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IL CASTORO | Alla Notte bianca del liceo di Faenza ospite David Riondino: funambolico talento

Romagna | 28 Marzo 2020 Blog Settesere
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Martina Panzavolta
Lo scorso 17 gennaio, dopo aver dilettato la platea della Notte Bianca con riletture del Boccaccio e dell’Ariosto, David Riondino ha accettato di farsi intervistare da Il Castoro.
Se ti cerchiamo su internet, sotto al tuo nome ci sono tantissimi te: attore, cantautore, regista, scrittore… e forse qualcos’altro. Come ti classificheresti?
«È la critica che divide, ma non è così giusto classificare sempre tutto. Prendiamo l’attore, per esempio. L’attore studia un testo, lo contestualizza, ne fa un’analisi filologica, lo sposta nella storia, lo intona. Il suo lavoro ha a che fare con la musica, con la scenografia, con l’arte, con la letteratura. Se fatta in maniera completa e complessa, ogni disciplina filtra sempre i saperi precedenti per farne una cosa unica. Io cosa faccio? Leggo, ascolto e poi rielaboro le cose che mi piacciono, cerco di dare nuova vita a classici e a opere del passato. Di solito riscrivo in versi, mi piace molto, e cerco di offrire una nuova chiave di lettura a chi vuole ascoltare o guardare».
Da quanto hai detto, cerchi di dare nuova voce alla letteratura. In realtà il tuo primo lavoro è stato quello di bibliotecario alla Nazionale di Firenze. Hai da sempre respirato letteratura e da custode di libri ti sei reinventato per dare a quell’arte una nuova voce. C’è ancora qualcosa in te di quel bibliotecario?
«C’è tutto del bibliotecario. La biblioteca in sé è molto interessante e quella di Firenze lo è particolarmente, perché, per legge, raccoglie due esemplari da tutte le tipografie italiane dal 1860 in poi. Ne arrivano di ogni: tessere di partito, figurine, poster… e ovviamente libri. Il bibliotecario, paradossalmente, cataloga costantemente un materiale che non riuscirà mai a possedere totalmente. È un lavoro anche un po’ spirituale, ordinare l’indecifrabile. Io ho deciso di prendere spunto da quei libri, perché so che hanno quella cosa che può cambiarmi, che può darmi uno spunto in più.  Lo dice anche Borges, ne La Biblioteca di Babele: tutte le cose che ci sono e che avvengono sono già scritte, da qualche parte, in un libro». 
A casa mia, David Riondino è conosciuto per lo «Sgurz», che è quella cosa che uno capisce soltanto se ce l’ha. Ma che cos'è esattamente?
«Sì è vero. C’è chi lo Sgurz non ce lo avrà mai, chi lo ha da sempre… ma bada bene, non tutti quelli che ce l’hanno lo mantengono, non è una professione. Lo Sgurz è una cosa che non ti saresti immaginato, che magari avevi sotto gli occhi da tanto tempo e che detta al momento giusto risolve la situazione. Lo Sgurz fa parte delle molte cose che non sappiamo: si manifesta in un attimo non calcolato, è quella cosa che cogli se sei nelle condizioni di poterla vedere. Per spiegarlo meglio c’è Madonna Filippa del Decameron di Boccaccio. Madonna Filippa si trova alle strette e deve difendersi. Dice: “Chiedete a lui - rivolgendosi a suo marito - se gli ho mai fatto mancare niente in materia di doveri coniugali. E lui risponde di no. Se egli ha di me avuto quel che gli bisognava, che deggio fare io di quello che mi avanza?” Ecco lo sgurz: “Dite, se ai cani lo dovrò gettare, non sarà miglior spesa darlo in abbondanza a un gentiluomo innamorato, che doverlo perdere o guastare”. A quel punto tutti si alzano in piedi con un applauso e la portano in trionfo».
Sei sempre stato un artista (cantante, scrittore, attore), non hai mai mancato il ruolo di intellettuale impegnato e resti un critico dell’attualità. Come riesci a coniugare queste due dimensioni?
«La mia generazione nasceva in un contesto che necessitava una riflessione critica. Negli anni Ottanta spuntavano sempre più inserti di giornale che parlavano di attualità e che trattavano la realtà in maniera obliqua, satirica, canzonistica, ironica, poetica e così via. Alcuni esempi erano Cuore e Tango, che hanno costituito le pagine centrali de l’Unità e che in quegli anni vendevano il giornale. La politica tornava a essere qualcosa su cui poter mettere le mani senza essere uno specialista. C’erano addirittura festival, come quello di Montecchio, che trattavano solo spettacoli di questo tipo. Ecco, io appartenevo a quella generazione lì. Per me è stato l’ideale, ero in linea con le condizioni del mercato. Adesso questo pubblico si sta restringendo, oggi non si riuscirebbe a ricostruire quel mondo così facilmente. Forse le sardine sono un lontano lascito di quei sentimenti».
Poco più di un mese fa hai pubblicato «Sussidiario», il tuo ultimo libro. Tu stesso lo definisci «libro di parole e figure che contiene poesiole, filastrocche, raccontini e cronache sociali in versi». Dicci qualcosa di più.
«Sussidiario è nato dalla raccolta di tanti materiali fatti nel corso del tempo. È composto da una serie di scritture autosufficienti, una serie di capitoletti:  Il magico mondo di Renzi, che tratta di tutte le campagne e i referendum, Capitolo di scottante attualità, che racconta tutte le ultime cose, poi ci sono pagine sull’archeologia, in cui parlo di me. A ogni sezione dedico un poemetto in ottave. C’è anche l’esercizio grafico notevole di Francesco Spadone, che ha reso il mio libro come se fosse un paesaggio. Credo che la scrittura in ottave sia un ottimo abbinamento all’illustrazione. In fondo, l’idea non è mia, è il verbo greco oráo che lo suggerisce, perché per la sua radice significa sia vedere che sapere».
Tu hai portato alla luce i poeti improvvisatori cubani. Quale legame hai con il loro esercizio?
«Loro sono in grado di comporre in estemporanea in versi, come poi faccio io. A me piacciono le ottave in endecasillabi, loro invece, per tradizione, utilizzano la decima in ottosillabi. Sembra un lavoro magico inventare strofe su due piedi, ma lì lo sanno fare anche i contadini. Insieme a degli amici cubani, ho fatto un documentario su quest’arte. In realtà non è poi così difficile: serve sicuramente esercizio e magari può aiutare cadenzare o canzonare le parole per avere il tempo di pensare fra un verso e l’altro. Te lo dimostro ora, con un’ottava in endecasillabi. Siamo a Faenza insieme con Maggiani /e stiamo conversando con Martina. /Arriveremo felici a domani / e con voi ci vivrei perfino in Cina. /Con voi domerei lepri gatti e cani, /il tacchino, la quaglia e la gallina. /E in tutto questo mi domando /se scriverai cose splendide di me».
Sono uscite cose splendide!
 
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