IL CASTORO | Seba, l’amico fragile della manfrediana

Romagna | 05 Giugno 2019 Blog Settesere

Laura Casadio e Sofia Mainetti

Le Caritas diocesane dell’Emilia Romagna hanno pubblicato a novembre 2018 un rapporto sull’indice di povertà nel nostro territorio. Queste associazioni aiutano in regione circa 64300 persone. Anche a Faenza ci sono abitanti con difficoltà economiche notevoli. Tra loro Seba, Sebastiano Giuliani, un signore con un passato difficile: origini pugliesi, tre fratelli sparsi per il Nord Italia con cui non ha alcun contatto, una grande solitudine riempita solo dall’affettuosa amicizia degli studenti che incontra nella biblioteca Manfrediana, dove passa le sue giornate.

Sebastiano, come si svolge la sua giornata?

«Adesso come adesso è una giornata uguale tutti i giorni. La mattina mi alzo tranquillamente e alle 9 sono in biblioteca perché ci sono alcuni ragazzi che chiedono di esserci per parlare un po’ assieme, così fino all’orario di chiusura della biblioteca. Inoltre, i giorni in cui c’è il mercato vado ad aiutare i commercianti per arrotondare la mia pensione di invalidità».

Le piace lo stile di vita che ha?

«No, penso che non mi appartenga e penso di non essere mai vissuto, di non essere mai nato. È una vita che non vale la pena vivere. Rimpianti o meno, indietro non posso tornare e quindi non hanno alcun senso. Non posso rimpiangere il passato, perché tanto domani sarà un giorno in più».

Come ha vissuto l’infanzia?

«Quando avevo quattro anni sono entrato in un collegio minorile, nel quale sono rimasto per dodici anni, perché avevo dei genitori un po’ scalmanati e così sono stato separato dai miei tre fratelli. La vita lì era molto difficile, la mattina avevamo lezione, a pranzo mangiavamo della pasta scotta, nel pomeriggio studiavamo intensamente e la sera preparavano il brodino caldo. Gli insegnanti erano molto severi, se parlavamo o disturbavamo ci frustavano e alla fine non ci vano neanche più male. Inoltre in collegio ci veniva dato un solo paio di scarpe all’anno, per cui se le rompevamo non ce ne davano altre, quindi giocavamo a calcio nel campetto ghiaiato a piedi nudi. Tutte le domeniche gli altri bambini incontravano i loro genitori, ma io non avevo nessuno, ero l’unico in questa situazione. L’unica cosa che ricevevo era dal prete un pacchettino di caramelle. Arrivato a 16 anni ho deciso di lasciare il collegio, senza nemmeno dare gli esami per la mia voglia di ribellarmi. Mia madre è venuta a prendermi e ricordo che il prete mi disse che quella era mia madre, ma io non avevo idea di chi potesse essere. Tornato a casa ci sono rimasto per un po’ di tempo, poi ho deciso di andarmene perché la situazione in famiglia era pessima».

Ha mai svolto un lavoro preciso?

«Ho passato del tempo in comunità. Facevo riciclaggio di materiali, era un buon lavoro. Con i soldi che prendevo assieme ad altri abbiamo contribuito a creare due comunità ad Albereto, vicino a Reda».

Come ha trascorso la vita?

«Ho vissuto a Rimini per un periodo, dove ho conosciuto molti studenti in piazza e mi sono divertito anche a scrivere poesie. Lì dormivo sulle panchine dei parchi, conoscendo molti barboni i quali mi hanno fatto capire che, pur avendo difficoltà, perché dormono all’aperto e fanno fatica a trovare qualcosa per vivere, sono comunque più felici di chi ha tutto. Sono proprio coloro a cui non manca nulla che vogliono sempre di più e non si accontentano mai di ciò che hanno. Poi ho incontrato don Oreste Benzi che mi che mi ha portato nella comunità di Albereto, dopo circa sette mesi di ricovero in ospedale per l’eccesso continuo di alcool. Sono rimasto nel centro per tre, quattro anni, poi ho iniziato a fare anche lavori all’esterno come il muratore. Sono ricaduto più volte nell’alcool e dopo diversi ricoveri sono finito sotto la protezione del Sert. Qui ho preso diverse medicine, diventando una pedina degli operatori e invece che migliorare sono peggiorato. Quando ho capito che mi avrebbero fatto stare solamente peggio, ho smesso di prenderle e sono riuscito a guarire da solo. Sono stato così cacciato dal Sert e non mi hanno più aiutato».

Ha una casa?

«Sì, ma non la chiamerei abitazione, è piuttosto una topaia. Né al Comune, né all’Acer (Azienda casa Emilia Romagna, ndr) importa di me. Ricevo dallo stato solamente 285 euro al mese di pensione, pagando le varie bollette non sono neanche 5 euro al giorno. La mia vita non è per niente facile, le difficoltà sono tante, cerco comunque di lasciare i miei problemi in casa e quando vado in biblioteca evito di pensarci. La sera però, quando torno a casa, mi tornano subito in mente. Durante la notte mi capita spesso di pensare alla morte, a cosa ci sarà dopo e a quello che gli altri penseranno di me dopo che sarò morto».

Come mai passa le giornate proprio in biblioteca?

«In passato non frequentavo le biblioteche, ero molto diverso da come sono ora e incontravo persone che avevano uno stile di vita molto differente. Mi piaceva vagabondare e trovare gente simile a me. Pensavo che il mio vivere fosse uguale al loro. Poi ho scoperto la biblioteca e mi sono trovato abbastanza bene. Oggi per me la biblioteca rappresenta anche un punto di integrazione con i giovani».

Riceve degli aiuti dai faentini e dai ragazzi della Manfrediana?

«I ragazzi della biblioteca cercano sempre di aiutarmi per quel che possono, su loro posso contare: qualcuno per esempio mi ha regalato dei vestiti che non usava più. Altri tipi di aiuti li ricevo dalla Caritas e dalla mia parrocchia, che conosce la mia situazione e si rende disponibile se ho bisogno di aiuto».

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