Carlin Petrini

Emilia Romagna | 25 Maggio 2026 Blog Settesere
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Stanno giocando a bowling nella nostra fila, vedo i birilli che mi cadono attorno a uno a uno…
Jack Nicholson


Guido Tampieri - Mi confidó che il padre lo chiamava Carletto, un po’ per tutti era Carlin, io l’ho sempre chiamato Carlo. Carlo e Guido suona bene per un’amicizia. «Io sono io e lui è lui» scrive Montaigne nei suoi Saggi per spiegare un sentimento che non ha e non pretende spiegazioni. Alla nostra età morire non è un’ingiustizia. Non ci piace, e a Carlo, credo, meno che ad altri, ma è una buona ragione per accettarlo. Come si può.
Perché poi i sentimenti prendono un’altra strada, e il dolore si inabissa nel vuoto di una separazione lacerante. Ne abbiamo parlato qualche volta, i vecchi, un tempo si chiamavano così, lo fanno. Magari nascondendo il turbamento tra le pieghe mimetiche di battute scherzose.
L’abbiamo fatto, da ultimo, in occasione della conversazione attorno al De senectute di Bobbio, che gli avevo suggerito e assieme sconsigliato di leggere prima di prendere sonno. L’interesse per il di qua, che Carlo ha coltivato appassionatamente, non distoglieva lo sguardo dall’al di là di quest’uomo agnostico più gnostico di quanto venisse da pensare.
Aveva una gioia di vivere incontenibile e una curiosità irrefrenabile. La Laurea onoris causa in Antropologia culturale gli calzava a pennello. Era una persona di forte spiritualità, un esploratore delle cose della vita e del loro significato, su su fino alle sorgenti del Nilo.
Nutriva un’enorme considerazione per Padre Bianchi, il priore di Bose, dove si ritirava a meditare, e credo che la sua ansia di conoscere si sia sublimata nell’incontro d’anime con  Jorge Bergoglio, Papa e uomo. Un sodalizio, se così si può rispettosamente chiamare, che arrivava fino alla condivisione delle nonne, che  è il punto più alto dell intimità umana. E che, da parte del Pontefice, si spinse, accomunati dall’amore per la Terra e i suoi inquilini più umili, fino ad affidare a un senza Dio la prefazione all’Enciclica Laudato si’. Che qualcosa negli ambienti vaticani deve essergli anche costato. Un rapporto che stimolava e inorgogliva Carlo quant’altri mai. Più ancora del Presidio Slow food del peperone di Carmagnola.
Meglio scherzarci su. Ogni parola pesa. Scrivere di un amico che non c’è più ti fa piacere e ti turba. Hai timore di non essere all’altezza del compito. Nessuno conosce l’uomo se non lo Spirito che lo abita, scrive San Paolo. Noi possiamo solo cercare di interpretare i frammento che ci è dato cogliere.
Il percorso di Carlo Petrini e della piccola grande brigata braidese che ha guidato alla conquista di traguardi sempre nuovi con la forza dispotica della convinzione, si snoda tutto lungo la frontiera avanzata delle inquietudini del nostro tempo. Alla ricerca di risposte. Carlo era un costruttore. Il suo «dream» visionario era già progetto. Se erano utopie erano concrete, condensate in quella frase che gli amici di Bra hanno scelto a compendio di una vita: «Semini utopia, raccogli realtà». Alla base di tutto c’era l’idea di comunità. Al netto di tutto era un uomo di sinistra. Determinato e capace di coinvolgere nei suoi disegni anche persone distanti dalla sua formazione.
Solo Carlin poteva far ballare Alemanno, accadde a Sanremo, al ritmo rivoluzionario dei Mau Mau. Non è stato tutto piano, lineare, preordinato.
Il Manifesto di Slow Food, scritto con l’amico Folco Portinari, e il Salone del gusto che rianimò un Lingotto e anche un po’ una Torino tradita dalla Fiat, sono due momenti di uno stesso percorso culturale in cui cambia la portata ma non la natura del progetto.
«Chi l’avrebbe mai detto, quei quattro ubriaconi di Bra», fu il commento, che voleva essere lusinghiero, di un tassista alla richiesta di un anonimo Petrini di conoscere la sua opinione sull’evento. Ridemmo per tutta la sera.
Con Terra Madre c’è un’impennata, cambia il paradigma, si rafforza la consapevolezza, cresce l’aspirazione, l’idea di fa missione. Il cibo buono, pulito e giusto resta nella sua visione una questione politica centrale ma non è solo cibo quello che Petrini mette in tavola. Il tempo si allunga al futuro, come solo la coscienza ecologica sa fare. Lo spazio si allarga al mondo, perché l’interdipendenza è la condizione del suo esistere. É la vita stessa che lo pretende.
Le domande cui Petrini cerca risposte sono le stesse di questa generazione misconosciuta di ragazze e ragazzi. E ancor più, c’è da credere, delle prossime. Bon, che se apri l’otre dei ricordi non sai più dove ti trasportano.
Dovevamo vederci al ritorno dal suo viaggio in Spagna. Qui da me, a fare la cosa che più gli piaceva, a cazzeggiare, chè la vita è già faticosa di suo senza bisogno di spingerci su. Mi aveva rassicurato che le analisi della sua malattia andavano bene.
«Così van le cose» canta Leonard Cohen. Il rapporto affettuoso con me e Laura era diventato qualcosa di importante in occasione di un viaggio a Oporto, dove doveva ricevere una onorificenza del Governo. Ci aveva chiesto di accompagnarlo, noi soli. Non so perché, forse per quella strana idea di Montaigne sull’amicizia, forse per pudore della sua fragilità.
Non stava bene, é stato male per tutta la permanenza in Portogallo e ancor più dopo. Giorni dolci e malinconici. Di quell’omone sembrava rimasto solo il suo sorriso. Sto per terminare. Ma non vi lascio così.
A Carlo questo finale non piacerebbe. Preferisco ricordare quando, qualche tempo dopo, risorto più bello e più grande che prima, andammo a Madrid con sua sorella Chiara e l’adorato Azio. C’era anche Fassino, a quel tempo segretario del Pds. Che pensó bene di organizzare un incontro con l’Ambasciatore italiano in un ristorante.
Quando il diplomatico entrò nella saletta assieme alla consorte uno sciagurato di cui non è difficile intuire l’identità, subito sorretto da due deficenti, intonò il motivetto: «É arrivato l’ambasciatore con le piume sul cappello…». L’ambasciatore rimase impietrito. Piero non si è più riavuto.
Si, il tuo è stato un gran bel viaggio, hermano. A presto.
 
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