La musica, la ceramica, la pittura: "Noi artisti venuti da lontano"

Romagna | 14 Gennaio 2020 Cronaca
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Barbara Gnisci
Molte volte il pomeriggio, specie in primavera o in autunno, Amissao Lima si inoltra nelle campagne romagnole con la macchina piena di attrezzi: colori, pennelli, tavolozze sono gli strumenti che porta con sé. Perché Amissao è un pittore, sebbene per lavoro faccia il centralinista in una cooperativa: «Quando hai frequentato l’Accademia di Belle Arti per quattro anni, non puoi smettere di dipingere. Sarebbe una cosa grave. Anche se per mantenere la tua famiglia devi trovarti un’altra occupazione». Tramonti, alberi in fiore, casali e rustici abbandonati. La pittura en plein air è tra le sue favorite: «Mi piace ritrarre soprattutto l’autunno, perché apparentemente sembra grigio, ma se guardi bene c’è una magia di toni non molto vividi, che appaiono solo a un occhio attento». Amissao, della Guinea Bissau, arriva a Ravenna per motivi di studio nel 1984: «Nel periodo in cui arrivai in Italia, non erano molti gli immigrati che si fermavano qui forse è proprio per questo che nei miei confronti ho sempre riscontrato una grande curiosità e cordialità». Inizialmente ospite di Norma Zaccarini, in quegli anni venne in Italia grazie alla sua provvidenza e a quella del Comitato d’Amicizia di Faenza: «Mio padre aveva quattro mogli e sedici figli. La mia famiglia stava bene. Vivevamo di pastorizia e di agricoltura. Io frequentavo un liceo e nel pomeriggio andavo in una bottega d’artigianato nella capitale Bissau. Creavo sculture con l’argilla alle quali, una volta seccate, davo il colore. La mia passione per la pittura nasce proprio dalla scultura. Utilizzavo noci di cocco, corna di mucca e argilla. Poi un giorno, ho preso una copertina di plastica e ho cominciato a dipingere con dei colori che erano avanzati al maestro Augusto Trigo, un artista portoghese che aveva realizzato un’importante opera per la banca del mio paese. Lui mi disse di metterci dell’olio e io chiesi quello da cucina a mia cognata. Quello fu il momento in cui iniziai a dipingere». Dopo l’Accademia di Belle Arti, Amissao si trasferisce nuovamente a Faenza e viene raggiunto dalla moglie con la quale ha tre figli: «Dipingevo tenendo in braccio i miei bambini. Per stare con loro, in quel periodo, smisi di usare i colori a olio, non avrebbe fatto bene alla loro salute. Ed è così che i miei figli hanno imparato a guardare il mondo da un punto di vista molto particolare». A tenere viva la vena artistica di Amissao sono anche i colori e le immagini del suo paese: «Oltre alla natura mi piace dipingere le figure, in particolare la maternità. Ho ritratto mia moglie tantissime volte durante le sue gravidanze. Si tratta di dipinti che hanno una luce diversa, quella del ricordo della mia Africa». 

ISPIRAZIONI DA PENDOLARE
È ndo il pendolare tra Ravenna e Bologna che Victor Fotso Nyie (nella foto) realizza «Made in train», un centinaio di teste di argilla che traggono ispirazione dai volti dei suoi compagni di viaggio. Un lavoro che gli vale il primo premio Roberto Daolio 2017 per l’arte pubblica, indetto dall’Accademia di Belle Arti di Bologna: «Bisognava realizzare un lavoro di impatto urbano da introdurre nella città e io ho pensato di realizzare qualcosa per colmare i vuoti provocati dal tempo nella porta di San Donato, struttura medievale che si trova al centro della città. Le piccole sculture sono state posizionate al posto dei mattoni mancanti. Ciò che mi interessava era l’interazione tra il mio fare quotidiano e questa porta ormai dimenticata, ma una volta molto importante. Ho realizzato un atto performativo che è stato inaugurato durante Arte Fiera del 2018». Un’opera che nasce da uno sguardo curioso sulla contemporaneità, ma che porta con sé un fattore culturale molto rilevante, rindosi al Culto dei Crani, un culto attivo specialmente nell’Ovest del Camerun: «Secondo la tradizione, l’anima delle persone risiede proprio nella testa. Ed è per questo che i crani dei defunti sono conservati con particolare devozione. È un culto che sta scomparendo e che resiste solo in alcuni villaggi. Fa parte della tradizione Bamileke». Victor Fotso Nyie, 29 anni, si diploma in ceramica all’Istituto di Formazione Artistica (IFA) di Mbalmayo, fondata dall’associazione italiana Centro orientamento educativo nel suo Paese. Arrivato in Italia nel 2012, sta ancora proseguendo i suoi studi: «Dopo il mio arrivo mi sono iscritto all’Isia di Faenza e contemporaneamente ho frequentato il corso di mosaico dell’Accademia di Belle arti di Ravenna. Ora sono in procinto di laurearmi alla specialistica di scultura all’Accademia di Bologna». Ceramista, mosaicista e pittore, Victor lavora da un paio d’anni come dipendente in una delle più importanti botteghe di ceramica di Faenza, la Bottega Gatti, e ha, inoltre, aperto da poco un proprio studio dove porta avanti la sua ricerca artistica. Ritorno alle origini, figure femminili, temi legati alla quotidianità sono gli elementi che ricorrono nella sua poetica: «Con una delle opere di “Bios”, una serie di sculture in ceramica che rappresentano delle pance femminili durante la gestazione, ho appena vinto il primo premio della Biennale Don Patruno di Cento. Queste sculture possono essere interpretate in vari modi, poiché le chiavi di lettura sono molteplici e soggettive. Si tratta di pance realizzate su pale bianche che hanno una doppia lettura. Dall’interno è visibile la vita, attraverso dei piccoli piedi; all’esterno i segni delle sofferenze e delle frustrazioni mediante macchie, cicatrici e rigonfiamenti. É un inno alle origini e alla femminilità, senza dimenticare mai chi siamo e come viviamo. Ci sono dei riferimenti anche alle violenze vissute dalle donne». Al momento Victor sta preparando una serie di busti in ceramica intitolati «Automi»: «Quando ho scelto di venire in Italia, i miei genitori hanno avuto tutto il tempo per prepararsi all’idea. Ho dovuto affrontare una vera e propria gara, con esami e vari colloqui, perché in molti vorrebbero avere questa opportunità. Ma nonostante tutto, il distacco da loro è stato forte. Queste sculture si ispirano proprio al sentimento della nostalgia e hanno le fattezze dei miei familiari. Sono figure umane realizzate con dei moduli cilindrici che si rifanno all’arte classica africana e sono ricoperte con metalli preziosi». Alcune di queste sculture sono state esposte nel 2019 alla Galleria P420 di Bologna in occasione dell’Open Tour.

DAL DOLORE ALLA CHITARRA
Il prossimo obiettivo di Johnson Odiase, invece, è partecipare alle selezioni di X Factor. Vola alto il 21enne nigeriano, nato a Torino, che ha sempre voluto fare un’unica cosa nella vita: dimostrare che dentro di sé ha qualcosa di diverso, qualcosa che lo rende speciale. Cresciuto in Piemonte fino ai sette anni con sua mamma e i figli del suo patrigno, si trasferisce in Nigeria quando i servizi sociali tentano di dividere la famiglia: «Mio padre ha sempre vissuto a Ravenna, mentre mia madre, quando ha rotto con il suo nuovo compagno, va fatica a mantenere me e i suoi tre figliastri. Così ci ha accompagnati tutti dalla sua sorella gemella a Benin City, mentre lei è tornata a Torino per lavorare e mandarci dei soldi. Mia mamma non ha mai saputo che mia zia ci maltrattava. Mi picchiava spesso. Ci vietava di “sparlare” in italiano. Credo che sia stato il trauma vissuto per tanti anni, che mi ha fatto dimenticare la mia lingua di origine». 
Ma è proprio in Nigeria che Johnson sviluppa una passione per la musica: «Mi sentivo strano, non condividevo nessun interesse con i miei coetanei. Loro parlavano di donne e soldi, io di musica e di scrivere libri. Mi sentivo al mio posto solo quando andavo in chiesa a cantare il gospel, perché lì ero libero. Nessuno mi giudicava, ma fuori da lì, stavo male. Ero convinto di non valere nulla». Johnson comincia anche a suonare la chitarra: «Mi piace la musica pop, americana e inglese. Con il tempo mi sono avvicinato ai cantautori più intimisti e ora scrivo le mie canzoni che parlano di me, dei miei sentimenti, ma soprattutto delle storie che vedo intorno a me. Ho iniziato a comporre musica per buttare fuori rabbia, ansia e dolore». Finita la scuola, Johnson chiede al padre di poterlo raggiungere in Italia, ma una volta arrivato, scopre che lui, nel frattempo, si è trasferito insieme alla nuova moglie a Londra: «Sono stato nella loro casa popolare fino a quando non è sopraggiunto lo sfratto. Poi sono stato ospite di amici e, al momento, mi trovo in una parrocchia, ma ancora per poco». Johnson cerca di sopravvivere come può: ha lavorato in un ristorante, ha fatto altri lavoretti, ha dormito per strada, ma senza mai abbandonare la musica. E, inoltre, ha imparato l’italiano per la seconda volta: «Un giorno, passeggiando per Ravenna, arrivo alla Casa delle Culture e, per mia fortuna, mi imbatto in Antonella Rosetti e Simona Ciobanu che mi danno la possibilità di raccontare la mia storia nelle scuole attraverso il progetto “Odissea” e anche di fare laboratori di musica. Loro hanno creduto in me e nelle mie potenzialità e per questo sarò per sempre grato». Nel frattempo Johnson conosce un musicista italiano, Alessandro Rossi, e insieme cominciano a comporre testi e musica: «La nostra idea è quella di fare un concerto gratuito per la città. Ora sono in cerca di una nuova sistemazione e aspetto le audizioni».
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