Da quattro mesi l’istituto «Ramazzini» di Bologna si trova senza un direttore: rischio la libera ricerca sul cancro

Emma Chiarini - A 25 anni dalla morte di Cesare Maltoni, l’oncologo faentino conosciuto a livello miondiale per essere stato un pioniere nello studio delle sostanze chimiche cancerogene, la sua memoria è ancora viva e persistente nella comunità scientifica e non solo. Il celebre cancerologo, oltre a rappresentare un faro per l’oncologia odierna, è anche stato il padre della ricerca libera e indipentente, valore sul quale ha fondato nel 1987 l’Istituto Ramazzini. L’ente a oggi è una Cooperativa Sociale Onlus che conta oltre 40mila soci e si impegna in vari campi, tra cui la ricerca, la prevenzione e la divulgazione scientifica. L’istituto è sempre stato meritevole di grande rispetto nell’ambiente accademico, da cui è stato considerato una roccaforte della ricerca libera. Questa sua caratteristica di indipendenza è ciò che l’ha differenziato da tutti gli altri centri di ricerca e l’ha portato a risultati storici. Un primo esempio lampante è il caso dell’aspartame (dolcificante artificiale, utilizzato come additivo in bevande light o zero) che, studiato per 30 anni dall’Istituto, è stato riconosciuto come possibile cancerogeno dalla Iarc, Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Ma le ricerche hanno spaziato tra i più vari campi, dal progetto Sprint sui pesticidi, alle indagini sulle onde elettormagnetiche e i rischi dell’abuso dei cellulari. Relativamente al tema della prevenzione, da quest’ultimo studio è stato tratto un opuscolo informativo, pensato per i giovani, con consigli per un uso più sicuro del telefono cellulare. Tra questi troviamo la preferenza delle cuffie con filo a quelle bluetooth o l’acquisto di cellulare a Sav (livello di emissioni più basso). Tutti gli studi elencati in precedenza sono stati considerati scomodi, ma questo non ha mai intaccato la stabilità del Centro e la sua missione divulgativa. A gennaio di quest’anno però, c’è stata una svolta. Tra le iniziative in ricordo del suo fondatore, si è infatti insinuata una vicenda che ha rotto l’unaminità dei consensi, caratteristica memorabile del Ramazzini. La gestione interna lo ha trascinato dentro a un caos di grandezza tale da coinvolgere anche il sindacato bolognese Fp Cgil, che ha diramato un comunicato stampa. A generare ciò è stata la concomitanza temporale tra la divulgazione degli allarmanti risultati dello studio su uno dei pesticidi più utilizzati a livello mondiale, il glifosato, e il licenziamento del coordinatore dello studio, il dottor Mandrioli. La ricerca Global Glyphosate Study, avviata nel 2016, ha infatti mostrato come i pesticidi a base di glifosato siano stati in grado di alterare significativamente il microbioma intestinale delle cavie utilizzate, anche a dosi attualmente ammesse in Europa. I risultati più recenti hanno mostrato, inoltre, che sia il glifosato che gli erbicidi a base di questa sostanza, causano leucemia nei ratti in giovane età e anche a basse dosi di esposizione, mentre non sono state osservate leucemie nei ratti non esposti. La metà delle morti per leucemia si sono inoltre verificate a meno di un anno di età (equivalente a circa 35-40 anni nell’uomo). La gravità della vicenda risiede nel timore che dietro un provvedimento amministrativo, come un licenziamento, possa celarsi una pressione esterna. Mandrioli è stato infatti allontanato proprio mentre coordinava lo studio indipendente più vasto al mondo contro uno dei giganti dell’industria chimica. Tutto ciò ha scatenato un interrogativo etico: l’Istituto è ancora quella roccaforte libera voluta da Maltoni o sta cedendo a logiche diverse? Nel comunicato stampa del 24 gennaio, la Fp Cgil chiedeva «l’apertura immediata di un tavolo di confronto con i vertici dell’Istituto Ramazzini». Il sindacato, dopo aver mostrato grande preoccupazione per la salvaguardia dell’impiego dei lavoratori (23 donne e 4 uomini), che da gennaio di quest’anno si ritrovano privi di un direttore, ha anche sostenuto che tra le ragioni del comunicato stampa ci fosse un timore per «un cambio di rotta nella direzione» e che esso potesse «mettere a rischio la prosecuzione delle linee di ricerca storiche e l’autorevolezza dei progetti in corso, minando il posizionamento del Centro a livello scientifico globale». A questo ha risposto la presidentessa del Ramazzini, Loretta Masotti, la quale ha sostenuto che il licenziamento fosse «l’esito di un percorso concordato, con valutazioni che attengono agli assetti di governance e non presentano alcuna attinenza con l’attività scientifica o con i progetti di ricerca in corso», negando una qualsiasi inversione di tendenza nelle linee guida dell’ente. Masotti, inoltre, ci ha comunicato che il nuovo direttore è già stato scelto e, anche se il nome non è stato ancora svelato, entrarà in carica durante quest’anno. A questo punto possiamo solo aspettare e confidare che la via mostrata da Maltoni sia seguita e che con la nomina del nuovo direttore, l’Istituto Ramazzini dimostrerà nei fatti di non aver cambiato rotta. Solo così l’eredità del padre della ricerca libera potrà continuare a essere, per tutti noi, una sentinella di verità.