Lino Guanciale è il narratore ‘ladro’ nello spettacolo «Ragazzi di vita» all’Alighieri

Ravenna | 01 Marzo 2019 Cultura
Elena Nencini
Al teatro Alighieri di Ravenna arriva Ragazzi di vita (venerdì 1 e sabato 2, ore 21, domenica 3 ore 15.30), l’opera scritta da Pier Paolo Pasolini nel 1955 che procurò all’autore accuse di oscenità – si parlava di un tabù come la prostituzione maschile - e critiche feroci oltre all’esclusione dal Premio Strega e dal Viareggio. Lo spettacolo vede la regia di Massimo Popolizio che ha scelto un palcoscenico nudo, con pochi oggetti di scena, mentre l’attenzione si concentra sui 19 ‘ragazzi di vita pasoliniani’ che raccontano una Roma sottoproletaria appena uscita dalla guerra, tra povertà e boom economico, tra semplicità e menefreghismo. Un popolo selvaggio alla ricerca di qualche lira e nuovi passatempi, animato da un’energia e da una vitalità irrefrenabili. Popolizio per lo spettacolo ha ricevuto ben 3 premi come miglior regia, oltre a Le Maschere del Teatro Italiano 2017 come migliore spettacolo.
A fare da tessuto connettivo tra le storie del romanzo, la figura del narratore che si aggira come uno ‘straniero’, Lino Guanciale, attore conosciuto per le molte fiction, ma che da moltissimi anni calca  i palcoscenici italiani.
Cosa le è piaciuto della regia di Popolizio?
«Mi è piaciuto l’approccio a Pasolini. Perché è un autore difficile da scorporare da un certo modo di essere letto. Il materiale pasoliniano non è soltanto ciò che Pasolini ha scritto. Fa un po’ ombra il modo in cui è stato messo in scena e letto, del resto Pasolini ha dato una sua lettura del teatro, di come doveva essere strutturato, di come sarebbe stato sensato fare teatro nei suoi anni.  Si pensa che le cose di Pasolini devono essere fatte alla maniera di Pasolini, secondo una visione mutuata dalle atmosfere dei suoi film o dalle indicazioni o suggestioni indicate nei suoi manifesti teatrali. Massimo (Popolizio nda) ha cercato di tenere conto il meno possibile di questa sclerotizzazione intorno all’autore, dando invece una versione molto personale che a molti pasoliniani di ferro ha dato fastidio».
Perché una versione così dell’opera attrae il pubblico?
«Perchè è una cosa coraggiosa e estremamente utile nei confronti dell’autore. È uno spettacolo energetico, vitale, dinamico. Più che essere un calco di Mamma Roma o di Accattone lo spettacolo racconta la Roma di cui Pasolini si innamorò, la vitalità disperata e millenaria della gente della città. Lo spettacolo, puntando a questo, risulta anche leggero e divertente, con tratti più profondi, ma fa un ottimo servizio all’autore. Avvicina Pasolini ai giovanissimi: da un paio di generazioni infatti non è più letto come una volta – faccio molto lavoro con le scuole –  e si rischia che i giovanissimi ti rispondano, come è capitato a me, “Chi? Quer frocio che hanno ammazzato a Ostia?”. Le operazioni che, con rigore e serietà, affrontano un autore in maniera piuttosto libera, non sono un tradimento, ma un tentativo di mettere in scena una visione non tradizionalmente pasoliniana, ma adesiva all’innamoramento che Pasolini ebbe per Roma e la sua gente».
Il suo ruolo è quello del narratore, una sorta di intermediario con il pubblico.
«Si, una specie di primo lettore dopo l’autore. Questa figura è legata a Pasolini da uno spirito affine, come uno che abbia letto il testo e abbia cercato di fare lo stesso gesto dell’autore: il tentativo di un alieno di buttarsi dentro a questo magma, da un lato per riscattarlo e dall’altro per salvare i personaggi, ma con la coscienza di non poterlo fare. L’indicazione più preziosa di Popolizio è stata prprio quella di fare il ladro, di rubare il segreto di questa vitalità, tanto forte quanto fatale, che porta i protagonisti o a estinguersi in destini tragici o a esaurirsi nel boom economico. Pasolini fu uno fra i più lucidi osservatori di questa subcultura della nostra società che non è eguita da un adeguato scrupolo morale. Un mondo che ha un suo codice comportamentale positivo, pur in un universo sconvolto da un primitivismo incredibile, ma che una volta che arriva lo sviluppo economico diventa immorale. E’ questo il nodo della disperazione di Pasolini, il più drastico».
Lei fa teatro da moltissimi anni, ha ricevuto l’Ubu nel 2018 come miglior attore, ma ha raggiunto la popolarità solo con la televisione, le dispiace?
«In realtà no, perché so bene di appartenere a una generazione di attori che deve fare un cross di linguaggi. Un percorso professionale come quello di Franco Branciaroli o di Umberto Orsini non sono più possibili in quei termini. Sono un attore che fa da ponte tra produzioni televisive di ascolti veramente importanti a percorsi teatrali che abbiano responsabilità culturali e sociali. Io stesso non pensavo che fosse possibile, anche se non ho mai rinunciato, nonostante la fatica, al teatro. Ho fatto qualche drammaturgia come Orlando in paradiso, e l’anno prossimo farò una regia con i ragazzi della scuola Iolanda Gazzerro di Ert. È una cosa che mi diverte, che mi è necessaria per capire cose nuove. Non è una necessità anagrafica del tipo ad una certa età ‘devi fare’. Per me è importante per integrare il lavoro fatto in palcoscenico».
Un sogno ancora da realizzare?
«Mi piacerebbe molto mettere in scena Il principe di Homburg, il mio testo preferito, prima che l’età mi faccia crollare. Ne parlo sempre con tutti e spero che, nonostante il prossimo anno e mezzo molto impegnato, riesca a realizzarlo».

Sabato 2 alla sala Corelli la compagnia incontra il pubblico. La replica di domenica 3 è audio-descritta per non vedenti e ipovedenti a cura del Centro Diego Fabbri di Forlì (info  0543/30244).
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