A 80 anni dal primo voto delle donne, il ricordo di Viera Geminiani, staffetta partigiana di Alfonsine: «Con orgoglio e coraggio, abbiamo fatto la Repubblica»

Michela Ricci - Se esistesse un’immagine della nascita della democrazia italiana, probabilmente avrebbe i contorni della primavera del 1946 e il volto delle prime donne che andarono alle urne per scegliere tra repubblica e monarchia: emozionate, incerte, spesso intimorite davanti a una scheda elettorale tenuta tra le mani per la prima volta. A ottant’anni di distanza da quel 2 giugno 1946, Viera Geminiani quei volti li ricorda ancora. Ha quasi cent’anni - li compirà il prossimo 19 settembre - e ha trascorso la sua vita ad Alfonsine, tra il lavoro nei campi e i giorni della ricostruzione. All’epoca non aveva ancora compiuto i 21 anni necessari per esprimere la sua preferenza, eppure quel cambiamento lo visse da protagonista: «Fu un salto immenso per il tempo che stavamo attraversando». Il suo fu un ruolo di vicinanza, accanto alle donne che per la prima volta entravano nella vita democratica del Paese.
«ANDATE A VOTARE»
A casa di Viera la politica era una presenza quotidiana, quasi naturale. Eppure, in quella primavera del 1946, l’idea di andare alle urne non era affatto semplice per molte donne del paese. C’erano diffidenza, esitazione e insieme un timore antico: quello di non essere all’altezza. Viera non rimase a guardare. Cominciò a girare di casa in casa, a fermare le vicine sulla soglia, a convincerle una a una. «Andate a votare», ripeteva. Loro scuotevano la testa: «Non sappiamo come si fa». La risposta di Viera era semplice, immediata: «Basta fare una croce». In quella battuta c’era già tutto il cambiamento di un’epoca. Alla fine le donne si convinsero, ci fu una bellissima affluenza e i seggi si riempirono. Quando Viera le vide tornare, erano felici, piene di orgoglio. Quel giorno era accaduto qualcosa di grande, che lei riassume ancora oggi con una frase semplice e definitiva: «Abbiamo fatto la Repubblica».
VIERA, STAFFETTA PARTIGIANA
Prima ancora del 2 giugno 1946, Viera aveva già imparato cosa significasse scegliere per se stessa. La sua determinazione si era temprata durante la guerra, quando attraversava in bicicletta le strade tra Alfonsine, Voltana e Lavezzola come staffetta partigiana, spesso senza nessuno accanto. «Mi chiedevano come facessi a girare da sola - racconta -. Io rispondevo che ero sicura di farcela. Non esisteva l’idea di tornare a casa senza aver prima finito il mio lavoro». Dice di non aver mai conosciuto la paura, nemmeno il giorno in cui si trovò ad attraversare un canale su una zattera improvvisata, con i soldati tedeschi a pochi passi. Quando le chiesero se in zona ci fossero dei partigiani, lei li guardò senza esitare, mentendo: «No, lasciatemi stare, sto andando da mia nonna a portarle le medicine». C’era una dose di spericolatezza in quelle ragazze, ma c’era soprattutto la consapevolezza che le donne, pur senza imbracciare un fucile al fronte, stavano tenendo in piedi l’Italia. «Bisognava avere il polso duro, altrimenti le idee rimanevano sulla carta. E io sono contenta di aver fatto la mia parte». Poi, il 25 aprile, arrivò la corsa liberatoria in bicicletta fino alla piazza del paese, per festeggiare la fine dell’incubo: «Fu un giorno bellissimo».
UN GIORNO DA REGINA
Quel filo non si è mai spezzato, nemmeno quando la vita è tornata alla normalità dei campi, dei fratelli con cui dividere il pane, della fatica quotidiana per guadagnarsi da vivere. Viera è rimasta la stessa donna pratica e coraggiosa di allora, capace di stare davanti a chiunque senza abbassare lo sguardo. Quando i reali inglesi sono venuti in visita a Ravenna, il 10 aprile dello scorso anno, è stata scelta per incontrarli insieme a un altro partigiano di Alfonsine, Stefano ‘Steno’ Pagani. Di quel giorno le è rimasto impresso un dettaglio semplice, quasi inatteso. Stringendo la mano alla regina Camilla, si è sentita chiedere se ci fosse ancora qualcosa, dopo un secolo di vita, che le sarebbe piaciuto fare. Viera l’ha guardata e, con la sua ironia schietta, ha risposto senza esitare: «Mi piacerebbe vivere anche solo un giorno da regina, come lei», strappandole un sorriso.
GUARDARE AL FUTURO
Ma la vera corona di Viera rimane la memoria che ha saputo custodire e restituire. Per anni ha attraversato le scuole della provincia per incontrare i ragazzi, portando tra i banchi le cicatrici e le speranze di un Novecento che rischia di sbiadire in una pagina di sussidiario. «Ascoltavano con attenzione, stavano tutti zitti», ricorda con un lampo di orgoglio negli occhi. Oggi guarda il presente e le nuove generazioni con una preoccupazione sottile, quasi materna. Sente che si parla troppo poco di politica, avverte una forma di disattenzione collettiva che rischia di addormentare le coscienze. «Forse perché adesso si sta troppo bene - riflette -, ma bisogna pensare al domani, al futuro». Non è un rimprovero, il suo, ma un invito. Lo stesso identico spirito che ottant’anni fa la spingeva a fermare le donne timorose di Alfonsine per spiegare che, in fondo, bastava una croce. Una lezione semplicissima di cittadinanza che non ha mai avuto bisogno di parole difficili, ma solo di una direzione da scegliere: «Se si desidera una cosa, la si ottiene. Basta volerlo». E continuare a pedalare.