Faenza, dai corsi di grammatica ai video sui social, la passione di Fabrizio ‘Caveja’ Barnabè per il romagnolo: «È una lingua ancora viva, che ci riporta con i piedi per terra»

Romagna | 25 Aprile 2026 Cultura
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Michela Ricci - Il romagnolo vive oggi in una zona d’ombra: per molti di noi è la lingua dei genitori o dei nonni, che comprendiamo quasi per istinto, ma che fatichiamo a tradurre in espressione attiva. Fabrizio ‘Caveja’ Barnabè, faentino classe ‘88, ha deciso di operare proprio in questa fessura, con un progetto di divulgazione che si snoda su due binari: da un lato corsi strutturati per chi vuole imparare a parlare e a scrivere in romagnolo, dall’altro la comunicazione digitale, con una serie di video in romagnolo sulle sue pagine social, dove è diventato per tutti «Il Romagnolista».
Dicono che per capire chi siamo, dobbiamo prima allontanarci. È stato l’incontro con l’altro, fuori dai confini romagnoli, a spingerla verso questa ricerca?
«Sì, è successo a Bologna, durante gli anni dell’università. Solo incontrando i ‘non-romagnoli’ ho messo a fuoco il perimetro della mia identità. All’inizio è stato un impulso artistico: scrivevo canzoni e la mia terra finiva ovunque, nei testi e nelle atmosfere. Ma c’era un corto circuito: parlavo di Romagna senza conoscere il romagnolo. Così ho iniziato a studiare, prima in famiglia, poi girando per le campagne con un registratore a caccia di testimonianze tra gli anziani. Nel giro di qualche anno, imparando sul campo, sono diventato romagnofono. Da quell’archivio di voci ho estratto regole, schemi, una grammatica viva. I corsi sono nati nel 2021: volevo che quella lingua tornasse a essere di tutti».
Imparare una lingua da adulti non è solo un esercizio di memoria, ma un cambio di prospettiva. Cosa le ha dato la lingua romagnola?
«Il romagnolo mi ha regalato uno sguardo nuovo: è una lente che mostra la realtà in modo diverso dall’italiano. La sua forza è la capacità di rendere fisico ogni concetto, anche il più vago. Io tendo a essere un ‘iper-mentalista’ e il romagnolo per me funge da contrappeso: mi riporta con i piedi per terra».
Ai suoi corsi partecipa un pubblico molto variegato. Chi sono le persone che vogliono imparare il romagnolo oggi?
«Le spinte sono le più disparate, ma il cuore del pubblico si divide in due correnti. Da un lato i giovani tra i 20 e i 40 anni: sentono un vuoto d’identità e cercano gli strumenti per colmarlo. Dall’altro ci sono persone più avanti con l’età. Sono cresciute col romagnolo come lingua madre, poi bruscamente sostituito dall’italiano. Per loro tornare a queste parole significa fare pace con il passato e riannodare i fili di un discorso spezzato a volte troppo presto. C’è chi riscopre frammenti dei genitori o dei nonni e mi ringrazia per avergli permesso di rimettere insieme i pezzi. Spesso sottovalutiamo quanto una lingua sia più di un semplice codice di comunicazione: è un ponte».
C’è chi vede il dialetto come una lingua statica. Lei però sta lavorando a un dizionario di neologismi: come si traduce il presente in romagnolo?
«Per mezzo secolo la produzione di termini nuovi si è congelata: si era deciso che il romagnolo dovesse restare la ‘lingua di una volta’. Ma se vogliamo che i giovani provino a utilizzarlo, dobbiamo dare loro le parole per raccontare il mondo di oggi. Per questo a Natale uscirà un mio dizionario di neologismi. La logica che seguo è rendere ogni concetto il più fisico possibile. Prendiamo un termine della psicologia moderna come ‘pensieri intrusivi’: in romagnolo ho scelto di tradurlo con ‘pinsir ṣnaṣarlõ’ (da ‘ṣnaṣê’, ovvero ficcanasare, intrufolarsi). Il concetto non perde forza, anzi: diventa più materico e, paradossalmente, meno grave. Lo stesso vale per il linguaggio digitale: per dire ‘seguimi’ su Instagram, a Faenza diciamo ‘tnē dri’ o ‘stê dri’».
Com’è nato ‘Il Romagnolista’ sui social network?
«Avevo già un profilo personale, ma sentivo il bisogno di uno spazio dedicato: così è nato ‘Il Romagnolista’. Quando i video hanno iniziato a macinare visualizzazioni, ho capito che non era solo una questione di numeri, ma di sguardo. Fino a quel momento il romagnolo era stato trattato quasi esclusivamente come un reperto etnografico. Io stavo provando a fare l’opposto: usare un linguaggio immediato, contemporaneo, pop. La vera sorpresa è stata scoprire che molti dei miei seguaci non erano romagnoli. Mi scrivevano dicendo che era una lingua bellissima, quasi ipnotica. Lì ho avuto la conferma che il romagnolo ha un valore che scavalca i confini regionali. Se una lingua che affonda le radici nel passato riesce ad attraversare con naturalezza strumenti nuovi e piattaforme digitali, significa che è viva ed elastica».
Quindi possiamo smettere di parlare del romagnolo al passato? Ha le carte in regola per essere una ‘lingua del futuro’?
«Solo qualche anno fa, un’affermazione del genere sarebbe stata impensabile. Eppure oggi porto i miei laboratori nei licei e trovo ragazzi entusiasti, pronti a riscoprire questo codice. Il punto è culturale: il romagnolo non è un dialetto, inteso come una variante minore dell’italiano, ma una lingua vera e propria, cresciuta in parallelo. Vederlo usato oggi per dare il nome a un’attività commerciale o per comunicare sui social è la prova della sua elasticità. Ha dimostrato di saper scavalcare i confini del passato per abitare il presente. È una lingua che ha ancora molto da dire».
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