Lo «Sportivo degli sportivi», il lughese Andrea Poli si racconta: «Sono stato il miglior pattinatore del mondo, oggi faccio il cuoco e lavoro nella mia officina»

Romagna | 02 Ottobre 2026 Sport
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Luca Alberto Montanari
Sembra la stessa storia di 20 anni fa, quando un giovanissimo Andrea Poli vinse il titolo italiano Junior contro pronostico: «La gente pensava che io potessi arrivare al massimo quinto o sesto e invece, alla fine, arrivò addirittura il primo posto, tanto bello quanto sorprendente». In un contesto un po’ diverso, il film si è ripetuto oggi sulle colonne e sulle pagine social di questo giornale. Probabilmente in pochi avrebbero pronosticato la vittoria dell’ex pattinatore lughese, che invece ha messo tutti in fila aggiudicandosi il titolo di «Sportivo degli sportivi» per i 30 anni di Settesere. Dopo aver battuto Simona Ballardini, Sara Errani, Serena Ortolani e Matteo Fantinelli nella finalissima, Andrea racconta il suo cammino da sportivo, con una rapidissima ascesa da piccolo e uno stop arrivato ad appena 25 anni.
Poli, riavvolgiamo il nastro. Quando e come è nata la passione per uno sport di nicchia come il pattinaggio a rotelle?
«Ho cominciato quando avevo appena 3 anni e non poteva essere altrimenti. La pista di pattinaggio di Lugo l’ha creata mio padre nel 1973, è sempre stata di nostra proprietà e lo è anche oggi. Uno che ha in casa una pista di pattinaggio diciamo che è difficile che possa poi diventare un calciatore o un pallavolista. Si comincia per gioco, poi il pattinaggio diventa un hobby e infine, quando cominci a diventare più grande, devi prendere una decisione: mantenere soltanto l’hobby o farlo diventare l’attività della tua vita. E’ diventato per alcuni anni il mio lavoro».
Come è stato l’approccio?
«Mi hanno sempre detto che da picoclo mi sarebbe piaciuto giocare a calcio. D’altronde frequentavo una classe di 16 maschi, nella quale in 15 giocavano a calcio, mentre soltanto io pattinavo…».
Quali sono i suoi primi ricordi sportivi?
«Il primo a Carpi, quando affrontai la mia prima gara nel 1994: eravamo 50 bambini e vinsi il mio primo trofeo. Ho visto alcune foto qualche anno dopo. Ricordo che misero lo spumante in una Coppa che era più grande di me. Avevo 5 anni. Da lì ho cominciato a fare le gare vere».
E soprattutto ha cominciato ad ottenere ottimi risultati.
«Sì, a 9 anni ho vinto il mio primo campionato italiano nel 1998. Fu il primo scalino dentro al mio percorso, ero ancora molto piccolo e mi affacciavo alle prime gare importanti. Lo step successivo arrivò nel 2002, all’età di 13 anni, quando strappai la prima convocazione in Nazionale. Feci una gara tragica, andai malissimo e chiusi all’ultimo posto. Ero tra i più giovani, la tensione era alta, per me era una cosa nuova e non ero ancora entrato nel mood giusto. Un ulteriore salto arrivò nel 2006, quando vinsi i campionati Italiani a Roccaraso. La gente, come ho già ricordato, pensava che potessi arrivare dietro ai migliori, invece diventai campione italiano da Junior di primo anno, gareggiando con i più grandi. Successivamente partecipo agli Europei e arrivo secondo, ma non vengo convocato per i Mondiali».
Qual è stato l’anno della sua consacrazione?
«Il 2007. Nelle categorie giovanili arrivo secondo agli Italiani, vinco gli Europei e vinco i Mondiali categoria Junior in Australia, uno dei ricordi più belli della mia vita. Avevo 18 anni e fu la prima vittoria veramente pesante della mia carriera: vinsi gli obbligatori, dove ero una capra, nel libero arrivai secondo e ancora oggi mi mangio le mani, poi la spuntai alla combinata. Da due anni avevo cominciato un percorso di crescita, con Gabriele Quirini, che purtroppo ci ha lasciati: era uno dei migliori allenatori, se non il migliore, della storia del pattinaggio. Io non mi sono mai definito un talento o un fenomeno, ma un grande lavoratore. Mi sono guadagnato tutto con il lavoro e con la fatica e a lui devo tanto».
Da grande la sua ascesa è proseguita.
«Sì, faccio il salto nella categoria Senior assoluta e gli anni migliori li vivo tra il 2010 e il 2011, dove rimango imbattuto per due anni. Praticamente sono riuscito a vincere tutto: gli italiani e i Mondiali. Per due anni non ho praticamente mai perso una gara».
Poi cosa è successo?
«Torno dal Mondiale 2011 in Brasile e muore mio zio Giusto. Mi fermo. Ero il suo assistente, ma senza di lui avrei dovuto prendere in mano l’officina di famiglia. Quindi accantono il pattinaggio per un anno e sostituisco lo zio. Entrando nel mondo del lavoro, sarebbe stato impossibile portare avanti tutto. Mi fermo nel 2012, ricomincio per altri due anni, tra il 2013 e il 2014, quando vinco due volte i campionati Italiani ed Europei, ma non riesco a salire sul podio ai Mondiali. Nel 2014, a 25 anni, ho smesso dopo un quarto posto in una gara nella quale avevo totalizzato 3 punti in più del terzo».
Da quel momento è cominciata una vita nuova.
«Sì, mi sono allontanato dal pattinaggio dopo aver provato a fare l’allenatore, ma non era il percorso giusto per me».
Nella sua breve ma intensa carriera, ricca di vittoria, ha un rimpianto?
«Ho vinto tutto, ma ne ho un paio. Il più grande: l’argento nel Mondiale in Australia del 2007. E, nel 2009 in Germania, ero primi dopo i primi tre esercizi e sono arrivato secondo per un decimo di punto nel quarto esercizio».
Oggi cosa fa nella vita?
«Mi sono sposato, vivo a Sant’Agata sul Santerno, dopo tre mesi che ho finito casa è arrivata l’alluvione. Faccio il fabbro nell’officina di mio zio, che è diventata mia, e lavoro alla pista di pattinaggio Up and Down con mia sorella».
Tornando nuovamente indietro, ha un ringraziamento speciale da fare?
«Innanzitutto a mia moglie Roberta, che mi supporta e mi sopporta, e naturalmente alla mia famiglia. Ma devo dire grazie anche a tutte le persone che mi sono state vicinde durante gli anni della mia carriera, l’istituto San Giuseppe di Lugo, l’Istituto Sant’Umiltà di Faenza e ovviamente la società Up and Down, senza dimenticare la scuola. E’ stata un’avventura bellissima anche grazie a loro».
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