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Anida, dalla Bosnia a Ravenna: "L'Europa ha dimenticato l'orrore della guerra"

Romagna | 01 Marzo 2021 Mappamondo
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 Barbara Gnisci
«La mia vita è come quella del film Sliding Doors, da questa parte della porta è tutto in bosniaco: dall’altra parte è tutto in italiano». Anida Poljac, 31 anni, ha lasciato Derventa, la sua città natale in Bosnia, quando aveva 2 anni e mezzo insieme a suo padre e a sua madre, all’epoca incinta di suo fratello, poco dopo l’inizio della guerra nei Balcani nel ‘92: «Ci fermammo un anno in Slovenia da amici di mio padre, poi raggiungemmo i miei nonni che erano già arrivati a Ravenna. Ho festeggiato i miei quattro anni all’interno del campo Drago Mazzini. Rimanemmo lì il minimo indispensabile, perché la mia famiglia voleva acquisire nuovamente autonomia e dignità». Ingegnere che lavora per una multinazionale lui, laureata in economia e commercio con un lavoro in banca prima e successivamente direttrice di un negozio lei, i genitori di Anida si trovano all’improvviso a dover fuggire e a cercare rifugio in un altro Paese a causa di un evento traumatico che ha un impatto disorientante e sconvolgente. Per loro, proprio come per molte altre persone abbandonare il Paese natio equivale a perdere qualsiasi cosa, non solo casa, lavoro, affetti, abitudini, ma anche uno status sociale: «Quando si scappa così all’improvviso a causa di un evento traumatico, si entra in una condizione di instabilità che può coinvolgere tutti i fronti. Questa incertezza genera insicurezza, il cui riverbero si fa sentire anche sulle generazioni a seguire. Scegliere di andare via per ricostruirsi in un altro posto dà un senso e una direzione al progetto, essere costretti a farlo crea instabilità e contraddizioni. Purtroppo qui i miei genitori non sono riusciti a ricostruirsi del tutto. Mancando degli accordi tra i paesi, non hanno potuto farsi riconoscere i titoli di studio. Avrebbero dovuto integrare le loro lauree con una serie di altri esami, ma all’epoca erano disorientati, per di più io e mio fratello eravamo piccoli. Il loro obiettivo principale è sempre stato quello di ritornare in Bosnia. Sono cresciuta con questa sensazione di temporaneità, la mia vita è stata per molto tempo sospesa, quasi provvisoria. Ho respirato tantissimo la voglia di questo ritorno mai realizzato, e ora dopo quasi 30 anni pur non parlandone più, permane una sensazione di instabilità». Quando Anida ha 12 anni la sua famiglia tenta il rientro in Bosnia: «Se ne è parlato così tanto, ma ogni volta c’era qualcosa che ci fermava, poi un giorno siamo partiti. Era il 2002 e decidemmo di andare a Sarajevo, perché mio babbo pensava che lì sarebbe stato più facile ricominciare. Abbiamo resistito quattro mesi. Ma non ha funzionato. Questa è la tematica che riguarda tanti immigrati, quella condizione in cui non sei né di qua né di là. Pensavamo che andare nella capitale ci avrebbe aiutato, ma ci ritrovammo tutti spaesati. Loro anche da un punto di vista lavorativo. Dal canto mio, ero in quello che sapevo essere il mio Paese, ma che non avevo mai conosciuto veramente, e in più lontana dalle mie amicizie, dalla mia scuola, da Ravenna, la città in cui sono cresciuta. Incontrammo anche tutte quelle problematiche dei paesi in fase di transizione. C’era tanta corruzione e mio padre non era disposto a crescerci in un posto così, quindi ha optato per una vita più serena e siamo tornati indietro». Indietro: dove si trova questo luogo connotato anche a livello temporale? È dietro le spalle di chi in quel luogo ha imparato a scrivere, a leggere, a conoscere il mondo come Anida e suo fratello; ma dove si colloca per chi in quello spazio è stato costretto a entrare a causa di una guerra che ha spazzato via ogni altro luogo amato e conosciuto, come deve essere stato per la sua famiglia? «Una persona che vive un’esperienza di questo tipo non si sente mai a posto. È sempre messa alla prova, deve continuamente dimostrare qualcosa. Capisco perfettamente i miei genitori che si sono visti portare via il proprio status, che qui non gli è mai più stato riconosciuto né hanno potuto riconquistarlo. In un certo senso hanno vissuto non potendo più mettere radici». Il viaggio migratorio intrapreso per motivi legati a conflitti presuppone il rischio di perdere parte della propria identità: «Nutro un forte rammarico nei confronti della situazione attuale. C’è molta incomunicabilità tra l’Italia e la Bosnia. Esiste una distanza che è soprattutto psicologica. Mi stupisco di come gli italiani si sentano molto più vicini agli Stati Uniti, lontani non solo geograficamente, ma anche per molti altri aspetti, e di come in tanti non sappiano nemmeno dove si trovi esattamente la Bosnia, un posto che è raggiungibile in un’ora di aereo da Milano». Un’amarezza dettata anche da tanta ignoranza che c’è nei confronti di una fetta di storia europea molto importante: «In pochi conoscono i fatti di Srebrenica, un genocidio così recente in cui l’Europa ha voltato le spalle. Sì, ha voltato le spalle alla gente al di là del mare Adriatico. Non è bastato mandare i caschi blu dell’Onu con l’obiettivo di proteggere la popolazione civile musulmana inerme, contro l’aggressione dei serbi. Nella realtà le cose andarono diversamente, i caschi blu consegnarono i civili nelle mani dei serbi, che nel giro di qualche giorno sterminarono 8000 civili maschi, con l’unica colpa di essere musulmani. Epilogo dell’assurda vicenda è stato il regalare la città di Srebrenica proprio all’entità serba che tuttora governa la città tramite gli accordi di Dayton siglati sempre sotto la supervisione delle comunità internazionale».
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bellissime parole, che raccontano molto bene quello che avete provato tu, la tua famiglia e tanti altri.Condivido l'amarezza dovuta all'ignoranza.tu con la tua testimonianza puoi aiutarci a svegliarci.
Commenta news 23/03/2021 - Roberta Benigno
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