Difesa europea/Prontezza 2030: la militarizzazione del pensiero sta «conquistando» il mondo

Emma Albonetti - Deterrenza e sicurezza sono i nuovi moniti subentrati all’imperativo categorico kantiano, che sovvertì a suo tempo lo Zeitgeist europeo, facendo germinare i basamenti della diplomazia occidentale. L’imperituro pacifismo del Vecchio Continente è in realtà una narrazione falsa, basti pensare alle guerre balcaniche e agli interventi per procura in altri teatri di guerra negli anni ‘90. Tuttavia la recente discesa dell’Ue nella spirale della militarizzazione ha lasciato le masse disorientate. Con il nodo gordiano del conflitto in Ucraina e la riproposizione di un neo-maccartismo statunitense, Bruxelles ha colto l’occasione per delineare un piano previdenziale per la difesa dei paesi dell’Unione. Il 19 marzo 2025, la Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen ha esposto il Libro bianco sulla difesa paneuropea, che mette a fuoco una rete finanziaria a garanzia della sicurezza a lungo termine. Lo stanziamento di 800 miliardi, provenienti dal Gruppo Banca europea e da capitali privati, dovrà coprire le spese annuali per l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale e i prestiti a lunga scadenza manovrati da Safe (Security Action for Europe), il principale strumento finanziario del piano di riarmo. L’Europa, di fronte agli equilibri internazionali in tumulto, si dichiara pronta ad abbandonare il proprio ruolo subalterno rispetto alle nuove gerarchie governative e propugna una tempestiva corsa agli armamenti, giacché, come ha affermato recentemente Von Der Leyen, «la storia non ci perdonerà l’inazione». Il rapporto Prontezza 2030 delinea un chiaro fronte di alleanza speculare al Patto Atlantico, in storica opposizione con Russia e Cina. Tra i punti coperti dal «dividendo collaborativo», il valore economico e strategico derivante dalla cooperazione tra stati Ue nell’acquisto e produzione di armi, si osserva la mobilità militare affiancata alle infrastrutture. Tra queste doveva rientrare, come si legge nel comunicato stampa del consiglio dei ministri n.123, il ponte sullo stretto di Messina, proposto dal governo italiano come dual use, «tenuto conto della presenza di importanti basi Nato nell’Italia meridionale». Il progetto ha però ricevuto il veto dell’Alleanza atlantica. A seguire, viene preventivato un disegno di difesa dei confini, che patrocinerebbe la costruzione di un Eastern Border Shield, prontamente sollecitato da Varsavia. Per l’Ucraina l’Ue ha invece maturato un piano di guerra asimmetrica detta a porcospino, che, attraverso cospicui investimenti in tecnologia militare, invia un segnale intimidatorio all’economia bellica avversaria. Tale approccio difensivo non-cooperativo è riconducibile a quello della Guerra Fredda, da cui nasce la teoria dell’equilibrio di Nash, secondo la quale le due parti opposte non traggono alcun vantaggio nel cambiare il proprio profilo strategico, arrivando dunque a una situazione di stallo, ad una corsa agli armamenti o alla distruzione mut ua assicurata. L’equilibrio raggiunto è pertanto sub-ottimale, poiché la possibilità di una linea offensiva intrapresa dal rivale porta ad escludere l’opzione del disarmo, considerando che il risultato non è mai determinato da una scelta unilaterale, ma è sempre influenzato dall’imprevedibile risposta avversaria. Il riarmo europeo è poi da considerare non solo in un’ottica cautelativa, ma anche concorrenziale, onde sanare il divario strutturale rispetto a potenze industriali quali Stati Uniti e Cina. Testimone dell’ormai stanco subordinarsi dei Ventisette all’egemonia altrui è il tentativo di un «federalismo pragmatico», proposto dell’ex premier Mario Draghi, alla luce di un «ordine globale defunto». Incaricato nel 2024 di redigere un rapporto sulla competitività europea, l’ora consigliere speciale della presidente di Commissione, continua a sollecitare l’interdipendenza imprenditoriale tra gli Stati Membri, ambendo ad uno scongelamento dell’industria interna, i cui investimenti sono di buon grado dirottati verso altri attori della sfera militare (specie Usa e Israele). L’Unione, pur ancora inesperta nelle turbolente acque internazionali, viene spinta verso un’emancipazione della governance, che rivendica un modello sociale autonomo. Ciò premesso, la linea europea sembra essere considerevolmente condizionata dal sempre più aggressivo asset difensivo americano (valgano come esempio l’attacco al Venezuela e gli interventi anti-immigrazione dell’Ice). Lo scorso novembre, Washington ha emendato la carta sulla National security strategy, in cui viene discussa la stagnazione economico-militare europea dovuta, stando alla Casa Bianca, alla politica migratoria inadeguata e alla perdita di autostima, evidenziando la necessità di ristabilire l’antica grandezza europea allineata a quella delle Nazioni amiche. Il programma per la «promozione del valore europeo» vuole combattere le dinamiche protezionistiche e la timidezza imprenditoriale, che avrebbero gettato i paesi Nato alla mercè della Russia e dell’industria tecnologica cinese. I leader dell’Unione, intimiditi dai rimproveri di Trump all’inerzia europea e trascinati nella svolta neo-conservatrice statunitense, stanno operando una campagna di consenso, che coniughi le scelte delle istituzioni con il comune sentire europeo. La prospettiva di una «pace armata» e l’allarmismo rispetto alla minaccia di una guerra domestica hanno vinto parte dell’opinione pubblica. La narrazione imperante vorrebbe imporre le ragioni di una necropolitica che si giustificherebbe come unico orizzonte per la sicurezza nazionale. Si fa leva sui presunti vantaggi economici di un riarmo, considerato una spesa come un’altra, piuttosto che la variabile decisiva tra due futuri radicalmente diversi. Viene recuperata la necessità storica assoluta della guerra come dialogo tra le nazioni, e la pace armata è il preludio che potrebbe portare allo sconvolgimento dello scacchiere europeo.