Lugo, la cantante Syria in concerto il 30 luglio con un omaggio a Gabriella Ferri: «Anche lontano dai riflettori, ho continuato a fare musica»

Michela Ricci - «La qualità premia sempre». Syria lo dice senza esitazioni. Non come uno slogan, ma come il filo che tiene insieme oltre trent’anni di carriera, le scelte più controcorrente e il desiderio di continuare a raccontare storie anche lontano dai riflettori più accesi. Voce tra le più riconoscibili della musica italiana, lanciata dalla vittoria a Sanremo Giovani negli anni ‘90 e da un percorso che l’ha portata a spaziare dal pop al teatro musicale, l’artista romana arriverà a Lugo il 30 luglio in piazzale Parco del Lago con «Perché non canti più», lo spettacolo ideato da Pino Strabioli e dedicato a Gabriella Ferri, interprete capace di dare voce all’anima più popolare e poetica di Roma. Un viaggio tra canzoni, parole e ricordi che diventa anche una riflessione sul mestiere dell’interprete, sul tempo e sul valore di un’arte che non ha bisogno di inseguire le mode per lasciare un segno.
Il titolo dello spettacolo che porterà a Lugo, «Perché non canti più», colpisce dritto al cuore. Com’è nata la scelta di questa frase e cosa rappresenta per lei?
«Questo titolo nasce da un momento preciso e doloroso della vita di Gabriella Ferri. A un certo punto della sua carriera, di fronte a una discografia e a una società che stavano cambiando rapidamente, si ritirò in campagna. Lei, che era la cantante del popolo, viscerale e coerente, sentì il peso di un’epoca - quella a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 - che andava in un’altra direzione, e si sentì messa da parte. Quella domanda, ‘Perché non canti più?’, è la stessa che spesso ci si sente rivolgere ancora oggi quando si decide di non far più parte di un certo sistema. Sembra quasi che, se non passi in televisione o non insegui la visibilità a tutti i costi, tu smetta di esistere. Invece si può vivere di musica anche coltivando un pubblico di nicchia e concentrandosi sul lavoro lontano dai riflettori».
C’è qualcosa di sé che ritrova in Gabriella Ferri? I tempi oggi sono cambiati, ma il meccanismo per cui il sistema tende a metterti da parte se fai scelte diverse esiste ancora ed è spesso feroce…
«Ho vissuto questa situazione in un periodo della mia vita, e probabilmente dura ancora. Quando non ti si vede per un po’ in certi circuiti, la narrazione comune è che tu sia sparita. Ma non è così: c’è un pubblico che capisce, che sa cercarti e sa che si può fare musica anche altrove. Gabriella Ferri mi ha dato la forza di comprendere che, nonostante tutto, si può continuare a vivere di arte anche al di fuori di certe dinamiche».
Guardando ai suoi inizi e a quel Sanremo del 1996, cosa sente di aver conservato della Syria di allora e cosa è cambiato nel tempo?
«Oggi sono sicuramente più disincantata, ma rimango follemente innamorata di questo mestiere. Rispetto agli esordi c’è molta più responsabilità, mentre all’inizio era tutto puro istinto. Allora vedevo tutto con gli occhi a cuore, oggi mantengo lo stesso entusiasmo ma con qualche filtro in più. Una corazza me la sono dovuta costruire, perché questo ambiente non è sempre perfetto. Ma quando lo è, vi assicuro che è fantastico».
Le è mai capitato che qualcuno le confessasse che una sua canzone o un suo spettacolo lo hanno aiutato a superare un momento difficile?
«Sì, succede, ed è una bellissima responsabilità. Per chi fa questo mestiere, credo sia il segno d’affetto più profondo da portarsi dentro. Alla fine ci si esibisce per donare qualcosa agli altri, e se il risultato è questo significa che hai fatto davvero il tuo dovere. A me non importa essere mitizzata come persona. Mi interessa la possibilità di sentirmi parte di un racconto comune, accompagnando le persone a emozionarsi attraverso la voce. È la missione di questo lavoro».
In un’epoca in cui tutto corre velocissimo, la musica ha ancora il potere di chiederci di rallentare per assaporare le cose con calma?
«La musica ha un potere incredibile, a qualsiasi livello. Pochi giorni fa sono andata a vedere Bruno Mars a San Siro: mi sono trovata davanti a un fuoriclasse assoluto e a una band pazzesca. Non c’erano visual fantasmagorici o corpi di ballo enormi, ma solo un artista che con la sua voce e le sue canzoni pop ricche di sfumature ha fatto sorridere e ballare centomila persone dall’inizio alla fine. Quando la musica è strutturata in modo importante e poggia su basi solide, rimane per sempre. Magari a 18 anni un ragazzo insegue la velocità e si fa influenzare dalle tendenze del momento, ma crescendo affina l’orecchio e la sensibilità. Il pubblico alla fine sa scegliere e sa decretare chi resta, perché la qualità premia sempre. Se fai le cose con costanza, dedizione e serietà, prima o poi le persone se ne accorgono, e il passaparola fa il resto».
Oltre allo spettacolo su Gabriella Ferri, a quali altri progetti sta lavorando o le piacerebbe dedicarsi in futuro?
«Quest’anno riprendo un progetto teatrale che avevo presentato 15 anni fa, intitolato ‘Bellissime’. Anche in questo caso si tratta di un tributo, scritto sempre insieme a Pino Strabioli, ma esteso a tutte le grandi voci femminili che secondo me hanno fatto la differenza nella musica italiana. Raccontiamo e cantiamo le storie di artiste straordinarie come Dalida, Mia Martini, Nada, Giuni Russo, Ornella Vanoni, Patty Pravo e la stessa Gabriella Ferri. Parallelamente sto lavorando a un nuovo album. Vorrei farlo uscire entro l’anno: so bene che muoversi nell’attuale panorama discografico non è semplice, ma mi rifugio nel mio mondo e cerco di portare a casa questo nuovo lavoro».
Abbiamo parlato molto di storie. Se dovesse definire la sua musica in una sola parola, quale sceglierebbe?
«Direi proprio ‘racconto’. La musica per me è la capacità di prendere una storia, metterla sulle note e regalarla agli altri per rendere tutto più piacevole».