Il «canto del cigno» della Jugoslavia nel romanzo di Elvira Mujčić

Martin Calderoni - Il 13 marzo 2026 la scrittrice Elvira Mujčić è stata ospite al liceo Torricelli-Ballardini in occasione del progetto Custodire l’umanità nel tempo del male, che vedrà 65 studenti visitare Sarajevo in ottobre. La scrittrice, bosniaca di nascita e autrice di 7 libri, è stata invitata per parlare della sua ultima fatica: La stagione che non c’era, pubblicato nell’agosto 2025. Il libro, ambientato nel 1991, in una città indefinita della Bosnia, segue la storia di Nene, un giovane artista fuggito da casa che vi fa ritorno, Merima, una sua amica d’infanzia, e sua figlia Eliza. È sull’onda di questo incontro stimolante e del desiderio di approfondire alcuni aspetti del romanzo che la redazione del Castoro ha intervistato Elvira Mujčić.
Cosa ha rappresentato per lei la Jugoslavia? Ne ha nostalgia?
«È il Paese in cui sono nata, ma nel tempo è anche diventata una sorta di leggenda, di utopia di un mondo migliore. Come per tutti gli atti mancati, non si può stabilire con certezza dove finisce la realtà e dove inizia l’immaginazione».
Perché ambientare la storia prima dell’inizio della guerra?
«La scelta del momento storico è dovuta perlopiù alla mia curiosità verso la Jugoslavia, soprattutto verso l’atmosfera che regnava. Sono partita dalla metà degli anni Ottanta, perché erano anni interessanti, pieni di vita e di possibilità. Le città come Sarajevo erano luoghi di esplorazione artistica. La caduta del muro di Berlino ha significato un momento di enorme speranza. Ecco, io volevo intercettare quella vita e seguirla per vedere come si è arrivati sulla soglia della guerra, come ha iniziato a disgregarsi un’utopia. Questo lo si può fare solo nel tempo del ‘prima’, perché è nel ‘prima’ dei grandi eventi che accadono davvero le cose importanti, germogliano le trasformazioni umane, sociali e politiche, si crea il terreno per lo Zeitgeist dell’epoca. Penso che quel lasso di tempo e quell’angolo di spazio siano i più importanti della storia delle cose umane, è lì che è ancora tutto possibile».
Quali ispirazioni reali sono confluite nei suoi personaggi?
«Per anni ho seguito tracce, indizi, ho interrogato persone la cui esperienza mi sembrava significativa, le cui vite si erano svolte in quel Paese. Non ero mai certa se fidarmi delle convinzioni che mi arrivavano dalla mia famiglia. Mi ripetevo che era troppo ideologizzata per avere uno sguardo libero. Non mi fidavo, però, nemmeno delle narrazioni che trovavano negli jugoslavi una sorta di tara genetica, che li portava a massacrarsi non appena si allentava il guinzaglio che li teneva buoni. Oltre a queste ricerche più ‘ufficiali’, sotto la mia lente di ingrandimento sono finite soprattutto le persone a me vicine, come mia madre e, ovviamente, la mia memoria, nonostante fosse una memoria legata all’infanzia».
Si rivede di più nella bambina Eliza o nel giovane artista Nene ?
«Di certo lo sguardo di Eliza è qualcosa che mi è appartenuto e che ho dovuto riscoprire per scrivere questo romanzo. Invece lo sguardo ispirato e creativo di Nene è più vicino alla me adulta».
La sua scelta di raccontare la Jugoslavia pre-guerra per ricordarla è la stessa compiuta da Nene nel romanzo. Che valore ha per lei la memoria?
«La memoria come ricostruzione, come spazio vivo in cui far accadere delle cose e salvare dall’oblio piccoli istanti preziosi è uno dei miei topos letterari. Sono consapevole che ha tante sfumature e può rivelarsi parecchio dannosa nel momento in cui diventa pura retorica volta a rafforzare un’ossessione identitaria. Grazie al personaggio di Nene ho realizzato quanto negli anni la scrittura mi sia servita per ricostruire, ricucire o inventare mondi alternativi, proseguire vite e futuri che erano stati unicamente immaginati, poiché interrotti prima di poter giungere a compimento. Man mano che pensavo al progetto artistico di Nene e ricercavo i ‘pezzi’ per la sua mostra, mi rendevo conto che stavo costruendo il mio romanzo, stavo rispondendo alle mie domande. L’opera di Nene va di pari passo con la mia costruzione del romanzo, entrambe hanno lo stesso desiderio e la stessa missione: salvare il più possibile dall’ombra dell’oblio con l’aiuto dell’infanzia che ci portiamo dentro».
A un certo punto, Meho, il nonno di Eliza, si ritrova a parlare con dei poliziotti. Lui insiste per essere chiamato compagno, mentre quelli insistono con signore. Che valore ha per lei il linguaggio nei cambiamenti politici?
«Credo che ogni cambiamento storico-sociale-politico passi attraverso la metamorfosi della lingua. Secondo il filosofo Wittgenstein i limiti del linguaggio determinano i limiti del nostro mondo e quando un mondo inizia a trasformarsi è chiaro che cambiano anche i confini linguistici. Basta sostituire una parola per dare una nuova direzione politica. Decidere di non usare più la parola compagno, espressione che per alcuni decenni ha definito il sistema socialista, significa iniziare a smantellare quel sistema. Allo stesso tempo ricorrere all’utilizzo di parole e concetti che fino a poco tempo prima erano un tabù, significa sdoganare un altro tipo di ideologia. Sono convinta che la lingua sia un potente strumento di potere e controllo, ma sta anche a noi scegliere con quale linguaggio esprimerci e quale tipo di mondo costruire».
«Se cerchi l’inferno chiedi la strada all’artista. Se non trovi l’artista sei all’inferno»: può spiegare questa frase?
«Questa frase del rabbino Avigdor Pawsner è del 1793 e io l’ho scoperta mentre facevo ricerche per scrivere questo romanzo. Durante l’assedio di Sarajevo un artista che si trovava in città mandò una sorta di appello agli artisti nel mondo chiedendo se avevano intenzione di fare qualcosa per la popolazione bosniaca e firmò con questa frase. Quando la lessi mi resi conto che condensava alla perfezione quello che io penso dell’arte o della letteratura, ossia che sono una bussola per orientarsi nelle nostre paure e nei nostri desideri, ma anche uno strumento di indagine e comprensione dei movimenti storici intorno a noi. Infine, nel momento in cui dovesse scomparire l’artista, e quindi l’arte, allora sì che saremmo definitivamente all’inferno».