Teatro, il comico romagnolo Giuseppe Giacobazzi in tournée per l’Italia con la sua 'Osteria': «Ridere per sentirsi più leggeri di fronte alle difficoltà della vita»

Michela Ricci
C’è un comico romagnolo capace di far sorridere senza artifici, trasformando le storie di tutti i giorni in teatro. È Giuseppe Giacobazzi, all’anagrafe Andrea Sasdelli, nato ad Alfonsine e cresciuto nella campagna lughese di Passogatto, che oggi torna a girare l’Italia con «Osteria Giacobazzi», uno spettacolo che mescola tavoli imbanditi, vino, risate, ospiti sempre nuovi e improvvisazione, dove il pubblico non è spettatore, ma partecipe di una vera e propria osteria in scena. Dopo aver raggiunto la notorietà sul palco di Zelig all’inizio degli anni 2000, Giacobazzi ha saputo costruire una carriera poliedrica: dai libri alla tv fino al grande schermo e al teatro. La sua forza sta nella capacità di raccontare la sua Romagna, il tempo e le persone con leggerezza, senza mai perdere lo sguardo attento sulla vita quotidiana. Un’ironia autentica, fatta di parole ma anche di gesti, pause e piccoli dettagli, che continua a far ridere generazioni di spettatori, e a trasformare ogni serata in un momento di comunità e complicità.
In questi mesi sta girando l’Italia con il suo spettacolo ‘Osteria Giacobazzi’: se dovesse raccontarlo come una ricetta, quali sarebbero gli ingredienti principali?
«Alla base c’è la sintonia: quella che si crea tra chi è sul palco e il pubblico, con l’idea di condividere davvero qualcosa. In scena si mangia e si beve, proprio come nelle osterie di una volta: non è solo uno spettacolo, ma un clima, un’atmosfera. È il tentativo di riportare sul palco l’osteria degli anni Ottanta, fatta di convivialità, improvvisazione e spontaneità, un modo di stare insieme che oggi, per come sono cambiati i tempi, nella vita reale è diventato quasi impossibile».
Mangiare e ridere insieme è una forma antica di comunità. Portarla a teatro è un modo per recuperare qualcosa che abbiamo perso?
«Decisamente sì. Racconto fatti e situazioni di quel periodo perché l’obiettivo è tornare a vivere un clima fatto di condivisione e comunità. L’idea è che chi viene a teatro possa sentirlo davvero, anche solo per il tempo dello spettacolo».
Zelig ha compiuto 30 anni ed è stato una vera casa per tanti comici. La settimana scorsa è tornato anche lei su quel palco per festeggiare questo compleanno: che effetto le ha fatto?
«Un’emozione forte. Nonostante abbia partecipato a una sessantina di puntate di Zelig, tornare su quel palco è stato speciale. Rivedere Claudio Bisio, Vanessa Incontrada e ritrovarsi insieme agli altri colleghi è stato bellissimo: per un attimo è sembrato di essere a una festa delle scuole medie, con lo stesso clima di complicità e leggerezza».
Negli anni ’90 e 2000 la comicità televisiva sembrava un rito collettivo. Oggi è più frammentata. Secondo lei si è perso qualcosa o si è solo trasformato il modo di far ridere?
«Si è decisamente trasformato il modo di far ridere. Da una parte per l’arrivo dei social, dall’altra per le influenze anglosassoni e americane, che hanno introdotto una comicità diversa da quella a cui eravamo abituati. È cambiato soprattutto il modo di comunicare. Poi ogni comico ha il proprio stile: io ho sempre raccontato la mia vita, episodi che mi sono capitati davvero, ed è una cifra che mi accompagna da sempre. In questo senso i contenuti restano, ma cambia il linguaggio con cui vengono raccontati».
La Romagna, nella sua comicità, non è mai solo accento o carattere: è un modo di vivere, di stare al mondo. C’è qualcosa della romagnolità che oggi sente il bisogno di difendere, o almeno di tenere stretto?
«Non so se ci sia davvero qualcosa da difendere, perché in fondo siamo cambiati un po’ tutti, ovunque. Però alcune tradizioni semplici e sagge sono rimaste. Penso alle abitudini di una volta: tornare in vacanza ogni anno negli stessi posti, con le stesse persone, ritrovarsi senza bisogno di spiegare troppo. Magari qualcosa si rimescola, cambia forma, ma la Romagna, alla fine, resta quella. Io frequento i lidi nord, quelli dei poveri, come li chiamo io (ride, ndr): ci si ritrova sempre lì, tranquilli e sereni, come abbiamo sempre fatto».
Si dice spesso che i romagnoli sdrammatizzano tutto. È una forza o, a volte, anche una forma di difesa?
«Ridere e sdrammatizzare è sicuramente una forma di difesa. È un modo per esorcizzare le paure e mettere un po’ di distanza tra noi e le difficoltà. Non risolve i problemi, ma rende possibile affrontarli senza farsi travolgere, cercando di non soffrire troppo».
Secondo lei la comicità è più una forma di intelligenza o di empatia?
«Non saprei dire se sia più intelligenza o empatia. Credo che sia prima di tutto una predisposizione personale: è difficile insegnare a qualcuno a far ridere. Il mestiere si impara con il tempo, certo, ma alla base deve esserci qualcosa che ti appartiene davvero, una naturale tendenza a cercare il lato buono delle cose, anche quando è più complicato».
La comicità può rendere accettabili verità che, se affrontate seriamente, spaventerebbero?
«Sì, è così. Tante volte racconto cose o esprimo opinioni anche in momenti dello spettacolo che non sono i più leggeri, eppure mi accorgo che il pubblico le accoglie e le sente. Forse perché, in fondo, viviamo tutti esperienze simili, in una società un po’ impazzita, dove la realtà a volte è difficile da affrontare. Ridendo, però, queste verità passano più facilmente: la risata permette di guardare le cose da un’altra prospettiva e di accettare ciò che, se detto in modo troppo serio, farebbe più paura. E forse oggi, più che dieci o vent’anni fa, c’è bisogno proprio di questo: ridere per sentirsi un po’ più leggeri di fronte alle complessità della vita».