Da Fusignano ai villaggi occupati da Israele, il viaggio di un attivista di Mediterranea Saving Humans: «In Masafer Yatta, accanto a chi continua a resistere»

Michela Ricci - Di notte, in Masafer Yatta, si dorme aspettando un rumore. Può essere il passo di un colono o l’ombra di un soldato. Può non succedere nulla, oppure tutto, all’improvviso. In questa zona rurale a sud di Hebron, in Cisgiordania, fatta di colline aspre e villaggi che sembrano aggrappati alla terra, il sonno non è mai davvero riposo. Vivere in Masafer Yatta, per un palestinese, significa abitare una terra occupata: l’esercito e la polizia israeliana hanno il controllo, la violenza può arrivare ogni giorno e ci si sente prigionieri in casa propria. In questa quotidianità sospesa, per quasi un mese, ha vissuto anche ‘Melo’, che in questo racconto ha scelto di utilizzare il suo nome da campo per motivi di sicurezza. Venticinque anni, partito da Fusignano e arrivato nel villaggio di At-Tuwani, ha preso parte a uno dei progetti di Mediterranea Saving Humans, l’associazione di promozione sociale che dal 2018 interviene dove i diritti umani vengono calpestati. Il suo compito era quello di farsi «strumento del Sumud, la resistenza non violenta del popolo palestinese». Per 25 giorni ha condiviso la vita del villaggio: si è seduto nelle cucine delle famiglie, ha camminato accanto ai pastori, ha dormito nelle case della comunità. «Con l’obiettivo di documentare ogni abuso e offrire la mia presenza per cercare di attenuare le violenze». Davanti a un occidentale, l’esercito e i coloni israeliani, a volte, si sentono frenati. «Ma bisogna accettare che, in certi momenti, la propria presenza non serve a cambiare le cose, solo a guardarle - e documentarle - mentre accadono». Quel materiale finisce poi nei report di Mediterranea, «per dare sostanza alle denunce indirizzate alle autorità competenti, come la Corte Internazionale di Giustizia».
«FREE, FREE PALESTINE»
La decisione di ‘Melo’ di partire per la Palestina e offrire il proprio supporto, ha radici lontane. «Nel 2010 ero in vacanza a Londra con la mia famiglia. Ci trovammo davanti a una grande manifestazione: la gente era scesa in piazza per protestare contro l’assalto alla prima Flotilla diretta a Gaza per rompere l’embargo. L’unica cosa che capivo era quel grido, ‘Free, free Palestine’. Chiesi ai miei genitori cosa stesse succedendo e rimasi molto colpito». Negli anni, quel suono è rimasto sotto traccia. Ha continuato a tornare, a farsi spazio tra i libri di scuola, gli studi universitari a Bologna, le esperienze all’estero, fino a diventare una domanda concreta: «Cosa posso fare?». La risposta è arrivata attraverso Mediterranea. Prima di partire, ‘Melo’ ha seguito un percorso di formazione, «con la consapevolezza, però, che non si può essere davvero preparati a quello che si vedrà sul campo». A At-Tuwani, uno dei villaggi della regione di Masafer Yatta - raccontato anche nel documentario «No Other Land», premio Oscar nel 2025 - la violenza non è un evento eccezionale. «Gli israeliani rendono la vita impossibile ai palestinesi con una metodicità che lascia senza parole». Non sono solo i raid o gli arresti. «Ci sono i tubi dell’acqua tranciati, le recinzioni distrutte, gli ulivi bruciati, il gregge avvelenato».
SE IL MONDO GUARDA ALTROVE
Nella vita dei palestinesi in Masafer Yatta ci sono momenti in cui l’isolamento diventa assoluto. Durante la missione di ‘Melo’ è scoppiata la guerra in Iran. «In quel momento gli episodi di violenza si sono intensificati. I gate - grandi cancelli di ferro che Israele usa per sigillare i villaggi - sono stati chiusi. Non si entrava e non si usciva. Per dieci giorni siamo rimasti bloccati. Se qualcuno sta male, se cade il relitto di un missile - cosa effettivamente accaduta in un villaggio vicino al nostro - i soccorsi non arrivano». Quando il mondo guarda da un’altra parte, i coloni sparano, bloccano le strade, stringono il cappio. Eppure, in mezzo a tanto buio, ‘Melo’ ha trovato una luce inaspettata. È quella delle veglie notturne, «quando ci si siede attorno a un fuoco a chiacchierare fino all’alba. Anche senza una lingua comune, la connessione passa per altri canali. Le persone che prima vedevo attraverso uno schermo, lì avevano un nome e un cognome. Ci sono gli anziani che resistono da quando erano bambini e hanno voglia di raccontarsi. Ci sono i giovani, che continuano a vivere con la speranza, e la convinzione, che si possa costruire un futuro migliore. Mi ha colpito la loro capacità di trovare energia dove non c’è controllo. La forza di ricostruire una casa demolita il giorno prima, di tornare al pascolo nella valle dove sono stati picchiati».
COSA SI PUÒ FARE
Dopo quasi un mese in Palestina, ‘Melo’ è tornato a casa con «una grossa matassa da sbrogliare». Si aspettava di provare rabbia davanti alla violenza che ha visto: «È la reazione che ho sempre avuto, fin da bambino, davanti alle ingiustizie». Invece si è ritrovato addosso «una sensazione diversa: l’amarezza di fronte a una insensatezza totale». E allora la domanda torna, inevitabile: cosa si può fare, anche da qui? «Il punto di partenza è la consapevolezza che ognuno di noi ha un impatto limitato, ma esiste. E bisogna assumersi la responsabilità di quella parte». Significa partire dalle cose più piccole, dalle azioni della vita quotidiana. «Scegliere cosa si consuma, cosa si finanzia, informarsi. Ma non è solo questo». C’è un livello più profondo, che riguarda il modo in cui si sta nel mondo. «Possiamo scegliere come essere cittadini, come usare il nostro diritto di voto. Ma soprattutto bisogna parlare». Con chi ci sta vicino, con chi la pensa diversamente, anche quando è scomodo. Perché il rischio più grande, «è che tutto continui ad accadere senza che nessuno guardi». Resta una consapevolezza difficile da ignorare: «Non possiamo continuare a vivere come se il peso delle nostre azioni quotidiane non esistesse». Per questo, quello di ‘Melo’, non è stato un semplice viaggio: «Io sono andato a restituire un pezzo della responsabilità che ho. Non è qualcosa di dovuto… ma in un certo senso sì».