Guerra agli ulivi della Palestina, distruzione programmatica di un simbolo millenario di un Paese e un popolo

Francesca Cassani - Dal 7 ottobre 2023, giorno che ha segnato l’inizio di una nuova fase di violenza sistematica in Palestina, migliaia di ulivi sono stati distrutti, sradicati o spogliati, trasformando la raccolta annuale delle olive in un’attività rischiosa. Ogni stagione della raccolta, diventa così un atto di resistenza, che ha ripercussioni sulla sicurezza alimentare, sull’identità familiare e sul patrimonio economico. Non si tratta solo di alberi: l’ulivo è simbolo di radicamento, continuità e resistenza per il popolo palestinese. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione no profit Insecurity Insight e Onu, tra ottobre 2023 e dicembre 2024 si sono verificati almeno 276 attacchi contro agricoltori palestinesi, mentre sono stati più di 215 gli episodi di distruzione degli alberi e furto di olive. Hanno raggiunto il picco nell’ottobre 2024, quando le aree di raccolta sono state trasformate in una vera e propria zona di guerra: uliveti assaltati, raccolti rubati, strutture agricole danneggiate e centinaia di animali sottratti. Nel 2025, l’attacco a uno dei simboli del popolo palestinese non ha subito interruzioni. A metà anno, villaggi come Al-Mughayyir, Nablus, Salfit, Hebron e Qalqilya hanno registrato la perdita di oltre 6mila ulivi. Ogni albero distrutto rappresenta non solo un decennio di lavoro agricolo perduto, ma costituisce un’azione aggressiva, volta a spezzare la continuità storica tra i palestinesi e la loro terra d’origine. Come ricorda Simone Balboni, cooperante in Palestina, l’ulivo non è solo una forma di sostentamento locale, ma un simbolo identitario, tanto da essere riprodotto sulla keffiah. «Questa strategia di sistematico sradicamento delle piante -continua Balboni- è strettamente legata a una complessa architettura giuridica che affonda le radici nel Codice fondiario ottomano del 1858. La legge designava gran parte delle terre agricole della regione come Miri, una categoria che permetteva ai privati di usarle, purché le coltivassero regolarmente. In base all’articolo 68 di questo codice, se un terreno resta incolto per tre anni consecutivi, senza un motivo giustificato, il diritto di possesso viene meno e la proprietà ritorna allo Stato. Le autorità israeliane usano la norma ottomana per dichiarare vaste aree della Cisgiordania come Terre dello Stato, impedendo ai contadini di coltivarle e creando le condizioni per la confisca legale». In questo contesto di espropriazione sistematica, il progetto Tent of Nations si distingue come esempio straordinario di difesa legale. La fattoria della famiglia Nassar, situata su una collina a sud-ovest di Betlemme e circondata da cinque insediamenti israeliani, è minacciata da ordini di demolizione sin dal 1991. Grazie ai titoli di proprietà risalenti all’epoca ottomana e confermati dal mandato britannico, i Nassar sono riusciti a proteggere la loro terra in tribunale. La loro strategia, basata sulla documentazione storica, è diventata un modello globale: accogliendo volontari da tutto il mondo per piantare ulivi, trasformano la memoria catastale in uno strumento concreto di resistenza pacifica contro l’espansione degli insediamenti. A questa realtà si aggiunge una questione giuridica centrale. La Cisgiordania è considerata territorio occupato dal diritto internazionale e, in quanto tale, la potenza occupante ha obblighi precisi verso la popolazione civile. La Quarta Convenzione di Ginevra vieta la distruzione di proprietà private, salvo nei casi di necessità militare. Tuttavia, secondo la documentazione delle Nazioni Unite, molti episodi di sradicamento e vandalismo avvengono in assenza di combattimenti diretti, spesso nel contesto di violenze di coloni e restrizioni amministrative che impediscono agli agricoltori di accedere ai propri terreni. Nel luglio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha affermato che la presenza israeliana nel territorio palestinese occupato è contraria al diritto internazionale e che deve cessare nel più breve tempo possibile. Parallelamente, la Corte Penale Internazionale ha aperto un’indagine sulla situazione nei Territori Palestinesi, includendo presunti crimini commessi in Cisgiordania, tra cui la distruzione estesa di proprietà e il trasferimento forzato di popolazione. Intanto le denunce degli agricoltori restano spesso inascoltate, lasciando impunite le violenze. Contemporaneamente, i posti di blocco impediscono il lavoro agricolo