinho S.r.l., accusandola di caporalato, il reato di sfruttamento dei lavoratori, e di approfittarsi della loro condizione di bisogno. Dell’azienda sono stati segnalati Glovo, che conta un totale di circa 40.000 rider solo in Italia, e, a distanza di poche settimane, Deliveroo. Il 9 febbraio, la Procura ha emanato sulla S.r.l. un provvedimento di controllo giudiziario, cioè la nomina di un amministratore scelto dal giudice, che affianchi la società per garantire il pieno rispetto dei diritti e delle condizioni di lavoro. Risultato? Un nulla di fatto, pare, poiché ad oggi i compensi dei rider rimangono gravemente sproporzionati rispetto alla quantità e qualità di lavoro, con «cifre insufficienti a garantire un reddito dignitoso e che risultano ancora più gravi se si considera che Foodinho S.r.l. è attualmente sottoposta a controllo giudiziario», come emerge da un articolo della NIdiL Cgil. Ma cosa ne pensa chi questa condizione la prova sulla propria pelle? Lo abbiamo chiesto ai rider stessi.

UMAIR
«Mi chiamo Umair Naveed, ho 26 anni e vengo dal Pakistan. Ho lasciato il mio Paese per via del sistema educativo ed economico: a scuola gli studenti non ricevono una formazione utile per la loro educazione, ma anzi sono spesso bastonati dagli insegnanti. L’economia del Paese è al crollo totale, con stipendi troppo bassi per potersi mantenere. Ciò che le nuove generazioni del Pakistan stanno tentando di fare è fuggire da tutto questo, me compreso. Sono venuto qui in Italia per la sua storia e cultura, oltre che per l’offerta di diverse borse di studio per studenti internazionali, con la speranza di guadagnarmi un futuro stabile e migliore. Lavoro come rider da un anno ormai. Ho scelto di farlo perché in teoria offre molta libertà: posso decidere quando lavorare e quando prendermi 2 o 3 giorni liberi senza dover chiedere un permesso, che quindi è un po’ come essere il capo di me stesso. Inoltre è un lavoro adatto per chi non parla bene l’italiano. Nonostante ciò, non sono assolutamente soddisfatto di Glovo: lavoro sette giorni a settimana, faccio in media dalle sette alle otto consegne al giorno nell’area che copre McDonald’s e gelaterie varie, e comunque arrivo a guadagnare solo fino a 5 o 6 euro all’ora. Oltre alle basse tariffe orarie, Glovo, non essendo registrato in Italia, non mi può assicurare un contratto di lavoro e ciò non mi consente la stabilità di cui ho bisogno e che le misere tariffe maggiorate non possono darmi. Per esempio, quando effettuo una consegna sotto la pioggia, sopra una data temperatura o di notte, invece di 3 euro vengo pagato al massimo fino a 5,50 euro. Per di più, oltre a guadagnare poco, sono anche tenuto a versare una tassa, quindi parte del mio guadagno, a Glovo. L’azienda mi ha fornito lo zaino e un kit di sicurezza, ma il mezzo di trasporto è mio e in caso di guasto tutte le spese sono a mio carico. Poi c’è anche un grosso problema di gestione dell’applicazione: alcuni rider utilizzano più account o registrano una patente AM, pur avendo una bici elettrica, per accaparrarsi più consegne. In questo modo gli altri non ricevono abbastanza richieste e guadagnano ingiustamente meno, ma di questo l’azienda non sembra preoccuparsi».

GUIDO
«Mi chiamo Guido, ho 24 anni e vengo da Muggia, in provincia di Trieste, ma vivo a Bologna. Ho fatto il rider da ottobre 2023 fino ad aprile 2025, per poi riprendere a febbraio 2026. Ho scelto questo lavoro perché lascia, almeno apparentemente, autonomia nella gestione del tempo, di cui ho bisogno in quanto studente, e perché per iniziare basta iscriversi e non servono particolari qualifiche. Lavoro sei giorni a settimana, soprattutto la sera, per un totale di circa una ventina di ore. Il minimo che guadagno a consegna è 2,60€ netti, mentre il massimo è 6-8€ netti, ma ricevo delle promozioni, che solitamente ammontano a qualche decina di centesimi, per alcuni fattori quali l’orario, la distanza da percorrere, il maltempo, il superamento di un certo peso del prodotto o un eccessivo ritardo del ristorante. Io al momento, non possedendo una partita IVA, non pago tasse sul mio guadagno, ma ho la ritenuta d’acconto del 20% sulle consegne. Oltre a ciò, l’algoritmo applica delle penalizzazioni, come ad esempio il blocco automatico del profilo fino alla risoluzione dell’eventuale problema. Molti dei miei ordini li completo all’interno del centro storico e nei quartieri entro la tangenziale nord di Bologna, ma capita (e nemmeno così di rado) di fare ordini in zone ben più lontane. Dovrei seguire il tragitto indicato dall’app, che è ciò che stabilisce la paga, ma se percorro più o meno strada ciò non incide. Ho pagato lo zaino una ventina di euro e il mezzo di trasporto, nel mio caso una mountain bike classica, è a carico mio come la manutenzione e le eventuali riparazioni. Glovo non offre infatti vere e proprie tutele in caso di incidenti, e in caso di guasto durante il lavoro si segnala semplicemente all’app che non è possibile completare l’ordine. Avrei tante cose da dire su Glovo, ma in sintesi: le misure prese negli ultimi dieci anni per garantire ai rider strumenti giuridici per la nostra tutela hanno cambiato ben poco. Vorrei un contratto con paga oraria e non a cottimo, avere ferie e malattia, essere tutelato sul piano della sicurezza, che il rischio d’impresa non fosse a carico dei lavoratori, ma a carico dell’azienda e che le penalizzazioni non venissero applicate dall’algoritmo (che non di rado sbaglia), ma da un operatore umano in grado di valutare concretamente se il comportamento è sanzionabile o meno».
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