La guida BereBene 2026 del Gambero fotografa un vino che deve tornare accessibile e sostenibile

Emilia Romagna | 27 Febbraio 2026 Le vie del gusto
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Riccardo Isola - C’è un osservatorio privilegiato per capire dove sta andando il vino italiano: la guida BereBene del Gambero Rosso. Non un semplice repertorio di etichette, ma il termometro del vino quotidiano. Prodotto che si compra, si stappa, si condivide. Quello che tiene in piedi il comparto. Da qui bisogna partire per una riflessione netta e inequivocabile, almeno per noi. Le capacità di spesa si restringono, il carrello,  per dirla con l’Istat, pesa sempre di più mentre il portafoglio s’alleggerisce. Si beve meno, magari meglio, ma molto meno. I dati di vendita parlano chiaro: calano i consumi, crescono gli stock in cantina, mentre le etichette più blasonate o prendono la via dei container verso l’estero o restano sugli scaffali, quando va bene, e per non dire nei magazzini aziendali. L’Italia chiude il 2025 con giacenze tra le più elevate dell’ultimo decennio: quasi 60 milioni di ettolitri di vino che, sommando mosti e vini nuovi in fermentazione, superano i 70 milioni. Il report Cantina Italia dell’Icqrf , per il 2025, dice che oltre la metà dello stock (54,2%) è Dop, il 26,4% Igp. Il 58,6% è concentrato al Nord, con il Veneto al 27,3%. Tra le province spiccano Treviso, Verona, Chieti, Ravenna e Cuneo. In mezzo, un sistema che sembra aver smarrito misura e prospettiva. Il vino, al di là di come uno la pensi, è, oggi, un surplus alimentare. Non è pane, non è latte. Per questo ha bisogno di educazione al sorso, non di rincari muscolari. Servono bottiglie fatte bene, capaci di raccontare territorio e terroir, con prezzi che accompagnino il consumatore dentro un percorso di consapevolezza. Sparare alto non giova a nessuno. Anzi, rischia di alimentare un pericoloso ed inevitabile stand by. I ricarichi, soprattutto nella ristorazione, sono spesso fuori scala. Possiamo definirli assurdi? Posso accettare di pagare qualcosa in più per un piatto pensato, costruito, servito e raccontato in casa. Posso riconoscere un margine maggiore in enoteca, dove il core business è il vino. Ma in osteria, in locanda, in agriturismo, il vino non può diventare il moltiplicatore silenzioso del conto. Tre o quattro volte il prezzo di partenza non è educazione è un vero e proprio disincentivo. Lo ha scritto con lucidità anche Carlo Macchi, ideatore di WineSurf: «Ma è possibile che per parlare di vino di qualità bisogna restringere, restringere e ancora restringere la zona di produzione (e allargare il portafoglio), lasciando nel limbo tanto ma tanto vino buono a prezzi bassi, che potrebbe rilanciare i consumi?». Domanda centrata. La miniaturizzazione delle provenienze, Mga, Sottozone, Uga, Cru, ecc, ha senso, eccome. Deve avere valore economico. Ma come vertice, non come omologazione generalizzata. Il modello Prosecco con le sue declinazioni come Valdobbiadene Prosecco Superiore e Cartizze insegna che la differenziazione funziona solo se è credibile e sostenibile. Da qui bisogna che il sistema vino, anche romagnolo, si metta attorno a un tavolo e inizi a ripensarsi. Intanto, come detto sopra, c’è una guida che fotografa da anni quello che noi scriviamo da tempo: bisogna allenare i palati, le coscienze avendo rispetto del portafoglio. Cosa racconta allora BereBene 2026? Innanzitutto una trasformazione strutturale: i bianchi dominano con 437 etichette su mille, superando i rossi (425). Non è più solo vino estivo ma è destagionalizzato, trasversale, contemporaneo. Più leggero, più verticale, più nitido. Il gusto, infatti, per sua natura si muove. A livello nazionale il re dei rossi resta il Sangiovese, seguito dalla Barbera. Tra i bianchi spiccano il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore e il Collio (21 vini ciascuno), seguiti dal Roero Arneis. Verticalità, bevibilità, identità. Il Veneto guida per numero di selezioni (105), ma Piemonte e Toscana salgono sul podio con 117 vini ciascuna. Il Valdobbiadene Prosecco Superiore resta simbolo di un brindisi democratico. L’Emilia-Romagna? Si «ferma» a 42 testimonial. La fascia cruciale? Tra i 10 e i 20 euro. È lì che il vino resta accessibile e capace di emozionare. Sotto i 5 euro le etichette sono ormai residuali. Produrre bene ovviamente costa. Ma il pubblico sembra disposto a riconoscere il giusto prezzo, non l’arbitrio. Interessante anche la fotografia tecnica. Domina l’acciaio come scelta di precisione e pulizia. Ma cresce l’attenzione per affinamenti più lunghi in vetro, anche di 24 o 30 mesi (vedi foto) Segnali di una cura che non scompare nemmeno quando il prezzo resta umano. Certe decisioni prese in Romagna dai produttori sembrano però andare controcorrente, chissà se avranno ragione loro. Il messaggio è chiaro. Meno etichette-status, più storie. Meno collezionismo, più territorio. Se il rosso custodisce le radici, il bianco interpreta il movimento. Ma tutto questo ha senso solo se la filiera, quindi produzione, distribuzione, ristorazione, si rimette in discussione. Educare al sorso significa offrire qualità accessibile, riconoscibile, coerente. Il vino deve tornare ad essere un gesto quotidiano consapevole, non un lusso episodico. Perché senza una base larga e solida, anche le punte piùalte finiscono per restare sospese… nel vuoto.

Quella «democratica» Emilia-Romagna da sorseggiare ogni giorno
L’Emilia-Romagna non cerca effetti speciali ma concretezza, identità, bevibilità. Almeno questo emerge dalle ultime selezioni regionali dedicate al miglior rapporto qualità-prezzo, dove a salire sul gradino più alto è uno spumante rosato di Lambrusco. Si tratta del Lambrusco Salamino di Santa Croce Brut Rosé 100 Vendemmie 2024 della Cantina di Santa Croce. Una scelta non scontata. Spumantizzare il Salamino in versione rosé significa lavorare di precisione: contatto breve con le bucce, bollicina nitida, fragranza aromatica in primo piano. Il risultato è un sorso elegante, scattante, con quella piacevolezza immediata che invita alla tavola. I giudici lo suggeriscono accanto al Salame di Felino, in un dialogo tutto emiliano tra grassezza e freschezza. Prezzo in cantina: 5,90 euro. Democratica eccellenza. I numeri raccontano una geografia chiara: 17 etichette di Lambrusco selezionate contro 9 di Albana di Romagna e 8 di Romagna Sangiovese Doc. Emilia e Romagna, del resto, parlano lingue viticole diverse. Tra Modena e Reggio l’universo Lambrusco si muove dall’eleganza del Sorbara alla struttura del Grasparossa, fino ai profumi del Salamino. Sui colli bolognesi avanza il Pignoletto, mentre nel reggiano riemerge la Spergola. In Romagna il cambiamento ha il volto del Sangiovese, oggi forte di 16 sottozone capaci di restituire identità territoriali nette. E se l’Albana resta il bianco simbolo, sorprende la riscossa del Trebbiano: lo dimostra il Malise Trebbiano 2023 di Umberto Cesari, prova concreta che, se lavorato con rigore, anche un vitigno a lungo sottovalutato può esprimere personalità e finezza. È un mosaico ampio, quello emiliano-romagnolo. Ma il filo conduttore è uno: vini territoriali, accessibili, quotidiani. Bottiglie che non restano in vetrina, ma finiscono al centro della tavola. (r.iso.)
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