La sfida del giornalismo di oggi: «Sta a noi diventare indispensabili». Intervista a Concita De Gregorio, il 3 ottobre a Conselice

Michela Ricci
Il mare che ora è lontano, l’odore di pulito della casa della nonna, una tata che non torna più. Sono frammenti di vita che abitano «In mezzo a un milione di rane e farfalle», lo spettacolo con cui la giornalista Concita De Gregorio, insieme alla cantautrice Erica Mou, sarà a Conselice venerdì 3 ottobre alle 21, per il primo appuntamento della rassegna «Civic Off» inserito tra gli appuntamenti del Festival della libertà di stampa. Tratto dall’omonimo libro con le illustrazioni di Beatrice Alemagna, lo spettacolo è un «quaderno degli oggetti smarriti», per raccontare ciò che abbiamo perduto o dimenticato, ciò che sembrava dissolto e invece trova nuova vita attraverso la narrazione e la musica. Un modo per «andare a riprendere gli assenti - spiega De Gregorio -. Tenerli nel quaderno, dargli un posto dove possono stare».
Si parla di ricordi, persone, luoghi, oggetti che non ci sono più. Eppure non è uno spettacolo che guarda al passato, ma al futuro…
«Sia il libro che lo spettacolo riguardano il tema del desiderio, della passione, di quello che ci muove la mattina al risveglio, delle ragioni per cui affrontiamo la giornata. Lo facciamo perché c’è qualcosa che ci manca e quindi per cui vale la pena spendersi, impegnarsi, imparare a combattere».
È quello che è successo con le mobilitazioni per Gaza?
«Sì, quello che ha dato vita a una mobilitazione davvero multitudinaria, cosa che non accadeva da molto tempo a questa parte, è proprio la mancanza, in questo caso di giustizia. Manca l’intervento dei governi che dovrebbero ripristinarla, manca la volontà politica di farlo e dunque la società civile».
Il giornalismo che ruolo deve avere in tutto questo?
«Il giornalismo non è un lavoro politico, ha una funzione sociale. Viviamo in un tempo in cui, vuoi per la precarietà, vuoi per l’irrompere della tecnologia, è diventato qualcosa di volatile, che si può fare da casa, spendendo poco, con il minimo sforzo. Ma questo non è il mestiere che io ho fatto e che mi auguro si accinga a fare chi vuole intraprendere questa professione. Il giornalismo ha ancora senso solo se si fa con una funzione di mediazione. Che è possibile se ci sono preparazione, serietà, presenza fisica. Non è sufficiente imbarcarsi sulla Flotilla per raccontarla. Bisogna avere una competenza specifica su quello che succede in quell’area, studiare, conoscere le persone. Poi partire. Solo così la voce di chi racconta ha autorevolezza, altrimenti vale come quella di chiunque altro».
Non basta saper scrivere…
«È una precondizione importante, ma non sufficiente per fare questo lavoro. L’accesso illimitato ai dati in rete fa pensare a chiunque di poter fare il giornalista. Ma non puoi scrivere della legge di bilancio, del funerale di Charlie Kirk o dello sciopero generale pro Palestina, senza strumenti di conoscenza superiori alla media. A cosa serve il tuo filtro se non hai uno sguardo soggettivo, critico, interessante più degli altri? Per fare giornalismo occorrono rigore, preparazione, elasticità mentale, velocità di pensiero e azione. Bisogna essere pronti nel momento in cui le cose accadono, non pretendere che il mondo si adatti alle nostre esigenze, ma viceversa».
Oggi cosa mette più a repentaglio la libertà di stampa?
«I rischi e i pericoli sono sempre gli stessi di venti, trenta o più anni fa. Sono la tracotanza del potere e l’indecente senso di onnipotenza di chi, una volta ai vertici, pensa di poter governare il discorso pubblico. Di diverso oggi c’è che la stampa si è molto indebolita e il mondo fuori è cambiato. Il bavaglio, la censura, erano tipici dei regimi totalitari e dei sistemi dispotici. La prima cosa che facevano era limitare la libertà di stampa e creare un organismo ufficiale, come l’Istituto Luce ai tempi di Mussolini: era l’unica fonte di informazione. Questo atteggiamento purtroppo ha preso piede anche nei sistemi democratici. I primi segnali li abbiamo avuti nel ventennio di Berlusconi al governo, con l’editto bulgaro, quando iniziò a dire no a Santoro, a Luttazzi. Fece tantissimo clamore che un presidente del Consiglio eletto in una democrazia si arrogasse il diritto di scegliere i giornalisti con cui parlare o di far chiudere i programmi televisivi. Oggi questa è la norma e dunque fa meno clamore».
Esiste ancora il giornalismo libero?
«Quello di guerra. È l’unico giornalismo abbastanza svincolato dai ricatti. La guerra non ha uffici stampa. Se vuoi scriverne, lo fai a tuo rischio e pericolo, contatti le tue fonti, parti, vai a raccontare i fatti. Il giornalismo di guerra è il più interessante di questi ultimi anni. Penso a Francesca Mannocchi o Cecilia Sala, per citare le ultime generazioni, o a Lorenzo Cremonesi, andando alle generazioni precedenti, un maestro indiscusso del giornalismo di guerra. Se invece pensiamo al giornalismo culturale no, non è libero. È vincolato agli editori, agli uffici stampa, alle uscite, alle date. Non parliamo di quello politico. Oggi sempre più spesso il giornalismo è al servizio dell’interesse dell’editore, che ha aziende importanti di varia natura. Se il governo lo deve sostenere, è difficile fare un giornale antigovernativo».
C’è una via d’uscita?
«Per farsi largo in questo mondo così sorvegliato da chi pretende di controllarlo, bisogna saperne di più. Bisogna fare la domanda che nessuno si aspetta, tirare fuori la carta nascosta, sapere quello che altri non sanno. È l’unica arma che abbiamo. La gente si fida di un giornalista non per quante foto ha messo su Instagram, ma per la sua competenza e per quante volte ha raccontato qualcosa che gli altri non conoscono. Cambiare le cose è una nostra responsabilità. Sta a noi diventare indispensabili. Per farlo bisogna essere più preparati, più attenti, più aperti, più rapidi degli altri».