La rotta del cambiamento climatico non è segnata, l’analisi del direttore scientifico di Cmcc, Boccaletti

Emilia Romagna | 21 Luglio 2026 Blog Settesere
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Emanuele Malavolti - Il cambiamento climatico è un problema attuale, che riguarda tutti gli abitanti del pianeta. In quanto tali, dovremmo sentirci tutti cosmopoliti, cittadini del mondo e collaborare insieme per porvi rimedio. Alcuni tentativi sono già stati avviati, come le risoluzioni prese in seno alla Conferenza delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro, tenutasi dal 3 al 14 giugno 1992. Vennero allora riconosciute le problematiche ambientali, stabilendo che dovessero essere affrontate coinvolgendo tutti gli Stati. Nacque allora anche la Csd, Commissione per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di promuovere le relazioni tra governi e gruppi sociali. Vi parteciparono i rappresentanti dei governi di 178 Paesi, più di cento capi di stato e oltre mille organizzazioni non governative. Furono inoltre sottoscritte due convenzioni e tre dichiarazioni di principi. Il primo accordo internazionale, che contiene gli impegni degli stati industrializzati a ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra, è il Protocollo di Kyoto, adottato in Giappone l’11 dicembre 1997 ed entrato in vigore il 16 febbraio 2005. I paesi industrializzati, riconosciuti come principali responsabili dei livelli di gas serra presenti in atmosfera, si impegnavano a ridurre le loro emissioni di almeno il 5% rispetto ai livelli del 1990. Un altro accordo importante è quello di Parigi, entrato in vigore il 4 novembre 2016, il cui obiettivo è di non superare la temperatura media di 1,5 °C entro la fine del secolo.  «Per anni abbiamo cercato di convincere tutti a ridurre le emissioni, prima che i cambiamenti si manifestassero. Ora stanno succedendo e ci troviamo ad affrontare una lunga serie di problemi, dalla siccità alle alluvioni, agli incendi». A metterci in guardia sul tempo che abbiamo perso è Giulio Boccaletti, direttore scientifico della fondazione Cmcc, un centro di ricerca internazionale, indipendente, multidisciplinare e no-profit, che studia l’interazione tra cambiamenti climatici e società. Gli effetti del climate change sono stati tali da essere rilevati persino dall’amministrazione americana, che Boccaletti definisce generalmente «negazionista». Infatti, precisa il direttore: «La California è bruciata, con incendi senza precedenti, indipendentemente da qualsiasi dichiarazione dell’amministrazione Usa».  Naturalmente gli effetti del cambiamento climatico non riguardano solo il continente americano, ma anche la penisola italiana. Anzi, come osserva Boccaletti, nel caso del Mediterraneo la temperatura media locale «è ben più alta della media globale». «Questo aumento -prosegue- ha anche un impatto regionale sulla natura, sull’intensità e la frequenza delle precipitazioni e su altri fenomeni meteorologici». L’esempio più evidente, chiarisce, sono le alluvioni avvenute tra il 2 e il 4 maggio e il 16-17 maggio del 2023, che si potrebbero contrastare migliorando le infrastrutture, ma ciò non è così semplice. Infatti Boccaletti rileva due principali problemi: «Il primo è che intervenire sull’infrastrutturazione del territorio costa molto. In una stima dell’Autorità di bacino del Po si è parlato di investimenti nell’ordine dei 5 miliardi di euro, solo per le zone alluvionate nel 2023 in Romagna. Costi di questo tipo, estesi a tutte le zone d’Italia, esposte ad eventi estremi, che eccedono le difese esistenti, non sono sostenibili. Il secondo problema -continua- è che investire in infrastrutture idrauliche non serve a proteggere lo status quo attuale, ma rappresenta un’ipoteca sul futuro. Che cosa occorre fare nell’oggi dipende da che risultato si vuole ottenere nel domani e ciò dipende da come sarà l’economia del territorio in futuro. Cambiare le infrastrutture, investire in nuove misure significa insomma avere una visione condivisa di dove si sta andando e questa spesso manca».  Un altro ostacolo per la risoluzione dell’emergenza climatica è riscontrabile nella cecità di una parte della politica italiana che, come afferma il direttore scientifico, fatica «ad avere una politica coerente sul territorio e a riconoscere che esso sta cambiando, sia per i nostri interventi, sia per il cambiamento delle condizioni climatiche». «Di fronte ai cambiamenti territoriali che osserviamo, abbiamo le risorse e le competenze per affrontarli -sostiene Boccaletti- mentre sul problema della transizione ad un’economia a basse emissioni c’è ancora molto da fare. Ma non è vero che non si è fatto nulla». Infatti negli ultimi trent’anni l’economia globale è più che triplicata, mentre le emissioni sono aumentate del 60%. Questo, a detta dell’esperto, «significa che abbiamo cominciato a disaccoppiare la crescita economica dalle emissioni e perciò la transizione continuerà». Per iniziare a fare la differenza, anche se in minima parte, Boccaletti è dell’idea che «conoscere la realtà del proprio territorio sia il primo passo per partecipare a una discussione costruttiva su cosa fare, tutti assieme, per difenderlo». Il suo consiglio, perciò, è di partire dalla propria comunità, partecipando per esempio ai consorzi di bonifica del Comune, quando si affrontano i piani regolatori.
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