Castel Bolognese, vent’anni fa, a 59 anni, se ne andava il padre del «Domus Caia» Stefano Ferrucci

Riccardo Isola - Oggi che la Romagna del vino parla di identità territoriale, selezione in vigna, ricerca, longevità e qualità artigiana, si rischia quasi di dimenticare quanto tutto questo, appena pochi decenni fa, fosse tutt’altro che scontato. C’era un tempo in cui il Sangiovese romagnolo faticava a liberarsi dai cliché, in cui i vini passiti erano considerati poco più che curiosità e in cui guardare oltre i confini regionali appariva un esercizio inutile. Stefano Ferrucci fu tra quelli che decisero di non accettare quel limite. Lo fece quando ancora parlare di eccellenza in Romagna significava esporsi, rischiare, spesso restare soli. A vent’anni dalla scomparsa, avvenuta il 5 aprile del 2006 a soli 59 anni, il suo nome continua a emergere ogni volta che si parla di qualità, ricerca e orgoglio romagnolo nel calice. Viticoltore di Castel Bolognese, vicepresidente dell’Ente Tutela Vini di Romagna dal 1988 e dell’Enoteca regionale di Dozza dal 1998, Ferrucci è stato uno dei protagonisti più importanti della lunga rincorsa che ha portato i vini romagnoli fuori da una dimensione folkloristica. Lo ha fatto accompagnandoli verso una credibilità nazionale e internazionale. Lo fece senza mode, senza marketing aggressivo, ma attraverso il lavoro in vigna, l’osservazione continua e una curiosità mai doma. Quando morì, dopo una lunga malattia affrontata con discrezione e tenacia, il mondo del vino romagnolo perse non soltanto un produttore, ma un riferimento culturale. Paolo Reggi e Franco Piazza, allora ai vertici del Consorzio del Passatore, parlarono di «un uomo di grande spessore», capace di lavorare per elevare il livello qualitativo della produzione vinicola del territorio. Una figura che organizzava degustazioni, incontri, conferenze, confronti con produttori italiani e stranieri, sempre con la convinzione che la Romagna potesse ambire all’eccellenza. Una convinzione maturata anche attraverso i viaggi. Negli anni ottanta, Ferrucci guardava alla Francia, all’Austria, al Sudafrica, quasi con l’esigenza di chi sentiva che il vino romagnolo dovesse uscire dai propri confini mentali prima ancora che geografici. E mentre molti continuavano a ragionare secondo schemi tradizionali, lui sperimentava. In particolare sui passiti, seguendo e affinando le intuizioni del padre Francesco, che già negli anni precedenti aveva iniziato a lavorare su tecniche innovative di appassimento. Da quella ricerca nacquero vini destinati a lasciare il segno. L’Albana passita, certamente, ma soprattutto il Domus Caia, un Sangiovese fuori dagli schemi, potente e raffinato insieme, capace di dimostrare che anche la Romagna poteva produrre grandi rossi da meditazione. Ancora oggi molti lo ricordano come uno dei migliori Sangiovesi italiani della sua epoca. E forse è proprio qui che il ricordo diventa anche personale. Perché per chi scrive, il Domus Caia non è stato soltanto un vino. È stato un incontro decisivo. Uno di quei calici che riescono a spostare il punto di vista. È grazie a Stefano Ferrucci, e a quel suo Sangiovese così intenso e profondo, se è nato un innamoramento autentico per il vino, poi diventato negli anni parte essenziale del mestiere portato avanti ancora oggi, con la stessa curiosità che Ferrucci chiedeva prima di tutto a se stesso. Lui amava ripetere: «Io cerco di migliorare sempre, di imparare una cosa nuova ogni giorno». Era questa la sua vera cifra. Non accontentarsi. Guardare oltre. Fare ricerca. Perfino quando attorno la Romagna del vino appariva ancora, come scrisse Giorgio Melandri, «un Far West dove imperversavano folclore e banditi». Anche gli aneddoti raccontano bene il personaggio. Come quando Tarcisio Raccagni del ristorante Gigiolè di Brisighella, un altro patriarca del rinascimento enogastronomico romagnolo, lo convinse a imbottigliare il Domus Caia promettendogli che avrebbe acquistato personalmente le eventuali bottiglie invendute. Direi che la vide lunga lunga, il signor Raccagni. Piccoli episodi che, col tempo, diventano snodi fondamentali di una storia. Ferrucci non concepiva il sapere come un patrimonio personale da custodire gelosamente. Per questo si spese nelle associazioni, nei consorzi, nel Convito di Romagna, mettendo esperienza e intuizioni al servizio di tutti. Una visione quasi moderna del vignaiolo-intellettuale, capace di unire cultura materiale e pensiero. Oggi l’azienda è nelle mani delle figlie Ilaria e Serena, che hanno raccolto quell’eredità con sensibilità e competenza, proseguendo un percorso familiare che continua a parlare di identità romagnola, rigore e ricerca. Nel loro lavoro resta viva quella grande indagine evocata dallo stesso Ferrucci: un po’ vino, un po’ cultura, molta umanità. Forse davvero un «gustonauta» ante litteram. Sicuramente uno di quelli che hanno insegnato alla Romagna del vino a credere di più in se stessa. L’azienda e soprattutto la famiglia, il 3 luglio prossimo, organizzerà un evento, nell’area esterna della cantina, in cui aneddoti, ricordi, parole e sorsi non mancheranno di evidenziare, come se ce ne fosse biosgno, il grande ruolo di Ferrucci per e nella Romagna del vino.