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Casola, per lo speleologo e consigliere Benassi: «Sulla cava serve un tavolo di confronto»

Romagna | 19 Novembre 2021 Cronaca
Riccardo Isola - Raggiunto al telefono mentre si trova in viaggio verso la Catalogna, dove presenterà il proprio docufilm sulla spedizione effettuata alcuni anni fa in Papua a un concorso cinematografico, Andrea Benassi non ha dubbi: «sulla questione della cava di monte Tondo bisogna uscire da un guerra di trincea ideologica e mettersi attorno a un tavolo, in modo disponibile e costruttivo, per ragionare sul futuro dell’intero sistema socio-economico e ambientale di questo territorio e di queste comunità». Speleologo, con svariate decine di spedizioni ipogee in giro per il mondo oltre che centinaia di visite nella Vena del gesso, antropologo e da qualche anno anche consigliere comunale d’opposizione, Benassi sul tema del futuro del polo estrattivo del gesso a Monte Tondo ha le idee chiare. «La cava deve continuare nella sua opera non perché noi siamo al soldo di nessuno, ma perché c’è in ballo il futuro di decine e decine di famiglie del territorio».
Benassi, ma da speleologo l’attività della cava non è in netta contrapposizione con la tutela del sistema carsico della Vena del gesso?
«Non quella attuale. I problemi sono stati creati decine di anni fa, non oggi. Il sistema estrattivo è fatto da competenze e studi che non sono certo quelli utilizzati nel periodo del boom estrattivo dell’Anic. Non riconoscerlo è da guerra di trincea».
Quindi perché si può continuare a «scavare una buca», parafrasando lo scrittore casolano Cristiano Cavina?
«Perché chi dice che l’attività, per come viene e dovrà essere regolamentata nel futuro, distruggerebbe i rami a monte della grotta di Re Tiberio, dice una cosa non vera. Da conoscenze dirette, ammenoché non si parli di fessurazioni che ancora non sono a fruibilità speleologica, di quali rami si sta parlando? Forse non tutti sanno che anche noi speleologi quando facciamo attività esplorative rischiamo di alterare, e di molto, il delicato sistema biologico delle grotte. Aprire una fessura per far passare una persona, significa alterare i flussi d’aria esistenti interni al sistema carsico. Quindi al di là del pericolo della cancellazione di grotte dovute all’estrazione di natura industriale, ma non è il caso di cui stiamo parlando in questi mesi, potremmo essere tacciati anche noi, con le dovute equiparazioni, di essere distruttori. Direi che stiamo esagerando».
Al di là delle similitudini perché suoi colleghi e ambientalisti sono così «estremi» nel richiedere lo stop ?
«Per certi versi per una presa di posizione integralista e ideologica. Il problema è che non vengono date concrete risposte per alternative nel futuro. Si dice di puntare sul riciclo, ma lo sanno che l’azienda lo fa da ormai decenni? Sono le quantità che mancano per poter sopperire alle necessità produttive. Per averne non bisogna aspettarsi che il bacino territoriale basti, serve un’approccio normativo nazionale. Da lì si potrà ragionare parallelamente a una estrazione normata su come eventualmente integrare e sopperire all’approvvigionamento della materia. Ma per favore non si venga a dire che bastino le ristrutturazioni delle cantine o mansarde del faentino».
Quali potrebbero essere le possibili vie d’uscita?
«Serve un tavolo, reale, di confronto. Un momento di riflessione costruttiva in cui dalle istituzioni, di ogni livello, dalla Regione ai Comuni, passando per la proprietà e quindi l’azienda e, ovviamente, le diverse anime ambientaliste e speleologiche, per non parlare del Parco ed eventualmente dell’Università per determinare gli step necessari affinchè a una progressiva dismissione dell’attività di cava si affianchi una seria, costruttiva, socio-economicamente solida alternativa. Non basta lanciare slogan di tutela, servono risposte per una riconversione che sia al contempo sostenibile dal punto di vista ambientale ed economico-imprenditoriale».
Quindi lo scenario B dello studio commissionato dalla Regione non vi soddisfa?
«Assolutamente no. Lo abbiamo messo nero su bianco con un documento approvato all’unanimità dal consiglio comunale di Casola. Non basta e non serve dare un orizzonte temporale senza avere basi scientifiche, numeriche, concrete. Ne va della sopravvivenza di una comunità».
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