Faenza, negli scatti di Isacco Emiliani il cambiamento climatico dall’Amazzonia all’Artico: «In un mondo che corre veloce, serve una fotografia lenta e consapevole»

Michela Ricci - Ha documentato il disgelo dei ghiacci nell’Artico, ha respirato il fumo degli incendi dolosi in Amazzonia e ha attraversato gli ecosistemi più fragili di Asia e Africa equatoriale per colossi come 3B Meteo. Eppure, per il fotografo faentino Isacco Emiliani, classe 1991, la vera sfida alla frenesia del mondo è tornata a pulsare a casa, nel silenzio della Bassa Romagna. Una carriera internazionale spesa sul fronte del cambiamento climatico trova oggi una sintesi in «Alberi», la mostra curata da Matteo Penazzi alle Pescherie della Rocca di Lugo (fino al 31 maggio). Un archivio intimo nato in parallelo con i suoi grandi viaggi: sette anni di spedizioni notturne e 132 uscite al fianco del nonno Tonino per salvare dall’oblio 40 giganti verdi del territorio, custodi silenziosi di una memoria globale.
Dall’Artico all’Amazzonia, lei ha raccontato alcuni degli ecosistemi più fragili del pianeta. Che cosa l’ha spinta a dedicare sette anni agli alberi monumentali della Bassa Romagna?
«In realtà, questo progetto rappresenta l’inizio del mio percorso artistico. Tutto è cominciato nel 2015, quando con mio nonno Tonino abbiamo iniziato queste spedizioni notturne, ispirati da libri iconici come ‘80 alberi da salvare’ di Valido Capodarca. Quella ricerca è andata avanti fino al 2022 e, nel frattempo, la mia vita professionale è cambiata radicalmente. Nel 2016 ho avviato ‘Arctic Visions’, un progetto tuttora in corso sul cambiamento climatico e sulle trasformazioni delle comunità native. Da lì sono nate anche spedizioni in Amazzonia, Groenlandia e lungo la penisola italiana. Per me non c’è separazione: la ricerca sui giganti verdi della Romagna e i reportage internazionali sono cresciuti insieme, spinti dalla stessa urgenza di raccontare la fragilità del presente e il valore della memoria».
La scelta di fotografare questi giganti di notte regala alle immagini un’atmosfera sospesa, quasi fuori dal tempo. È stato un modo per isolarli dal caos della quotidianità?
«I motivi, in realtà, sono diversi. All’inizio c’era una forte componente pratica: di giorno il tempo era poco, e mio nonno, facendo il contadino, aveva ritmi simili ai miei. La notte era il nostro momento. Ben presto, però, è diventata una precisa scelta espressiva. Fotografare un albero di giorno è incredibilmente complesso: c’è troppa luce, ci sono molti elementi di disturbo visivo. Di notte, invece, il buio cancella tutto il superfluo e permette di ‘disegnare’ con le torce e i fari, illuminando e valorizzando solo ciò che decidi tu. Questo approccio ha dato un’identità precisa a tutto il lavoro, confluito anche nella pubblicazione del libro ‘Ottantuno’, pensato per essere scoperto al buio con una torcia».
Il progetto non racconta solo la natura, ma anche un profondo legame intergenerazionale. Com’è stato condividere queste spedizioni con il nonno Tonino?
«È stata un’esperienza che ha arricchito entrambi. Ogni scatto richiedeva una preparazione lunghissima: partivamo a metà pomeriggio per arrivare all’albero verso sera, fra trasferimenti in macchina e lunghi tratti a piedi. Tutto quel tempo dilatato, passato a muoverci verso l’obiettivo, si trasformava nello spazio perfetto per dialogare, riflettere e confrontarsi. Spesso andavamo incontro a un albero senza sapere esattamente cosa aspettarci. L’immagine nasceva molto prima dello scatto vero e proprio: nel percorso condiviso, nelle parole e nei silenzi tra di noi».
Dalla Romagna ai reportage internazionali, lei si trova spesso davanti a una natura potente ma fragile. Qual è l’impatto emotivo di fronte a scenari in cui l’uomo sembra aver spezzato l’equilibrio del pianeta?
«Ci sono situazioni a cui si fa davvero fatica a dare una risposta razionale. In Amazzonia, ad esempio, la cosa più violenta è stata toccare con mano fino a dove l’uomo possa spingersi quando vede la natura esclusivamente come una fonte di profitto economico. C’è una foresta con una biodiversità incalcolabile, fondamentale per la sopravvivenza del pianeta, che viene deliberatamente bruciata, poi sfruttata per il pascolo dei bovini e infine coltivata a soia, in un ciclo infinito dettato solo dal guadagno. Davanti a dinamiche così immense si prova un forte senso di impotenza».
Lei ha scelto un percorso fortemente impegnato, accendendo i riflettori su realtà che dovrebbero riguardare tutti noi. Crede che la fotografia possa ancora risvegliare le coscienze sui temi ambientali?
«Lo spero davvero. Per come la interpreto io, la fotografia è un mezzo capace di unire mondi diversi. Quando ho affrontato i viaggi con 3B Meteo, ad esempio, mi sono sentito come l’anello di congiunzione visivo rispetto a una materia profondamente scientifica e tecnica. Il mio compito era dare una forma comprensibile a ciò che la scienza studia, veicolando l’impatto del cambiamento climatico attraverso le immagini. Nel caso di ‘Ottantuno’ o della mostra di Lugo, la responsabilità è legata alla memoria. Offrire uno sguardo di questo tipo sui nostri alberi monumentali serve a ricordarci che cosa sono, come possiamo interpretarli e, soprattutto, quanto sia vitale per il futuro tutelare queste aree».
Nell’epoca del consumo rapido delle immagini, la fotografia può ancora restituirci il tempo dell’attenzione?
«Sì, se è fatta con coscienza. Oggi questo mondo vive un momento storico complesso e non sempre positivo. I social hanno innescato un meccanismo che premia la velocità e l’apparenza, portando anche alla diffusione di immagini naturalistiche artificiali, scattate in contesti costruiti dove gli animali non si trovano in situazioni reali. Quando invece la fotografia viene praticata e fruita con consapevolezza, pesando le emozioni e rispettando il contesto, ha un potere straordinario: obbliga a fermarsi, a ritrovare il tempo dell’oscurità, del silenzio e dell’attenzione».