IL TESSITORE DEL VENTO | Che la festa incominci

Emilia Romagna | 10 Ottobre 2022 Blog Settesere
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Guido Tampieri - Sono nato in un’Italia democristiana e morirò in un’Italia fascisteggiante. Per uno di sinistra è un bel progresso.… «Ben scavato vecchia talpa»  avrebbe commentato Carlo Marx. Giorgia Meloni è tanto brava, per carità. A dissimulare, a dire e non dire a seconda delle convenienze. Che è, beninteso, la qualità di un politico. Ma anche di un politicante. Agli statisti si richiedono altre doti. Che aspettiamo ansiosamente di verificare. La coerenza è apprezzabile quando è a ragion veduta. Se dici sempre no, anche quando sarebbe il caso di dire si, come salvare un bambino nel mare nostrum, o votare un buon Presidente, anche se non è tuo, o denunciare l’evasione fiscale, anche se costa qualche consenso, dai adito a qualche dubbio. Di base devo dire che io mi sentivo più tranquillo con Draghi. Ma non si sa mai, la Provvidenza è lì per compensare i nostri sbagli. «Adesso godetevela» ha detto Guccini. Prima che incominci la festa la discussione ferve su come fare la festa al Pd. Causa prima e ultima, assieme all’Europa matrigna, di tutti i mali di questo sofferto inizio di millennio.
Per molti a sinistra, la sola. Partecipano tutti. Chi «l’aveva sempre detto», come il rasserenato Cacciari post elettorale, che per decontaminare il Pd propone di volgerne l’incolpevole nome nel suo contrario Dp (Democratico progressivo), di sicura presa popolare. E chi non l’aveva mai detto, come gli ex Presidenti Bindi e Orfini, elegiaci quando erano in auge e apocalittici oggi che non lo sono più. I nomi dei candidati che si affollano disordinatamente attorno al moribondo (il sindaco di Pesaro dice che non ha più l’anima…) sembrano i titoli di coda di un film di fantascienza. E danno, più ancora del calo dei voti, la misura del guasto. Il compito di ripararlo non può essere affidato solamente ad un gruppo dirigente che non vuole né può mettersi in discussione. Criticabile quanto volete, il Pd è un patrimonio collettivo. Non è in gioco solo il futuro di un partito ma della sinistra tutta, dell’intero arco progressista. Il Paese, le aree di disagio che oggi cercano protezione dove non c’è non possono che trarre beneficio da una rigenerazione delle forze che storicamente ne hanno interpretato le istanze di giustizia sociale. In queste elezioni non ha perso solo il Pd. Ho perso anch’io, ha perso mio nipote, ha perso chi aspira a una qualità democratica più alta, a una società più giusta, a vivere in armonia con altri popoli, a fare la pace con la Terra. Non possiamo chiamarci fuori perché non siamo fuori. Questa vicenda ci riguarda direttamente. La crisi del Pd fa da schermo alle nudità di tutta l’area progressista. Ad un terzo polo che non fa «il botto» annunciato, che ha un senso politico solo se alla sua sinistra esiste una forza riformatrice importante e che, al di fuori di un quadro stabile di alleanze che conferisca all’insieme le sembianze di un’alternativa, passata la novità, lungi dal diventare il primo partito italiano rifluirà nel luogo ove giacciono le infinite possibilità che non si realizzarono mai.
Ad una sinistra-sinistra che, così come è, sembra condannata all’insignificanza storica e all’impotenza politica. Ad un partito verde che non riesce a darsi una dimensione europea conforme alle potenzialità e alle necessità. Ad un partito di Conte ridottosi ad usare il reddito di cittadinanza come Achille Lauro le scarpe elettorali. L’armatore napoletano almeno ci metteva del suo. I tempi in cui il movimento senza più stelle pretendeva di rappresentare tutti gli italiani onesti sono lontani e quel che ne resta, se vuol fare cosa utile al Paese, dovrà disporre l’animo, come tutti gli altri, ad una ridefinizione di sé iscritta in un orizzonte di co-evoluzione. Nessuno di voi si basta da solo. Siete tutti presuntuosi, non rendetevi anche ridicoli. Il distacco fra sinistra e popolo data da trent’anni. E non dipende solamente dall’insensibilità e dall’imperizia di chi l’ha diretta. Ci sono solide ragioni che un tempo avremmo chiamato strutturali, nazionali e internazionali. Che è più comodo ignorare che riconoscere. Cirino Pomicino sragiona di un Pd che dopo il crollo del muro «ha scelto di essere al servizio del liberismo selvaggio» e fa coincidere la sua crisi nientemeno che con la crisi del Paese. Calenda, che sembra immaginare un mondo e una politica privi di contraddizioni che procedono linearmente verso traguardi magnifici e progressivi, rimprovera al Pd una mancata Bad Godesberg. Quando, se mai, il problema è se sia ancora socialdemocratico, pieno com’è di dorotei che rifuggono i tratti riformatori troppo marcati e le posizioni radicali. Tutti, ad ogni buon conto, gli attribuiscono una mancanza di identità che nessuno sa definire e non capisci bene dove finisce la confusione dell’osservato e comincia quella dell’occhio dell’osservatore. Non è vero, come sostiene Cacciari, che il Pd non è mai nato, visto che raccoglie stabilmente un consenso attorno al 20%, che con Bersani ha non vinto col 26% , che con Renzi ha fatto il pieno col 34%. Gli elettori sanno bene che c’è e cos’è ed è questo che non gli piace tanto non quello che avrebbe dovuto essere e non è stato. È semplicemente un innesto mal riuscito sul tronco atrofizzato dell’Ulivo, un legno storto, con quel che kantianamente ne consegue. Non ha mille difetti ma ne ha alcuni importanti ed uno esiziale per un partito delle sinistra: ha perduto la rappresentanza dei deboli. Ed è qui che bisogna saltare.
 
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