Dino Campana ritrovate varianti e versi inediti in un volume appartenuto al poeta marradese

Emilia Romagna | 26 Aprile 2026 Blog Settesere
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Emma Chiarini -L’11 maggio del 2025 il Centro studi campaniani di Marradi ha annunciato una scoperta importante: il ritrovamento di versi inediti del celebre poeta Dino Campana. Il grande autore, tormentato ed errabondo, è stato soprattutto un profondo innovatore del linguaggio poetico novecentesco. Il suo peculiare stile visionario e la sua sintassi spezzata sono prova di un approccio rivoluzionario alla scrittura, che in molti potrebbero trovare incompatibile con l’uomo. Lo scrittore marradese ha sofferto di disturbi mentali: probabilmente un’ebefrenia, cioè una schizofrenia che si presenta in età giovanile, lo ha colpito in adolescenza, per tormentarlo, a fasi alterne, fino alla fine della sua vita. Nessuna discrasia però: Campana scrive quando è in possesso delle sue facoltà mentali, quando invece sente il suo equilibrio venir meno, accetta la reclusione nel manicomio di Castel Pulci. Alla sua complessa figura Walter Scarpi e Leonardo Chiari, presidente e vice del Centro studi, hanno dedicato la mostra Come lavora il genio, cercando di mettere in primo piano la preparazione letteraria di Campana e il suo costante confronto con testi di altri letterati, attraverso i secoli. La mostra è stata aperta da settembre a novembre dell’anno scorso. In questi mesi i visitatori hanno potuto approfodire la sua complessa scrittura e soprattutto vedere, sotto teca, la copia in francese, appartenuta a Dino Campana, delle Opere complete di François Villon, 1910. Nel libro sono presenti varianti inedite di tre poesie, scritte dopo gli Orfici, e pubblicate sulla rivista La Riviera ligure oltre ad alcuni versi, del tutto inediti, in francese e in italiano. Il libro è appartenuto al critico, giornalista e poeta Franco Matacotta. A ritrovarlo è stato lo stesso Chiari, che l’ha scovato a casa del figlio Cino. Ma come si è arrivati alla scoperta? L’enigma fi lologico incomincia da un passaggio de La Verna, II, il ritorno in cui viene nominata una ragazza: Catrina. Lo studioso, che inizialmente voleva apprendere l’identità della giovane, scova invece due dettagli sconosciuti fino a quel momento: la scena descritta è un funerale e Campana sta citando Dante, precisamente un sonetto della Vita Nova. Chiari si convince allora che la pagina descriva un momento autentico e personale nella vita del poeta e per questo decide di confrontare il testo con la precedente versione dei Canti Orfici, ovvero Il più lungo giorno. La prima versione è infatti diversa e contiene un’altra citazione: le righe iniziali richiamano il V canto dell’Inferno, quello dei lussuriosi. A questo punto Chiari, incuriosito dal riferimento che svaniva nella poesia degli Orfici, estende le sue ricerche al Taccuino Mattacotta (libretto di appunti in cui Campana abbozzava i suoi testi), trovandovi un’altra citazione del V canto, in una poesia il cui verso iniziale era Dictes moyoù. «La ricerca qui si è fatta particolarmente interessante», racconta lo studioso e il soggetto di essa si è spostato a La ballata delle dame di un tempo che fu di François Villon. La lirica contiene una serie di domande retoriche su famose figure femminili storiche e mitologiche, ormai scomparse: una volta erano trionfanti, ma ora il tempo le ha divorate, come «neve al sole». Il tema centrale è dunque la vanitas o impermanenza rispetto al passare del tempo. A questo punto i pezzi del puzzle vanno al loro posto. Chiari sostiene infatti che Villon, Campana e Dante cerchino tutti un’unione tra la poesia nordica e quella latina, per creare una poesia «europea»: Villon con le dame, Dante con le regine sconfitte del V canto e Campana con la figura di Catrina. Il collegamento con Villon è però ancora più profondo: un altro degli aspetti più caratteristici di Campana è infatti il suo vagabondare, nello spazio, ma anche da un’ispirazione all’altra. La sua poesia è altamente influenzata dal paesaggio e disegna una mappa dei luoghi dell’Appennino. In questi percorsi a piedi Dino portava con sé solo una valigetta con pochi libri, perciò la scelta del Villon come uno di essi indica un grande valore attribuitogli da Campana, che peraltro si rivedeva nel poeta del XV secolo, per la personalità tormentata. Ma com’è possibile che un libro tanto prezioso fosse stato dimenticato, sepolto dentro uno scatolone, che lo ha custodito per decenni? Torniamo indietro al 1916, quando, due anni dopo la pubblicazione dei Canti Orfici, una copia di essi finisce nelle mani del poeta sedicenne Raffaello Franchi. Questo giovane innesca l’effetto farfalla della storia: dopo avere letto e amato i Canti Orfici, li propone allo sguardo della sua amata del momento, la celebre poetessa Sibilla Aleramo. La scrittrice, ricordata per le sue opere, tanto quanto per la sua precocità nel rivendicare ideali di femminismo e libertà, è affascinata dall’opera di Campana e gli scrive chiedendogli di incontrarsi. Da questo momento inizia una storia d’amore travolgente, la più importante per il poeta, da cui nasce un fitto scambio di lettere. Il sentimento però brucia veloce e si spegne in meno di un anno e mezzo, dopo il quale le loro strade si divideranno per sempre: Campana entra in manicomio e Sibilla intraprende una relazione di un decennio con Franco Matacotta. Nel 1932 Campana muore, ancora internato in manicomio, senza più averla vista. L’Aleramo però non lo cancella dalla memoria, anzi conserva varie sue carte, alcune poesie e il volume di Villon. Dal diario della poetessa scopriamo che queste carte le vengono sottratte da Matacotta per pubblicarle: alcune poesie inedite escono infatti sulla rivista mensile Prospettive, in cui il critico annuncia anche di possedere «una copia annotata da Campana», poi nel ‘49 ne pubblica altre nel Taccuino Matacotta e probabilmente intende dare alle stampe un libro ricostruttivo, con tutti gli inediti, che non vedrà mai la luce. Tornando al presente, ora possediamo nuovi versi inediti del poeta di Marradi e ci chiediamo, con curiosità, quale sarà la portata di questa scoperta. Tra qualche mese Leonardo Chiari e Gianni Turchetta, professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli studi di Milano, promettono di rivelarcelo, in un articolo a cui stanno lavorando
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