Castoro, la dipendenza economica rappresenta uno dei fattori chiave nella violenza di genere

Emilia Romagna | 07 Luglio 2025 Blog Settesere
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Fadwa Soualhi - Il rapporto tra violenza domestica e dipendenza economica è profondo e complesso: queste due componenti, molto spesso, danno vita a un circolo vizioso che limita gravemente l’autonomia delle donne e ostacola la loro capacità di uscire da relazioni abusive. La violenza economica risulta distruttiva perché mina la libertà, l’autostima e la sicurezza della vittima. Si trova, quindi, alla base dell’abuso, seppure in maniera implicita. Il rapporto annuale D.i.Re, Donne in rete, rivela che il 32,9% delle donne vittime di violenza è a reddito zero e solo meno del 40% può contare su uno sicuro. Un altro dato che non può essere ignorato è stato diffuso da Global thinking foundation nel 2023, secondo cui solo il 58% delle donne italiane possiede un conto corrente personale. I centri antiviolenza hanno l’obiettivo di supportare le donne offrendo, tra le altre cose, supporto finanziario e assistenza legale. Un esempio è l’associazione Demetra, fondata nel 2005 a Lugo. Una delle fondatrici e presidente del centro è Nadia Somma, che abbiamo intervistato.
Quali problemi devono affrontare le donne che subiscono abusi?
«Esistono due problematiche che le donne devono affrontare quando subiscono abusi: la violenza economica all’interno della famiglia e le discriminazioni nel mondo del lavoro. La violenza domestica impoverisce le donne di risorse psicologiche e di risorse economiche. Gli autori di violenza mettono in atto un costante controllo delle risorse delle donne, consapevoli che la dipendenza economica sarà un formidabile strumento di potere. Quindi, le costringono a lasciare il lavoro con accuse varie. La più ricorrente è quella di avere relazioni sessuali con i colleghi. Un’altra strategia è ricattare la partner, rifiutandosi di provvedere alle esigenze dei figli».
Quali sono le lacune più significative nelle politiche di welfare che impediscono alle donne vittime di violenza di essere supportate adeguatamente?
«Le lacune nel nostro Paese sono enormi. In primis, le donne che scelgono la maternità rischiano di perdere il lavoro. Il problema è ampio e accentuato dalla precarizzazione dei contratti, che colpisce soprattutto le donne. Una lavoratrice su 5 esce dal mercato del lavoro dopo la prima maternità e il 72,8% delle dimissioni di neogenitori riguarda le donne, secondo Save the children. L’Italia ha un’idea poco evoluta dei ruoli genitoriali e della famiglia, infatti, non ha introdotto leggi che equilibrino i congedi obbligatori per maternità e paternità. Il lavoro di cura resta a carico delle donne, con ripercussioni sul lavoro e sul reddito, che influiscono sulla pensione che percepiranno da anziane. Occorre considerare poi che gli asili nido sono pochi e con grande disparità di posti disponibili tra nord e sud. Il governo Meloni ha tagliato i fondi che dovevano avvicinare l’Italia agli standard europei. L’obiettivo da raggiungere nel 2026 era un posto ogni 3 bambini, come previsto nel Pnrr. Si continua a mantenere un’idea arretrata dei ruoli in famiglia e si chiede alle donne di fare solo le madri. Il risultato? Crescita demografica ai minimi storici».
Quale ruolo giocano le difficoltà economiche nelle decisioni che le donne prendono, quando si trovano a dover scegliere tra cercare aiuto o rimanere nel contesto violento?
«Le donne possono essere fortemente condizionate dalla paura di non avere la possibilità di mantenere se stesse e i figli. I salari bassi e i pregiudizi sessisti inducono i proprietari di case a non stipulare contratti d’affitto a madri sole. Se si tratta di immigrate, gli stereotipi si rafforzano. I tempi di attesa per le case popolari sono lunghi. E diciamolo, alcune aziende, invece di andare incontro a queste madri lavoratrici in difficoltà, impongono turni inconciliabili con la cura dei figli. Nonostante questo, riusciamo ad aiutarle. A volte, però, alcune si scoraggiano e decidono di restare con l’autore della violenza».
Il supporto economico, ad esempio l’accesso a un lavoro o a forme di assistenza sociale, può contribuire a rompere il ciclo di violenza?
«I centri antiviolenza offrono vari supporti alle donne, mettendo prima di tutto in sicurezza quelle in pericolo, allontanandole da casa. Se rimangono con il partner violento, sono soggette a una sorta di emorragia vitale e rischiano di mantenere la relazione con lui. È fondamentale che le donne abbiano anche risorse economiche, quindi in Emilia Romagna l’ente Regione finanzia da anni lo Sportello lavoro per il reinserimento lavorativo. I centri, come il nostro, presentano progetti quando ci sono dei bandi per l’empowerment femminile. Collaboriamo spesso con Sos Donna di Faenza, proponendo tirocini e corsi di alfabetizzazione bancaria e informatica».
Esiste una differenza nel tipo di violenza che le donne subiscono a seconda della loro classe sociale o del livello di reddito?
«Non ci sono differenze. Le dinamiche messe in campo dagli autori di violenza sono le stesse. Una donna che riesce a mantenere il proprio lavoro, che ha la patente, un’alta professionalità o una specializzazione, non è detto che abbia risorse psicologiche».
Quali sono i principali strumenti o risorse che questi centri offrono alle donne che si trovano in difficoltà economica e che vogliono uscire dalla violenza?
«I centri antiviolenza e le istituzioni offrono supporto al reinserimento lavorativo e il reddito di libertà, un contributo statale fino a 500 euro per ogni donna, per un massimo di 12 mesi. Inoltre, ci sono i contributi del servizio sociale per il pagamento di bollette, affitto e alimenti. Esistono anche il microcredito statale e progetti finanziati da privati, che donano fondi ai centri antiviolenza direttamente erogati alle donne. Demetra fa parte dell’associazione nazionale D.I.Re contro la violenza che, rappresentando oggi 87 centri antiviolenza femministi, riceve fondi da grandi aziende per sostenere i percorsi di uscita dalla violenza. Tuttavia, questi interventi non sono certo risolutivi per la povertà delle donne».
Le difficoltà legate alla dipendenza economica sono spesso difficili da individuare dall’esterno. Come possiamo sensibilizzare la società su questo aspetto?
«I centri antiviolenza sostengono le donne e sensibilizzano la società da tempo, ma certo non possono sostituirsi alle politiche di welfare, che hanno il dovere di abbattere le disparità sociali e dare risposte».
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