Modigliana, compie dieci anni l’avventura in vigna di Giorgio Melandri in Appennino

Riccardo Isola - Dieci anni possono essere un battito di ciglia o una frattura nel tempo del vino. Per la cantina Mutiliana, il decennio appena compiuto somiglia più a una svolta di linguaggio che a una semplice ricorrenza. Nel cuore dell’Appennino romagnolo, l’intuizione di Giorgio Melandri e del gruppo di produttori di Stella dell’Appennino ha contribuito a riscrivere la grammatica del Sangiovese di altura, spostando il baricentro del racconto dal vino come prodotto al vino come paesaggio vivo e identitario. Qui la bottiglia non si limita a restituire un gusto, ma traduce una geografia fatta di crinali, boschi, escursioni termiche e suoli che cambiano a ogni curva. È una narrazione che si avvicina alle grandi denominazioni del Nord Italia, ma con una voce autonoma, radicata, ruvida nella sua autenticità. Mutiliana, con le altre esperienze di Stella, ha aperto così una breccia: un modo diverso di intendere la Romagna del vino, meno folklorica e più territoriale, dove il sorso diventa semantica di luogo. Una piccola grande rivoluzione, iniziata in silenzio e oggi impossibile da ignorare.
Sono passati dieci anni dalla prima vendemmia, rispetto ad allora come è cambiato, se lo è, l’approccio di Mutiliana al racconto del vino d’Appennino?
«Nessun cambiamento: la lettura territoriale resta al centro del racconto e credo abbia contribuito a codificare una narrazione di Modigliana che ora è un riferimento per tutti. Stesse vinificazioni con fermentazioni spontanee e affinamenti solo in cemento, stessa cura del dettaglio. Un artigianato senza compromessi».
Premi, riconoscimenti, attestazioni varie dimostrano come Mutiliana, nel suo espressionismo enoico in bottiglia, abbia centrato il segno. Quali margini di miglioramento possono esserci ancora?
«L’esperienza mi dice che si migliora piano piano, lavorando sui dettagli e sulla qualità delle uve. Diciamo che abbiamo ancora dei margini di miglioramento e credo che il tema della longevità possa essere una ulteriore conquista, bottiglie alla mano. Credo che la produzione di Modigliana in generale sia in grado oggi di confrontarsi alla pari con qualsiasi territorio del Sangiovese».
In un momento di forte crisi, dal punto di vista delle vendite, per il vino rosso qual è la forza del Sangiovese della triade «altitudine, bosco, marne e arenaria»?
«La freschezza sicuramente e l’originalità delle speziature che questo territorio regala. Mutiliana ha cercato un posizionamento alto e paradossalmente questo aspetto è premiato dal mercato. Poi c’è la forza di un racconto territoriale che è chiaro e porta valore aggiunto alle bottiglie».
Dall’altra parte il bianco Modigliana sta acquistando sempre più visibilità e apprezzamento. Quali sono i punti di forza?
«Ho cominciato a fare il bianco nel 2016, ma la prima annata imbottigliata è stata la 2018, ancora perfetta. Il punto di forza è la grande eleganza di questo vino e la longevità: non esistono in Romagna vini in grado di invecchiare così bene. Mi confortano in questo le esperienze di Le Campore de Il Pratello e del Ronco del Re di Castelluccio. Una nota: ho scelto da subito il tappo a vite come garanzia di un perfetto invecchiamento».
La questione prezzo. La questione della Romagna, soprattutto quella di Appennino, su questo tema è abbastanza fumosa. Da parte sua e da parte dell’Associazione Stella dell’Appennino qual è il punto di vista e quali sono le linee operative e di guida?
«Il prezzo è un tema importante del posizionamento, la cura dei dettagli ha un costo e l’alto artigianato deve farsela riconoscere. Faccio un esempio su tutti, un tappo di sughero monopezzo naturale di qualità costa un euro più iva, non crediate di trovarlo su una bottiglia da pochi euro. Questo è solo un esempio, un altro sono i costi per gli affinamenti in bottiglia, un altro ancora è il costo di produzione dell’uva che a Modigliana, con un lavoro di qualità, arriva ad essere 5 volte quello del mercato romagnolo in generale».
La Romagna difficilmente può porsi in narrazione nel mercato in modo omogeneo. È un valore aggiunto o una debolezza?
«Io credo nel racconto delle sottozone, se si può anche con un dettaglio maggiore come si fa a Modigliana, e le sottozone non sono tutte uguali. Ci sono comunità di produttori che hanno lavorato per portarle in alto, altre che hanno ignorato l’opportunità. Per quel che mi riguarda ho scelto Modigliana come casa e su questo lavoro. Penso che i vini qui abbiano un potenziale incredibile».
Cosa serve a questo racconto condiviso ma molto sfaccettato per far breccia?
«Se ci si riferisce alla Romagna in generale credo che emergeranno dei ranghi, legati alla vocazione e al lavoro dei produttori. La comunità è centrale, senza un lavoro condiviso non si emerge».
Stella dell’Appennino è stata l’apripista contemporanea di un modo di fare sistema tra produttori che converge verso un’autenticità del racconto. Voce isolata o runner enoico pronto a passare il testimone ad altri?
«Diciamo che Stella è un modello, un bel confronto per tutti. Brisighella con il progetto Brix sta facendo un lavoro ottimo, ma sono poche le iniziative di valore in Romagna. Siamo una terra di individualisti e purtroppo il mondo ci ha dimostrato che soli si è deboli. Poi c’è il problema dell’autenticità del racconto, ci vuole coerenza. Ci sono tanti produttori che parlano di territorio in modo astratto facendo poi scelte opposte in vigna e in cantina. E questo alla lunga non paga».
Cosa bolle in pentola per proseguire il racconto in questo 2026?
«Un lavoro sul mercato internazionale che è oggi una necessità. Come sempre farò (e faremo) un lavoro sulle relazioni, patrimonio di anni di lavoro».