Faenza, la volontaria di Alcamo, Dalila Ardito: «Intervenire dove il confine diventa tragedia»

Romagna | 13 Giugno 2026 Blog Settesere
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Arua Charfi - Dalila Ardito, trentasettenne originaria di Alcamo, in provincia di Trapani, è una biologa marina e volontaria da anni impegnata nel salvataggio dei migranti nel Mediterraneo. Collabora con la guardia costiera siciliana e con diverse Ong, prendendo parte alle missioni umanitarie in mare e al recupero dei corpi delle vittime dei naufragi. Consigliere nazionale del settore adulti di Azione cattolica, Ardito ha imparato nel tempo cosa significhi davvero ‘sconfinare’. Il suo impegno nasce da un’esperienza che segna profondamente il suo percorso: il 3 ottobre 2013 si è trovata di fronte a un mare di corpi galleggianti. Da allora, restituire dignità a chi ha perso la vita e ascoltare le storie di chi sopravvive è diventata una scelta di vita. Venerdì 27 marzo ha incontrato gli studenti del Liceo Torricelli-Ballardini, offrendo loro un’occasione di confronto su una realtà spesso raccontata in modo superficiale.
Questo lavoro le ha cambiato il modo di intendere parole come «confine» o «sicurezza»?
«Sì, tanto. Con questo lavoro ho imparato a sconfinare, in tutti i sensi e in tutti i campi della mia vita, sempre con educazione e con rispetto. È vero che ci sono le leggi e le regole da rispettare, però la storia cambia, o la storia si fa, se si sceglie di restare umani, altrimenti abbiamo fallito in tutto. E se oggi succede quello che succede è perché, secondo me, abbiamo perso un po’ di umanità».
Come si affronta psicologicamente il recupero dei corpi in mare?
«All’inizio, per i primi anni, avevo a disposizione un supporto psicologico quando tornavo in porto, poi l’hanno tolto. Ora, ogni mattina, dico che vado a correre, ma poi passo 10-15 minuti in una chiesetta. Non parlo del lavoro con la famiglia: molte vicende ad esso legate mia mamma le ha scoperte accompagnandomi a incontri pubblici. Mio marito, che è un medico, spesso si lamentava che con me non si riusciva a parlare, anche perché, soprattutto nei primi giorni, ho bisogno di sedermi, di silenzio, non riesco a mangiare la carne, perché il solo odore mi riporta a quei momenti, non riesco a dormire perché sento le grida delle persone. Forse prima o poi mi sarà necessario un supporto psicologico, perché quando arrivi a contarne 78, ti giri e continui a vedere persone che galleggiano, non è facile».
C’è qualcosa che, dopo queste esperienze, non riesce più ad accettare?
«Sono tante, a partire già da come li definiamo: «extracomunitari». Noi italiani siamo i primi che sono emigrati e non penso che sia stato facile nemmeno per i nostri nonni e bisnonni arrivare in America. Tant’è che la storia di Little Italy ci fa capire quanto venivano emarginati. Mi fa bollire il cervello il pensiero secondo il quale ci sono «loro» e ci siamo «noi», la discriminazione. Questo servizio che faccio mi ha permesso di vedere le cose da un altro punto di vista: non quello della disperazione o della follia, ma quello della speranza, che per i migranti è fondamentale. Nonostante la paura, la loro sete di vita è molto più forte».
Secondo lei, cosa manca di più nel modo in cui si parla dell’immigrazione?
«La verità. Ci viene detto ciò che vogliamo sentirci dire, così non dobbiamo sentirci in colpa e possiamo continuare a sfruttare queste persone. Il paese di origine di mio marito è in provincia di Ragusa, famosa per la coltivazione del pomodoro datterino e del ciliegino: prodotti che vengono coltivati nelle serre, dove lavorano gli immigrati per 3 euro al giorno, con 50 gradi. Mentre noi ci lamentiamo quando fuori ci sono 37 gradi, loro lavorano lì dentro.
Troppo spesso viene raccontata una mezza verità, o addirittura una bugia».
Pensa che conoscere queste storie cambierebbe l’opinione delle persone?
«Sì, ma tutto dipende da quanto siamo disposti a farci cambiare da esse, perché una cosa è sentirle, un’altra è ascoltarle. Anche quando incontro gli studenti, a volte, c’è chi non ascolta: o perché non vogliono affrontare il problema o perché non interessa e non li si può certo obbligare. Conoscere è importante, ma non soltanto le realtà estreme, quelle che portano chi ascolta a dirsi: ‘Io non posso andare in mezzo al Mediterraneo a salvarli, cosa devo fare?’. Andrebbero conosciute anche realtà molto più vicine a noi, di cui ci si deve preoccupare e di cui si può parlare».
Cosa significa per lei non voltarsi dall’altra parte?
«Significa essere pronti a tutto, soprattutto alle critiche e alle parole senza senso. Significa imparare a fare posto dentro di noi. Una volta, in mare, mi è capitato di vedere in lontananza delle persone aggrappate a un pezzo di legno, ma la squadra della Guardia costiera con cui ero mi ha detto che non potevamo recuperarli con la loro imbarcazione, perché si trovavano in acque internazionali. Allora io, volontaria, non rappresentante di nessuno, ho deciso di andarli a prendere a nuoto: era una famiglia con due figli e la mamma era anche incinta. Il rischio che correvo era alto, sarei potuta tornare indietro, ma in quel momento mi sono messa in discussione, non potevo farlo! Non voltarsi significa, prima di tutto, guardare dentro se stessi e capire chi si vuole essere. Non serve avere una professione specifica per aiutare: lo si può fare anche per strada o con chi abbiamo vicino».
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