Comuni montani esclusi, si allarga il fronte della protesta. Consiglieri regionali Pd e sindaci: «Il Governo divide i territori»

La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Dpcm che ridefinisce l'elenco dei Comuni montani beneficiari delle misure previste dalla legge 131/2025 accende nuovamente lo scontro politico e istituzionale. Dopo mesi di mobilitazioni e richieste di confronto, il provvedimento conferma l'esclusione di numerosi comuni che in passato godevano dello status di montanità. Una decisione che ha provocato la dura reazione sia dei consiglieri regionali del Partito Democratico sia dei sindaci dei territori interessati.
Il capogruppo Pd in Assemblea legislativa Paolo Calvano, insieme ai consiglieri Daniele Valbonesi, Anna Fornili, Barbara Lori, Matteo Daffadà, Alice Parma, Lodovico Albasi, Gian Carlo Muzzarelli e Fabrizio Castellari, definisce il decreto «un atto grave che ignora i territori e opera una divisione inaccettabile tra comunità che condividono le stesse criticità». Secondo gli esponenti dem, la nuova classificazione non rappresenta una semplice revisione amministrativa, ma produce effetti concreti su risorse e servizi. L'esclusione comporterà infatti minori opportunità di accesso a bandi e finanziamenti, la perdita di premialità per i servizi pubblici e ricadute dirette sulla scuola, dove verranno meno le deroghe al numero minimo di alunni per classe, proprio in aree già segnate dallo spopolamento. Preoccupazione anche per il comparto agricolo. Le aziende dei comuni esclusi saranno infatti equiparate a quelle di pianura per il versamento dei contributi previdenziali, con un aggravio di costi che, secondo il Pd, rischia di compromettere la sostenibilità economica delle imprese che operano nelle aree collinari e appenniniche. Per i consiglieri regionali la scelta del Governo si fonda su «un astruso calcolo di valori altimetrici» che non tiene conto delle reali condizioni socioeconomiche dei territori. Da qui l'accusa di aver creato «comuni di serie A e di serie B» all'interno dello stesso Appennino, rompendo quell'unità territoriale che, sostengono, dovrebbe invece essere rafforzata.
I dem contestano anche il metodo seguito dall'Esecutivo, accusato di aver chiuso ogni spazio di confronto nonostante le richieste avanzate da Regioni, amministrazioni locali, sindacati e categorie economiche. Un riferimento anche alle rassicurazioni che, ricordano, erano state fornite ai sindaci durante la manifestazione del 13 maggio a Roma e negli incontri successivi sul territorio. Ma la protesta non arriva soltanto dalla politica regionale. Anche i sindaci dei comuni esclusi parlano di una scelta imposta senza ascoltare le autonomie locali. In una nota congiunta sottolineano come il dialogo richiesto «continui a essere ignorato dal Governo», evidenziando che il decreto è stato definitivamente pubblicato senza recepire le osservazioni formulate in questi mesi.
Per gli amministratori locali la nuova classificazione rischia di compromettere la capacità dei Comuni di garantire servizi adeguati ai cittadini e di contrastare lo spopolamento delle aree interne. Ricordano inoltre le mobilitazioni promosse insieme alle comunità locali, considerate la dimostrazione di un forte attaccamento al territorio, rimasto però senza risposta. I sindaci ribadiscono che la battaglia non si fermerà con l'entrata in vigore del decreto, prevista per il 22 luglio. L'obiettivo resta quello di ottenere una revisione della normativa e di riportare il confronto nelle sedi istituzionali, rivendicando il ruolo delle autonomie locali nella definizione delle politiche dedicate alla montagna. Il fronte degli amministratori e quello del Partito Democratico si ritrovano così sulla stessa linea: chiedere una revisione dei criteri introdotti dal Governo e scongiurare quella che definiscono una frattura tra territori che condividono le medesime condizioni geografiche, economiche e sociali ma che, con il nuovo Dpcm, saranno trattati in modo diverso nell'accesso alle misure di sostegno.