Nel film di Avati dedicato a Dante: «La pineta e i mosaici location obbligatorie»

Ravenna | 05 Novembre 2021 Cultura
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Elena Nencini
Un omaggio a colui che è considerato il maestro del Gotico padano: sabato 6 novembre il Nightmare Film Festival consegnerà, virtualmente, il premio Anello d’oro special edition al regista Pupi Avati, che sarà presente con un contributo video. A seguire sarà proiettato un classico del 1976 del maestro bolognese «La casa delle finestre che ridono». 
Regista, sceneggiatore, scrittore e produttore cinematografico, Pupi Avati è uno dei maggiori protagonisti del panorama artistico e cinematografico italiano di oggi, che periodicamente torna a cimentarsi con il cinema horror dando vita a quello che viene considerato il gotico padano: un cinema dell’orrore intimo e personale, che denuncia la tragicità del presente e rimpiange un passato ormai perduto. Tra i film girati in Emilia-Romagna  Zeder, La casa dalle finestre che ridono, L’arcano incantatore, Il Signor Diavolo.
Avati, lei viene considerato il maestro di un genere definito gotico padano, un cinema dell’orrore intimo e personale. Ci si riconosce?
«La definizione è stata inventata da Eraldo Baldini, mi sembrava pertinente alla nostra terra che non aveva mai legittimato film di questo genere. Era un modo diverso di vedere l’Emilia-Romagna, considerata solare e rassicurante, paciosa, e sottolinearne invece gli aspetti in ombra. Quell’inquietudine che nella mia infanzia mi è stata trasmessa dalle favole contadine».
A Ravenna al festival Nightmare sarà proiettata La casa dalle finestre che ridono, divenuto famoso per le atmosfere legate alla Bassa, alle paludi, alle atmosfere inquietanti e sospese. Quali sono quelle che ricorda con più intensità?
«Fu un film di nessuna ambizione, fatto solo per lanciare una società di produzione a bassissimo costo, era un film di genere, l’horror che all’epoca si praticava molto. Fu un piccolo successo e riuscimmo a dare il via a questa piccola società, ma nessuno avrebbe immaginato che il film sarebbe rimasto nella storia del cinema».
Perché ha scelto spesso le ambientazioni dell’Emilia-Romagna?
«Le scelgo tutte le volte che ho a che fare con la paura, le inquietudini. Prediligo la zona della bassa del Po, delle campagne padane. Sono meno contaminate, più suggestive, legate al mistero».
«Zeder» è stato girato nella colonia di Milano Marittima, scenario di resuscitamenti, morti e decapitazioni. Cosa l’ha colpita del luogo?
«Era una provocazione ulteriore di vedere nella riviera romagnola simbolo di festosità, di gioia, di divertimento, di spiagge assolate anche l’aspetto inquietante della colonia Varese che ci spaventava da bambini. Un vero scheletro che sovrastava la riviera. Lo feci per cercare di testimoniare la continuità romagnola con il terrore di quel luogo, dove - nel fim - ci seppellivano i morti e c’era il mistero di questi terreni K in grado di resuscitare i morti».
Prova paura quando guarda i suoi film?
«Io mi spavento quando li scrivo, perché si possa essere convincenti devi avere timore anche tu. Mi  viene dalla mia infanzia: in tutte le culture contadine c’è un potenziale alto di spaventosità, la paura viene da favole, religiosità arcaica dove ci sono componenti di quel tipo. La favola contadina mi ha insegnato ad avere paura di molte cose».
A Ravenna è legato anche il suo ultimo lavoro su Dante, che tipo di atmosfere ha usato?
«Dante mi ha coilpito per la poesia, sono cultore della poesia come della musica. Non c’è poeta più eccelso di Dante. Trovavo disdicevole che il cinema italiano non avesse mai dedicato un film a questo prodigio. Dopo 20 anni finalmente ci siamo riusciti, per quello che mi riguarda è una prova di orgoglio, insieme a mio fratello Antonio che lavora con me da tanti anni. C’era una sorta di diffidenza nei riguardi di Dante Alighieri»
Come è il suo Dante?
«Un ragazzo, mi sono innamorato di lui non leggendo la Divina Commedia o le altre opere, ma La Vita nuova, questo suo diario della storia d’amore con Beatrice, che potrebbe essere un’opera contemporanea».
Dove ha girato il film?
«Tra Umbria, Marche, Toscana, Emilia Romagna e Roma. L’Umbria è stata la regione in cui il medioevo è più intatto ed abbiamo realizzato più scene. Invece a Firenze non abbiamo girato nessuna scena perché del Medioevo è rimasto poco o nulla. A Ravenna i mosaici e la pineta sono due location obbligatorie per la storia di Dante, che pare si sia ispirato proprio a queste due zone per il paradiso».
Quando uscirà nelle sale?
«Tra la fine di questo anno e l’inizio del 2022, adesso è ancora in post produzione».
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