Casola, Andrea Benassi sulle cime di Atlante, alla ricerca di presenze ipogee

Romagna | 09 Febbraio 2020 Cronaca
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Andrea Benassi* - Il poeta Omero, nell’Odissea, racconta come il Titano Atlante regga per l’eternità sulle sue spalle i pilastri che dividono il cielo dalla terra. Guardando l’enorme catena montuosa dell’Alto Atlante, che corre per quasi mille chilometri attraverso il Marocco, è difficile non dargli ragione. Proprio da queste montagne che superano anche i 4.000 metri, è rientrata da pochi giorni l’ultima spedizione speleologica del gruppo Acheloos Geo Exploring organizzata dall’antropologo Andrea Benassi. Il Marocco è uno dei paesi africani con la maggiore concentrazione di rocce calcaree adatte alla presenza di grotte e sistemi carsici, eppure proprio le grandi montagne dell’Atlante sono quelle ancora oggi meno conosciute da questo punto di vista. La spedizione, a cui hanno partecipato quattro speleologi: Tommaso Biondi, Chiara Vannucci, Folco Mariotti e Andrea Benassi, aveva l’obiettivo di perlustrare i grandi altopiani del monte Tarkedditt e Tignousti. nell’Atlante centrale: circa duecento chilometri a est di Marrakesch. Una zona compresa tra i 3.000 ed i 3.600 metri di quota, praticamente inesplorata dal punto di vista speleologico e con un grande potenziale. «Sull’Alto Atlante in inverno cade molta neve e può fare veramente molto freddo. Abbiamo scelto di partire in gennaio proprio per sfruttare la neve come strumento per verificare la presenza di grotte tramite l’osservazione della circolazione d’aria». La differenza di temperatura tra l’aria delle grotte, più calda di quella invernale esterna, fa si che la prima sciolga la neve lasciando chiazze di terreno scoperte e permettendo in questo modo di osservare con un colpo d’occhio vaste zone di territorio. Proprio per perlustrare la maggiore superficie possibile, la spedizione ha percorso circa 150 chilometri sugli altopiani compresi tra le valli di Ait Bougames e la valle di Tessaout e neve e freddo non sono di certo mancati.
«Probabilmente abbiamo preso la settimana più fredda dell’inverno marocchino, una perturbazione polare sulla fine di gennaio ci ha infatti scaricato addosso circa mezzo metro di neve, e quando ha smesso di nevicare la temperatura la mattina alle nove era intorno ai -17. Le zone alte dell’Atlante in inverno sono chiaramente disabitate, raramente i paesi si spingono oltre i 2.000 metri di quota, ma d’estate le stesse sono frequentate come pascoli per le greggi. Una frequentazione millenaria che ha lasciato veri e propri piccoli villaggi stagionali ‘Azib’ in lingua Berbera, stazzi e piccoli ricoveri in pietra che sono stati molto utili anche alla spedizione per difendersi da freddo e neve. «Chiaramente ci siamo mossi in tenda e totale autonomia alimentare per circa una dozzina di giorni, ma montare i vari campi dentro piccoli ripari e a ridosso dei muri di pietra è stato molto utile per passare le lunghe e fredde notti invernali: praticamente vivevamo in tenda dalle 4 del pomeriggio alle 8 di mattina».  
Purtroppo nonostante la neve, i grandi altopiani si sono dimostrati molto avari di ingressi e pochissime le tracce di circolazione d’aria. «Questo probabilmente si deve all’azione dei grandi ghiacciai che durante l’ultima glaciazione hanno ricoperto parte di questa zona, triturando roccia e smantellando gli ingressi dei sistemi carsici. Allo stesso tempo abbiamo notato la presenza di moltissimi archi di roccia, anche di grandi dimensioni, chiaramente testimonianza di antiche gallerie e sistemi carsici in parte distrutti. Poi un giorno, dall’altopiano del Tarkeddit, ci siamo affacciati sulla grande gola di Wandras, un canyon che taglia la montagna per chilometri e raggiunge la profondità di oltre 600 metri. Li sulle pareti che ci fronteggiavano abbiamo notato una serie di enormi portali, alti anche decine di metri. Quando siamo scesi dall’altopiano, abbiamo risalito la gola per provare a raggiungere la zona, e abbiamo cominciato a ragionare sul fatto che forse l’intero canyon in passato si comportasse come un gigantesco sistema carsico sotterraneo, con ramificazioni su entrambe i lati. Un sistema carsico molto antico, testimonianza di quando il clima dell’Atlante era più simile a quello umido equatoriale che a quello desertico di oggi e dove quindi circolava molta più acqua capace di creare grandi gallerie. Proprio gli archi sparsi sarebbero la testimonianza di questo antico sistema in parte distrutto dall’azione dei ghiacciai e dall’erosione. Ma forse è ancora possibile trovare qualcosa di più grande di un arco. Una volta arrivati sotto i portali visti dall’alto, ci siamo infatti resi conto che si tratta di qualcosa di veramente grande. Abbiamo identificato almeno quattro grandi ingressi sospesi a metà delle pareti, il più grande di questi misura circa cinquanta metri di altezza. Potrebbe essere questa la porta per entrare in quel che resta di questo antico sistema carsico. Le condizioni meteo e la necessità di realizzare lunghe discese in parete non ci hanno permesso di entrare in queste gallerie e d’altro canto si trattava di una pre spedizione esplorativa. Adesso che però abbiamo chiari gli obiettivi stiamo già organizzando una nuova spedizione per la tarda primavera. Le montagne dell’Atlante sono un posto magnifico e le popolazioni Berbere che le abitano testimoniano un’ospitalità e una dignità più uniche che rare. Proprio nella prospettiva di unire il valore geologico e naturalistico a un turismo sostenibile, la zona è diventata dal 2015 il prima Geoparco del continente africano riconosciuto dall’Unesco. Alla luce di tutto questo, se le nostre ipotesi si dovessero dimostrare esatte, saremmo doppiamente felici di poter incrementare con le nostre ricerche il valore del Parco, aggiungendo nuovi importanti geositi carsici».
* Antropologo e speleologo
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