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Quando i profughi bosniaci arrivarono a Ravenna: parlano gli operatori di allora

Romagna | 02 Marzo 2021 Mappamondo
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Barbara Gnisci e Silvia Manzani
«Li facevamo rimanere in pantaloncini, maglietta e ciabatte, perché ci era stato richiesto di non farli scappare e quello era il modo che avevamo escogitato». A parlare è Massimo Carioti, che nei primi anni Novanta ha lavora a stretto contatto con i profughi provenienti dall’ex Yugoslavia: «Mi ero avvicinato al mondo dell’immigrazione attraverso la fotografia e poi mi sono ritrovato a lavorare nell’accoglienza. I primi profughi provenivano dall’Albania e arrivavano a ondate. Ce ne portavano 30 o 40 per volta e li ospitavamo in un centro a Camerlona, vicino Ravenna». I profughi rimanevano solo qualche giorno: «Non c’era nemmeno il tempo di conoscere le loro storie. Venivano smistati immediatamente in altri centri di accoglienza e trasferiti soprattutto nel Nord Italia». Diversa è l’esperienza che Massimo vive l’anno successivo con i profughi bosniaci: «Arrivavano a piedi attraverso le montagne. I primi furono soprattutto donne con i loro bambini. Li ospitammo in tre campi profughi: a Filetto, a Coccolia e a Ravenna. Ogni tanto qualcuno degli uomini riusciva a scappare e a raggiungere il nostro confine, ma la maggior parte dei ricongiungimenti è avvenuta a guerra finita».
Un centinaio le persone accolte: «A Ravenna li sistemammo nella ex scuola elementare Drago Mazzini in via Aquileia. Inizialmente avevamo dato un’aula a famiglia ma, grazie al finanziamento di un progetto europeo, riuscimmo a creare più spazi per mezzo di alcune strutture in legno e a dotare gli ambienti di zone soppalcate sfruttando l’ampiezza dei locali. Alcuni di loro rimasero fino al ‘96 quando i centri profughi vennero chiusi».
Con la permanenza nel centro cominciarono a emergere le storie personali: «Molti di loro avevano perso tutto, non avevano i documenti e non potevano quindi nemmeno essere identificati e lavorare. Li vedemmo passare, nel giro di qualche mese, dall’essere totalmente assistiti a una parziale e poi a una totale autonomia. Alcuni erano laureati, c’erano tanti ingegneri. Molti di loro si inserirono nel mondo dell’edilizia, altri diventarono camionisti». Finito il conflitto, alcuni furono riaccompagnati nel loro Paese: «Avevamo organizzato dei veri e propri traslochi, perché nel frattempo c’era chi si era comprato dei mobili, chi il motorino. Invece prima della fine della guerra ne andammo a prendere qualcuno, quelli che non riuscivano a scappare». Certi volti rimangono più impressi di altri: «Mi ricordo di un ragazzo che faceva il grafico e che era arrivato attraverso un ponte aereo ed era atterrato ad Ancona. Era stato colpito da un proiettile al plutonio e arrivato qui fu sottoposto a vari interventi. Purtroppo gli amputarono parte del braccio, ma per fortuna riuscirono a bloccare il tumore alle ossa. Poi è tornato a Sarajevo, dove lavora con il computer al posto della matita, strumento che gli insegnammo a usare noi».
A ricordare bene quei momenti è anche Giampaolo Gentilucci, operatore dell’Unità operativa «Politiche per l’immigrazione e la cooperazione decentrata» (nella foto) del Comune di Ravenna, che all’epoca svolse 12 mesi di Servizio civile per la Croce Rossa che aveva partecipato all’accoglienza dei profughi con la messa a disposizione di due operatori: «La cittadinanza rispose con calore all’arrivo dei profughi. I bosniaci rappresentavano un tipo di immigrazione differente rispetto a quella che c’era stata fino ad allora. Alla “Drago Mazzini” arrivarono tante famiglie frammentate, soprattutto molti anziani e molti bambini. La gente era abituata alla comunità dei senegalesi, composta soprattutto da giovani, e davanti a queste persone ci fu tanta solidarietà e anche un po’ di curiosità. Sia le associazioni che i singoli cittadini offrirono il loro aiuto in ogni modo, passavano di lì e si mettevano a disposizione».
L’interesse era reciproco: «Anche i bosniaci ci accolsero bene. Avevano molta voglia di parlare, di raccontarsi. La mattina noi operatori, quando arrivavamo in struttura, eravamo invitati a condividere il rituale del caffè turco, e stavamo lì ad ascoltare le loro storie». Giampaolo svolse un lavoro di supporto alla gestione dei profughi: «Facevo tutto quello che c’era da fare, aiutavo durante i pasti distribuendo il cibo che ci portava una mensa, accompagnavo le persone che ne avevano bisogno a fare una visita medica ed ero lì durante la loro quotidianità che improvvisamente era cambiata. Molti di loro si erano visti invadere le case dal giorno alla notte ed erano stati costretti a partire. Durante la fuga, molti nuclei familiari si erano dispersi e alcuni ci hanno messo mesi a ritrovare le tracce dei propri cari. Ricordo una coppia di fratelli che era arrivata da noi, mentre i loro genitori erano finiti in Germania, così vennero a sapere in seguito». L’aria che si respirava era di tensione. Si erano salvati, ma nel frattempo avevano perso tutto o quasi: «A vivere il trauma di quanto era accaduto erano soprattutto gli anziani, molti dei quali, finito il conflitto, tornarono a casa. Purtroppo alcuni di loro dovettero costruire delle nuove abitazioni, perché nelle loro case ci erano rimasti i serbi». I bambini sono quelli che si adattarono prima di tutti: «Dopo qualche mese alcuni di loro avevano imparato già l’italiano e ci facevano da mediazione con gli adulti che non capivano la lingua. Molti di quelli che all’epoca erano solo dei ragazzini sono rimasti qui, hanno trovato un lavoro e si sono creati una famiglia».

«SEGNO INDELEBILE»
«Quegli anni hanno lasciato un segno e portato cambiamenti di cui forse non ci si ricorda spesso, del resto c’è stata una rimozione dei fatti. Mi chiedo che cosa succederebbe oggi, se accogliessimo centinaia di profughi in piena città. Forse si scatenerebbe un’altra guerra». Raffaella Sutter (nella foto) era dirigente dei servizi sociali per l’Unità sanitaria dei Comuni di Ravenna, Cervia e Russi, quando all’inizio degli anni Novanta i Balcani furono attraversati da un sanguinoso conflitto: «Erano anni già bollenti per Ravenna. Nel ‘92 era caduta la giunta Dragoni e c’era stata una grossa crisi prima delle elezioni, nel ‘93, di D’Attorre. Erano anche gli anni in cui le unità sanitarie erano diventate aziende. Insomma, mi ritrovai a decidere questioni importanti in un momento nel quale Ravenna, per la prima volta, si trovò a gestire un così forte esodo di profughi. Tra le strutture di Ravenna, Filetto, Coccolia e Cervia, furono circa 400 le persone accolte: «Erano per lo più bosniaci, allora le normative si concentrarono su di loro. Del resto, dei 3.700.000 profughi della ex Jugoslavia, sia interni che esterni, il 70% era composto da bosniaci. C’erano anche serbi e croati ma si trattava di numeri molto piccoli». Per Sutter fu un periodo significativo da tanti punti di vista: «In Italia cambiò l’ottica sui rifugiati, che fino alle normative del ‘92 e ‘94 erano sempre stati considerati singolarmente, non come gruppo in fuga da qualcosa. Inoltre, era la prima volta che avevamo a che fare con un vero e proprio genocidio. Quei fatti ci fecero riflettere parecchio. Da un lato ci fecero constatare e apprezzare la generosità e solidarietà dei ravennati, curiosi di capire cosa stesse succedendo e disponibili a dare un mano. Dall’altro ci portarono a ragionare sulle politiche di accoglienza: Ravenna fu una delle prime realtà, successivamente, ad aderire allo Sprar». Personalmente, per Sutter occuparsi dei rifugiati dalla Bosnia fu così emotivamente significativo che in seguito arrivarono altre occasioni legate a quei fatti: «Qualche anno dopo fui mandata a Tuzla per conto del Ministero della cooperazione internazionale e lavorai alla supervisione di un progetto sugli orfani di Srebrenica, che il sistema scolastico locale avrebbe inserito nelle scuole speciali anziché in quelle tradizionali. Lavorai anche sul tema degli affidi, testimone del fatto che quelle esperienze avevano dato slancio alla cooperazione. In fondo, anche se pochi lo ricordano, il territorio stesso di Ravenna subì cambiamenti: fu istituita la Camera di commercio italo-bosniaca, la Provincia iniziò a lavorare sulla cooperazione in campo ambientale, la moschea di via Rampina ebbe un forte sviluppo. E infine, anche se i numeri non sono enormi, diverse persone accolte poi rimasero. Peccato che non ci sia troppa memoria, oggi, di allora». 

«UNO STRAZIO»
«Era pesante vederli così straziati, soffrivano moltissimo. Erano persone che mai avrebbero lasciato le loro terre, se non fossero state costrette a farlo». Laura Gambi, oggi presidente della cooperativa Librazione, era una giovane operatrice nel campo dell’immigrazione quando, agli inizi degli anni Novanta, il conflitto nella ex Jugoslavia iniziò a mostrare le sue conseguenze anche in Italia: «Grazie a un decreto i profughi arrivavano in maniera organizzata e venivano accolti in diverse strutture. A Ravenna venne allestita l’ex scuola “Drago Mazzini” di via Aquileia, mentre altre strutture erano sui territori di Filetto e Coccolia. Io non ero implicata direttamente, a quei tempi lavoravo al primo centro immigrati del Comune, che era stato aperto nel 1989 in via Oberdan per poi essere spostato in via Mazzini. Ma ricordo bene, però, i volti degli anziani, le famiglie, e le storie di chi aveva dovuto rinunciare a lavori anche qualificati o a percorsi di studio importanti». Gli adolescenti, a quei tempi, iniziarono a frequentare le scuole di Ravenna e Gambi, negli anni successivi, qualcuno di loro è capitato di incontrarli: «C’è emozione nel rivedere quegli occhi. C’è affetto nel ricordare quei tempi, quando in una situazione di estremo dramma e bisogno di creavano rapporti particolari. Quello, per serbi e bosniaci, era un momento complicato. Ed esserci aveva un significato particolare». Allora, un occhio di riguardo bisognava averlo anche nei confronti delle dinamiche tra nazionalità diverse: «Quando dovevamo farli venire in ufficio, ricordo che eravamo ben cauti nel separare chi serbi e bosniaci». 
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