Ravenna, il regista Yuri Ancarani al lavoro su 'Amarcord ‘90', un film sulla Riviera romagnola: «Oggi il compito del cinema è riportare al centro la provincia»

Emilia Romagna | 03 Maggio 2026 Cultura
ravenna-il-regista-yuri-ancarani-al-lavoro-su-amarcord-90-un-film-sulla-riviera-romagnola-oggi-il-compito-del-cinema--riportare-al-centro-la-provincia
Michela Ricci - Il cinema di Yuri Ancarani abita i margini. Lo fa cercando il reale, là dove l’occhio comune smette di guardare: nei luoghi invisibili, nei gesti del lavoro, in quelle immagini che sfuggono alle regole della narrazione tradizionale. Per il regista ravennate, il percorso tra cinema e videoarte è un filo teso e coerente: dalla potenza della trilogia sul lavoro («Il capo», «Piattaforma Luna», «Da Vinci») al deserto magnetico di «The Challenge», fino ad «Atlantide», candidato nella sezione Orizzonti della 78esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e come miglior documentario ai David di Donatello. Oggi questo viaggio trova una nuova tappa nel film «Amarcord ’90». Il progetto, attualmente in fase di sviluppo, sposta l’obiettivo su un immaginario condiviso e vicinissimo: gli anni Novanta nella Riviera romagnola. Non è una semplice operazione nostalgia, ma un tentativo di leggere il nostro presente attraverso la lente della memoria. Un ritorno a casa che, nello stile di Ancarani, smette subito di essere un fatto privato per diventare il racconto di un intero immaginario collettivo.
«Amarcord ’90» scava nella memoria, ma sembra voler fuggire dalla trappola della nostalgia. Che tipo di racconto sta costruendo?
«L’idea nasce esattamente da qui: non c’è niente di più triste del cliché: ‘Quanto era bello quando ero giovane’. È una frase che sento ripetere spesso, ma che trovo sbagliata. Ogni generazione vive la propria giovinezza e fa le sue scoperte, non ne esiste una migliore di un’altra. Pur avendo sempre lavorato con il cinema del reale, stavolta sentivo il bisogno di far emergere un ambiente e una situazione che ho vissuto in prima persona. L’unico modo per riuscirci davvero era portare lo spettatore dentro quel momento e così è nata l’esigenza della finzione. In questo percorso è stata fondamentale la collaborazione con Nicola Giuliano di Indigo Film, un vero maestro: mi sono lasciato guidare dalla sua esperienza. Il film sarà un viaggio ambientato tra Ravenna e Riccione».
Nel titolo il richiamo a Federico Fellini è evidente. Si tratta di un omaggio dichiarato o di un’eco più sottile?
«È un richiamo consapevole, scelto perché è una parola capace di sintetizzare perfettamente il cuore del film. Funziona. Detto questo, l’opera non ha nulla a che vedere con il capolavoro di Fellini: è un progetto completamente diverso, con una sua autonomia. Ho scelto questo titolo perché ha il potere di proiettare lo spettatore nell’atmosfera giusta già dal primo istante».
Di recente lei è stato protagonista di una retrospettiva a Hong Kong e di nuovi progetti in Thailandia. Cosa accade quando il suo sguardo incontra contesti così distanti?
«Sono esperienze preziose, che mi permettono di esplorare luoghi lontani dai canoni estetici di Europa e Stati Uniti. Ho notato che oggi la cultura visiva si sta spostando massicciamente verso la creazione di ambienti digitali, artificiali e spesso del tutto irrealistici. I miei lavori, al contrario, nascono dal reale e dal documentario: quando approdano in quei contesti, creano inevitabilmente uno scarto, una frizione. Ci si ritrova davanti a immagini in cui si percepisce che ciò che si sta guardando è vero».
Questo suo sguardo sul reale, che l’ha portata fino in Oriente con il progetto ‘The Sublime of the Real’, sembra trovare oggi un contrappunto in una serie di interventi radicatissimi in Romagna. Come convivono queste due anime?
«Il percorso in Asia riflette proprio sul valore del reale in un mondo dove la contaminazione artificiale è sempre più pervasiva. Allo stesso tempo, sento il bisogno di portare avanti progetti ‘a chilometro zero’ nel mio territorio. Il percorso si chiama ‘Ciao Musica’ e l’obiettivo è abitare luoghi non convenzionali per l’arte. Il 6 maggio, ad esempio, inaugureremo un’installazione al Cinema Apollo di Bellaria: uno spazio affacciato sulla spiaggia che riapre proprio ora nell’ambito del ‘Bellaria Film Festival’. Il 24 luglio sarò invece a Sogliano al Rubicone, con una mostra all’Oratorio di San Francesco di Paola che parla di lavoro, un tema da sempre caro a questa terra. Credo sia fondamentale oggi sapersi muovere su due binari paralleli: essere internazionali - sono impegnato anche con una mostra al New Museum di New York - e profondamente locali allo stesso tempo».
Spesso la definiscono un ‘cineasta del reale’: è una definizione che sente sua? E cos’è, per lei, la realtà?
«La realtà è ciò che ci circonda ogni giorno, ma è costantemente minacciata dai cliché. Spesso siamo così immersi nel nostro quotidiano da guardarlo in modo omologato: tendiamo a uniformare il mondo per abitudine, per comodità. Io credo invece che un artista abbia il dovere di offrire prospettive diverse, mostrando che davanti alla stessa materia esistono sempre sguardi alternativi. Per me la realtà non è oggettiva come la verità: la realtà è un fatto profondamente soggettivo».
Quale crede debba essere oggi il ruolo, anche politico, di chi fa cinema?
«Dovrebbe essere una reazione all’omologazione. La globalizzazione ha velocizzato gli incontri e accorciato le distanze, ma ha reso ciò che produciamo incredibilmente uniforme. Per questo voglio riportare al centro il concetto di provincia: storicamente, nel cinema e nell’arte italiana, la dimensione locale è stata lo strumento per essere davvero internazionali. Penso al Neorealismo o all’Arte Povera: erano movimenti radicati, popolati da ‘caratteri’ unici. Da quando abbiamo iniziato a inseguire gli standard globali, in Italia abbiamo perso lo star system perché abbiamo smarrito quelle identità forti. Oggi un regista fatica a trovare attori con un segno preciso e l’attore, a sua volta, fatica a confrontarsi con un autore che punta solo a piacere a tutti».
Il modo di produrre e percepire il cinema è cambiato profondamente. Dal suo punto di osservazione, come vive questa evoluzione?
«Nel mondo del cinema io mi sento un outsider, un autore fuori dalle dinamiche tradizionali. È una posizione che mi libera dalle responsabilità e dalle aspettative che pesano su un regista classico: probabilmente un autore più ‘istituzionale’ non accetterebbe mai di impegnarsi in un progetto a Sogliano al Rubicone. Al contrario, questo è proprio il percorso che ho scelto e che mi sono costruito con cura: un tragitto atipico, nuovo, che trovo estremamente stimolante proprio perché mi permette di non seguire binari prestabiliti».
Compila questo modulo per scrivere un commento
Nome:
Commento:
Settesere Community
Abbonati on-line
al settimanale Setteserequi!

SCOPRI COME
Scarica la nostra App!
Scarica la nostra APP
Follow Us
Facebook
Instagram
Youtube
Settesere 30 anni
Appuntamenti
Buon Appetito
FuoriClasse
Centenari
Mappamondo
Lab 25
Fata Storia
Blog Settesere
Logo Settesere
Facebook  Twitter   Youtube
Redazione di Faenza

Via Severoli, 16 A
Tel. +39 0546/20535
E-mail: direttore@settesere.it
Privacy & Cookie Policy - Preferenze Cookie
Redazione di Ravenna

via Arcivescovo Gerberto 17
Tel 0544/1880790
E-mail direttore@settesere.it

Pubblicità

Per la pubblicità su SettesereQui e Settesere.it potete rivolgervi a: Media Romagna
Ravenna - tel. 0544/1880790
Faenza - tel. 0546/20535
E-mail: pubblicita@settesere.it

Credits TITANKA! Spa
Setteserequi è una testata registrata presso il Tribunale di Ravenna al n.457 del 03/10/1964 - Numero iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione:
23201- Direttore responsabile Manuel Poletti - Editore “Media Romagna” cooperativa di giornalisti con sede a Ravenna, Arcivescovo Gerberto 17.
La testata fruisce dei contributi diretti editoria L. 198/2016 e d.lgs. 70/2017 (ex L. 250/90).
Contributi incassati


Licenza contenuti Tutti i contenuti del sito sono disponibili in licenza Creative Commons Attribuzione