Lugo, il presidente Donati di Terre Cevico sulla vendemmia: «Crescita dell’8%, ma calano le rese e aumentano i costi energetici»

Romagna | 24 Settembre 2026 Economia
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Riccardo Isola - Più uva, ma anche più caldo da governare. La vendemmia 2026 di Terre Cevico consegna al gruppo cooperativo romagnolo un bilancio quantitativo positivo, accompagnato però da una serie di segnali che raccontano quanto rapidamente stia cambiando il comparto vino. Nella pianura ravennate e lughese, cuore della base produttiva, la raccolta dovrebbe chiudersi con un incremento dell’8-10% rispetto allo scorso anno. La resa per ettaro, invece, risulta leggermente inferiore, anche per effetto delle temperature elevate. «La nostra base sociale ha risposto bene - spiega il presidente del gruppo, Franco Donati -. Nell’area abbiamo circa 3.600 ettari, 920 soci conferenti e 80 soci sovventori. Siamo soddisfatti della quantità, ma dobbiamo fare i conti con un clima che ci impone ogni anno nuove modalità di lavoro». Il primo dato strutturale riguarda il calendario. Pinot grigio, Chardonnay e Pinot bianco sono stati conferiti per il terzo anno consecutivo già prima di Ferragosto. Dieci anni fa le varietà precoci iniziavano la raccolta verso la fine di agosto: l’anticipo accumulato sfiora dunque i dieci-dodici giorni. Non è segnale banale. «È un dato evidente del cambiamento climatico. Per fortuna - sottolinea - nei nostri territori di pianura, areale del conferimento storico del Gruppo, non abbiamo il problema legato all’irrigazione e questa è cosa da non dare per scontata». Il caldo, tuttavia, non equivale automaticamente a maggiori gradazioni. «Dopo una certa soglia la vite entra in stress e non sviluppa più gli zuccheri come si potrebbe pensare. Il rapporto sole-alte gradazioni non è così automatico». Per preservare le caratteristiche delle uve, Terre Cevico ha confermato anche quest’anno la vendemmia semi-notturna, concentrando il lavoro tra le 6 e le 13.30, così da evitare le ore più calde. Il problema, però, arriva anche in cantina. «Abbiamo dovuto sostenere costi importanti per il raffreddamento. Gli impianti frigoriferi lavorano molto di più per abbattere le temperature delle uve e dei mosti». Una voce destinata a pesare sempre più sui bilanci e sulla necessità di investimento delle grandi strutture cooperative. La dimensione di Terre Cevico, intanto, consente di leggere la vendemmia su una scala che supera i soli confini storici. Nella tenuta Masselina, a Castel Bolognese la raccolta è partita ancora prima, con Chardonnay, Albana e Pignoletto. In Valpolicella si è conclusa la raccolta destinata ai rossi da appassimento, un processo che prevede uve selezionate in cassette da 3-5 chili e circa due mesi di permanenza nei fruttai prima della pigiatura. In Emilia, la produzione di Lambrusco di Medici Ermete, circa 63 ettari a conduzione biologica, si avvia alla conclusione. Nel Salento, a Maruggio, terra di Primitivo, la situazione appare differente, con una riduzione stimata del 15-20%. La diversificazione è diventata così una delle chiavi della strategia del gruppo, rafforzata anche dalla recente acquisizione, insieme a una cooperativa marchigiana, di Moncaro, storico marchio del Verdicchio. Poi arriva il mercato, forse la sfida più complessa. Terre Cevico esporta in circa 90 Paesi e deve confrontarsi con consumi che cambiano e con una situazione geopolitica internazionale non semplice. Tra tutti il tema del low alcol. Anche il tema delle giacenze, secondo il presidente, va letto con maggiore precisione. «Dobbiamo distinguere tra quello che è realmente invenduto e quello che è già venduto, contrattualizzato e destinato a essere ritirato nei mesi successivi. C’è forse un po’ di strumentale strategia comunicativa sul tema». Una parte delle scorte, ricorda, è fisiologica per vini che richiedono affinamento o per forniture programmate sui mercati esteri. Parallelamente il gruppo romagnolo sta lavorando sui nuovi comportamenti di consumo. Il vino resta il fulcro, ma accanto alle produzioni tradizionali di Sangiovese, Albana, Famoso, Metodo classico e vini affinati prende forma una linea dedicata a gradazioni più contenute. «La dealcolazione – sottolinea il presidente  significa aggiungere processi, consumi energetici e utilizzo di acqua. Per questo lavorare sulla filiera e su vitigni che naturalmente permettono di ottenere vini intorno ai 10-10,5 gradi crediamo sia la strategia efficace per intercettare mode e mercati anche nuovi». Trebbiano, Grechetto gentile e Longanesi diventano così parte di una ricerca che guarda anche ai cosiddetti «chill wines», vini freschi e di gradazione contenuta pensati per il consumo durante il pasto. Da questo percorso sono nati anche Rò, da uve Longanesi e Bunì, da Grechetto gentile. La sfida, insomma, parte dalla vigna ma arriva fino al bicchiere. «Il vino lo sappiamo fare - conclude il presidente -. Adesso dobbiamo continuare ad adattarci». Perché nella nuova geografia del vino, tra clima, energia, consumi e mercati, anche una grande cooperativa non può permettersi di stare ferma.
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