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Nullo Baldini, il sindacalista romagnolo contro il fascismo

Emilia Romagna | 10 Giugno 2022 Fata Storia
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A fine luglio ricorderemo i cent'anni dell'assalto fascista alla sede della Federazione delle Cooperative di Ravenna, che era all'epoca Palazzo Rasponi. Abbiamo deciso perciò, in vista di questa ricorrenza, di approfondire una serie di personaggi che hanno giocato, da una parte o dall'altra, un ruolo fondamentale in questo evento.
 
Veronica Quarti - La notte in cui venne incendiata la Federazione, in una delle stanze del Palazzo Rasponi seduto su un divano, c'era Nullo Baldini: rimase all'interno finché i fascisti non lo minacciarono con le armi. Era nato a Ravenna il 30 ottobre 1862 con il nome di Giovanni Dionigi: l'anno successivo però, dopo aver appreso della morte in battaglia per la libertà del patriota Francesco Nullo, il padre di Baldini riuscì all'anagrafe a cambiare il nome del figlio, con quello che la storia contemporanea e i documenti del Novecento lo ricordano.
Nel 1883 divenne il segretario dell'Associazione braccianti agricoli di Ravenna, contesto sul quale si era focalizzato: grazie al suo impegno e agli sforzi effettuati riuscì ad ottenere uno dei primi appalti per i lavori di bonifica dell'Agro Pontino. Fu nel 1901 che Nullo Baldini fondò la Federazione delle Cooperative della provincia ravennate, e già all'epoca aveva espresso i primi dissapori con un altro esponente del suo partito, quello socialista: Benito Mussolini, personaggio che tornerà, purtroppo, a fare irruzione nella sua vita.
Si sposò con Carolina Salotti, e nel 1921 venne eletto deputato, uscendo dal Partito socialista l'anno successivo, a seguito dello scisma tra i socialisti massimalisti e quelli riformisti (tra cui appunto vi era Baldini stesso). Dopo una serie di scontri violenti avvenuti in Romagna (ed anche a Ravenna), Nullo Baldini capì che gli attacchi fascisti sarebbero diventati sempre più intensi e devastanti: per tale motivo, il 25 luglio del 1922 si recò a Ravenna per chiedere al prefetto di raggiungere un compromesso che avrebbe evitato il peggio. Nonostante gli sforzi, la minaccia squadrista si avvicinò sempre di più e Baldini realizzò che uno dei principali obiettivi di queste missioni punitive fasciste sarebbe stata proprio la sede della Federazione ravennate: in tutta fretta telegrammò il collega e onorevole Filippo Turati per avvertirlo della questione, il quale a sua volta aprì una conversazione con l'allora presidente del consiglio Luigi Facta, il quale minimizzò il tutto.
Allo stesso tempo, un altro deputato socialista di Forlì, Bentini, chiese a Benito Mussolini di scoraggiare un qualsiasi assalto a Ravenna: dal canto suo, quello che sarebbe diventato in breve tempo duce, garantì che a Baldini non sarebbe stato torto un capello.
I fascisti, nella notte del 27 luglio, assaltarono l'ex Palazzo Rasponi e incendiarono i locali: mentre Baldini veniva scortato all'esterno, qualche squadrista nella folla lo schernì: «Hai visto cosa può la volontà del popolo?». Sul finale del 1924, Nullo Baldini decise di lasciare l'Italia (come aveva fatto Turati prima di lui) e si trasferì prima in Grecia, poi in Francia: aveva infatti rifiutato il ricatto fascista, secondo il quale sarebbe potuto rimanere a capo delle Cooperative, se si fosse tesserato al partito. In tale contesto, disse in romagnolo: «Me an so an voltagabana». In Francia continuò a dedicarsi alla cooperazione, rientrando a Ravenna nel novembre 1941, quando le sue condizioni di salute sembravano piuttosto gravi: quando Mussolini venne arrestato, il governo provvisorio del generale Badoglio nominò Baldini commissario della Federazione delle Cooperative. Dopo aver patito così tanto e aver lottato contro la supremazia fascista, riuscì a vedere la sua città, Ravenna, liberata: era il 4 dicembre del 1944. Dopo questo gioioso evento, Baldini era già a lavoro per ripristinare la Federazione delle Cooperative. Morì poi il 6 marzo 1945 nella città bizantina, che gli aveva dato la nascita e che sarebbe stata nei suoi confronti, eternamente grata.
 
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