Ainu: un’identità ancora tutta da ricostruire per la minoranza etnica, schiacciata dal nazionalismo giapponese

Davide Petrone - Gli ainu sono una popolazione indigena del Giappone, originariamente diff usa in tutta l’isola di Hokkaido, parte di quella di Sakhalin e nell’arcipelago delle Kurili. Si tratta di un popolo, forse originario della Siberia, con una cultura tradizionale molto legata alla natura. Anticamente i loro rapporti col popolo giapponese erano perlopiù equi e basati sul commercio, fino all’incirca al XV secolo. Fu in questo periodo che, approfittando dell’assenza di un’organizzazione statale in Hokkaido, alcuni clan giapponesi ne presero il controllo, iniziando a sfruttare gli ainu come manodopera. Nel corso dei secoli successivi, diverse rivolte s c o p p i a r o n o all’interno della popolazione ainu, ma nessuna di queste portò risultati concreti. Nel 1899, in piena restaurazione Meiji, l’imperatore giapponese ordinò la colonizzazione sistematica dell’Hokkaido e promulgò leggi che portarono all’assimilazione forzata e a uno sgretolamento dell’identità ainu, che nel corso del ‘900 sembrava destinata a sparire. Negli ultimi 30 anni, tuttavia, è iniziata una rinascita culturale tra i discendenti degli ainu, che ha riportato all’attenzione la loro storia sia in Giappone che a livello internazionale. A questo proposito abbiamo intervistato due esperti che hanno all’attivo diverse pubblicazioni relative a questo popolo: Elia Dal Corso, ricercatore all’università Ca’ Foscari di Venezia, e Susanna Marino, docente all’ateneo di Milano Bicocca. La cultura ainu ha subito profonde modificazioni nell’ultimo secolo e mezzo. «L’assimilazione forzata l’ha danneggiata più di qualunque altra cosa -afferma il professor Dal Corso. La diversità, la varietà linguistica e culturale che esisteva nei loro territori si è persa, soprattutto a seguito della ricollocazione delle c o m u n i t à che vivevano a Sakhalin e nelle isole Kurili, dopo che quei territori vennero restituiti alla Russia, a seguito della Seconda guerra mondiale». In questo processo di assimilazione furono adottati metodi brutali che, ci spiega Marino, hanno avuto conseguenze irreversibili: «Essendo stati costretti, a partire dalla fine dell’Ottocento, a matrimoni misti e incrociati con giapponesi, quanto sia rimasto dell’etnia ainu pura è difficile da stabilire. Guardando le foto precedenti a quell’epoca, si notano evidenti differenze fisionomiche tra gli ainu di allora e quelli di oggi». Ad essere colpito fu anche l’insieme delle tradizioni legate alla caccia e alla pesca, che «per la prima metà del Novecento -prosegue Marino- furono del tutto vietate. Le terre degli ainu vennero conquistate e questi, che non erano agricoltori, furono costretti a lavorare terreni scarsamente produttivi. È come se da un giorno all’altro noi venissimo obbligati a vivere come eschimesi». Vittime di un forte pregiudizio che non li vedeva affatto come parte del Giappone, gli ainu iniziarono a nascondere la loro identità come meccanismo di difesa, per non costringere i loro figli a una vita priva di opportunità. Infatti, usando le parole di Marino, «la società giapponese tende all’omogeneità, quindi a battere il chiodo che sporge». Dunque, la cultura ainu andava cancellata. Come afferma Dal Corso, «l’identità Ainu si manifesta nel sapere la lingua, che non venne più tramandata in famiglia, complice il governo giapponese che incentivava tutto questo, con la promessa di un reinserimento più semplice all’interno della società». Per diversi decenni, il destino di questo po polo sembrava quello di sparire tra le pagine della storia, ma così non è stato: a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, infatti, «c’è stato come un risorgere, -spiega Marino- sia dal punto di vista dell’autonarrazione culturale, dapprima attraverso scrittori e poeti, e poi con musicisti, scultori e artigiani, sia nel campo della lotta in ambito socio-politico, con l’obiettivo di recuperare e riaffermare le antiche tradizioni». Così, la questione Ainu è tornata pian piano sotto i riflettori e il movimento ha iniziato a dare i suoi frutti: sono nate numerose associazioni di tutela e sviluppo culturale e anche il governo ha dovuto prendere provvedimenti a favore della causa. Una svolta fondamentale è stata raggiunta nel 2019, q u a n d o , attraverso una legge ad hoc, gli ainu sono stati riconosciuti ufficialmente come popolazione indigena del Giappone. Questo non è stato un punto di arrivo, quanto di partenza, racconta Dal Corso: «Tra le generazioni di ainu più giovani c’è stato un riavvicinamento e una riscoperta culturale, con un coinvolgimento sempre più forte che ha portato, per esempio, all’apertura di molti centri d’insegnamento della lingua, che cercano di reintrodurre anche nel contesto familiare». Questa, però, è in grande parte perduta irrimediabilmente e non è considerata da molti ainu un elemento fondamentale per la rinascita culturale. Infatti, da ormai più di vent’anni, non c’è più nessuno che possa considerare l’ainu la sua lingua madre. La situazione è tutt’altro che giunta a un lieto fine. Dal Corso dichiara: «Anche se il fatto di professarsi ainu non va più ad inficiare la ricerca di un lavoro, l’iscrizione ad una scuola, all’università, tutte cose che durante il Novecento erano estremamente difficili da fare, lo stigma contro gli ainu è ancora molto forte». L’impegno governativo, al di fuori del riconoscimento formale, continua a essere carente. La questione ainu non viene percepita come nazionale e i contributi, anche economici, a favore di progetti culturali, continuano ad arrivare principalmente dai governatorati prefetturali dell’Hokkaido. Per giunta, i pochi casi di progetti di grande portata, finanziati da denaro pubblico, sono stati estremamente controversi. Emblematico è il caso del Museo nazionale ainu di Upopoy, inaugurato nel 2021 nel mezzo di una tempesta di opinioni contrastanti, dovute alla quasi totale assenza di rappresentanti ainu all’interno della commissione preposta alla progettazione del sito e alle accuse che la sua costruzione avesse una finalità unicamente economica. Il movimento di rinascita della cultura ainu è in crescita e sembra destinato a portare a risultati sempre più significativi, nonostante le criticità che continuano a ostacolarlo, ma la situazione è in continuo divenire e, afferma Dal Corso: «Prima di una decina di anni non saranno davvero evidenti i risultati di tutto quello che sta succedendo e che è successo nell’ultimo decennio». Solo il tempo potrà dirci se l’identità perduta di questo popolo sarà, un giorno, ritrovata.