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Faenza, dopo 12 anni Giordano Zinzani lascia la presidenza del Consorzio vini, il 27 le nuove elezioni

Romagna | 23 Maggio 2020 Gusto
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Riccardo Isola - Dopo 12 anni, Giordano Zinzani lascia la guida del Consorzio Vini di Romagna. Il 27 maggio le nuove elezioni che vedono come candidata alla presidenza la sola Ruenza Santandrea.
Quattro mandati alla guida del Consorzio vini di Romagna, quale bilancio si può fare?
«Sono stato eletto presidente per la prima volta nell’aprile del 2008. Facevo già parte del consiglio di amministrazione del Consorzio dal 1999 e poi dal 2005 al 2008 ho ricoperto anche l’incarico di presidente della commissione di valorizzazione. Dopo così tanti anni è giunto il momento di passare il testimone. Un bilancio? Senza peccare di presunzione lo considero positivo. Abbiamo fatto tante cose e tante ne avremmo volute fare. Purtroppo non è sempre stato- possibile realizzare quanto si sarebbe voluto».
A che grado di salute è il vino di Romagna?
«Il vino di Romagna è in buono stato di salute. Stampa e critica, nazionale e internazionale, hanno rivolto ai nostri vini una crescente considerazione e attenzione. Sono aumentate le aziende che imbottigliano e vendono i vini di Romagna e questo è testimonianza che ci sono aspettative concrete sui nostri prodotti. La vitivinicoltura romagnola rappresenta una filiera importante del settore agricolo, sia per volumi sia per fatturato. Sono aumentati sicuramenti i volumi di vini Igt e generici commercializzati e c’è la speranza che aumenti anche ulteriormente la quantità di vino Doc e il prezzo medio di cessione».
Quali sono i motivi del ‘successo’?
«L’interesse per i nostri vini e per il nostro territorio, che rappresentano un binomio imprescindibile, deriva sicuramente da una piacevole scoperta che fanno tutti coloro che s’avvicinano alla Romagna. Abbiamo qualità delle produzioni e territori che non sono stati, fino ad ora, sufficientemente valorizzati. Siamo una sorta di inedito. Da parte dei consumatori e degli appassionati ci sono anche nuovi modi e nuove ricerche di consumo. In questo il nostro territorio è abbastanza elastico, con nuove tipologie di vini, riscoperta di vitigni autoctoni o non sufficientemente valorizzati. Negli ultimi anni, inoltre, abbiamo sfruttato al meglio i mezzi di comunicazione ed è stato importante, anche pubblicare libri sulla Romagna e sui nostri vini. Per anni non erano uscite pubblicazioni degne di nota. Dopo l’edizione di ‘Mezzo secolo della Romagna dei vini’, per il cinquantesimo del Consorzio nel 2012, assieme all’amico Beppe Sangiorgi e alle sue importanti ricerche, abbiamo scritto ‘Romagna Sangiovese storia e identità di un famoso vino e di un antico vitigno’, uscito nel 2017. Nel 2018, sempre assieme a Sangiorgi, abbiamo pubblicato ‘Champagne e Spumanti di Romagna dal primo Novecento ad oggi’. Questi ultimi due volumi hanno riscosso interesse e sono stati editati anche in lingua inglese».
In che modo il ruolo del Consorzio ha influito in questa dinamica? 
Il Consorzio è in prima linea nella valorizzazione e nella promozione dei vini romagnoli, quindi se ci sono degli aspetti positivi ed evolutivi sono dovuti anche alle azioni che portiamo avanti, assieme ovviamente all’impegno dei tanti produttori soci. Un grosso lavoro è stato fatto con la modifica e il riordino dei disciplinari. A iniziare dal 2011 con l’approvazione di un’unica Doc Romagna come semplificazione nella lettura e memorizzazione delle nostre etichette. Ultimamente, inoltre, c’è stata molta attenzione a modificare i disciplinari, per poter inserire nella Doc Romagna sia il Sangiovese nella tipologia appassimento, sia delle tipologie spumante con il marchio collettivo Novebolle. Abbiamo anche lavorato all’aggiunta di vitigni e alle rimodulazioni per i disciplinari dei vini Igt: Rubicone, Forlì e Ravenna, perché il nostro Consorzio ha il riconoscimento per la tutela anche di questi. Infine, occorre ricordare che sotto il coordinamento del Consorzio sono aumentate le presenze delle aziende associate alle manifestazioni fieristiche importanti (Vinitaly e ProWein in primis) e agli eventi internazionali in Europa e oltre Oceano».
Tra le novità sotto la sua presidenza si è dato vita alle sottozone. Un valore per il made in Romagna?
Il Consorzio si è fatto carico della creazione delle menzioni geografiche aggiuntive (sottozone), per dare una maggiore identità ai vari territori del Sangiovese di Romagna. Una richiesta fortemente voluta da un nutrito numero di piccoli produttori. Da un consumatore poco attento può essere letta come una complicazione, ma per i tanti appassionati alla ricerca di unicità e distinzione penso che le sottozone siano un valore aggiunto». 
Perché è stato importante anteporre il termine Romagna?
«La Romagna si doveva dare una propria identità e non basare tutto sui vitigni, che sono coltivabili anche in altre zone d’Italia e del mondo. La denominazione Romagna è unica e quindi riconoscibile e difendibile. In Italia abbiamo già una quantità di denominazioni di origine o indicazione geografiche elevatissimo. Specialmente se si vuole andare fuori e comunicare, dobbiamo avere dei messaggi chiari e semplici. Dobbiamo tenere presente che i nostri interlocutori difficilmente conoscono i vari territori e la nostra geografia. Ci vuole semplicità e chiarezza anche per difendere a livello normativo le denominazioni negli scambi internazionali». 
Cosa manca al sistema vitivinicolo romagnolo per farsi strada nell’acquisto quotidiano?
«Il Consorzio potrà fare la sua parte, ma serve la forza delle aziende che credano nel prodotto e abbiano la capacità di stare al passo con le richieste dei consumatori, per creare massa critica e avere la capacità di affrontare i mercati specialmente internazionali. Attualmente, oltre ai grandi gruppi cooperativi, le dimensioni delle aziende in Romagna sono mediamente piccole. Dobbiamo anche lavorare per l’offerta enoturistica».
C’è un rammarico di qualcosa che avrebbe voluto e potuto fare ma che non è riuscito a vedere realizzato?
«Sì, avrei voluto vedere molte più bottiglie prodotte con la Doc Romagna. Vedere tutte le bottiglie dei consorziati con il marchio del Consorzio. L’ho detto molte volte ai miei colleghi consiglieri: se il marchio del Passatore attuale non piace, va cambiato o ristilizzato, ma deve esserci una identità, un segno di riconoscimento comune. Inoltre, mi rammarico di non essere riuscito a portare a termine alcune delle azioni previste in tempi più brevi. Quando si presentano nuove idee o progetti abbiamo troppe persone che si osteggiano tra loro». 

I NUMERI DEL CONSORZIO
Il numero delle cantine presenti in Romagna sono circa 200, di cui 113 (le principali) socie del Consorzio. In totale 5.200 le aziende viticole iscritte agli albi delle vigne Doc e Docg. Per quanto riguarda gli ettari si ricorda che Doc Romagna la somma delle superfici vitate, considerando tutti i vitigni coltivati in tutto l’areale, equivale a 26.433 ha. La Doc Colli di Rimini copre 1.716 ettari, quella Colli d’Imola 3.360, la Colli di Faenza 6.520 mentre la Docg Romagna Albana copre 839 ettari. I principali vitigni coltivati sono: Trebbiano (13.984 ha), Sangiovese (6.230 ha) e Albana (839 ha). Negli ultimi quattro anni, dal 2016 al 2019, l’imbottigliamento in ettolitri di vino delle quattro Igt (Ravenna, Forlì, Rubicone, Sillaro) è passato dai 552.000 agli attuali 715.000. Per le 9 Doc (Sangiovese, Pagadebit, Cagnina, Trebbiano, Albana Spumante, Colli di Faenza, Imola, Rimini e Romagna Centrale) e l’unica Docg (Albana) si è passati dai 119.137 ettolitri imbottigliati nel 2016 ai 125.795 ettolitri imbottigliati nel 2019. A fare la voce del padrone sono le Doc con l’espressione diretta del vitigno, che arrivano a 120.122 ettolitri imbottigliati nel 2019, mentre quelle dei Colli si fermano a 5.673 ettolitri imbottigliati l’anno scorso. Si tratta di oltre 16.770.000 bottiglie prodotte.
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