Brisighella, quando povertà e grazia francescana  risplendono al convento dell’Osservanza

Romagna | 10 Giugno 2019 Cronaca
Sandro Bassi - Chi passa per l’ex statale di Brisighella trova, appena dopo la stazione, sulla sinistra andando verso Marradi, la graziosa facciata rosa, con portico che ripara l’ingresso, della chiesa francescana dell’Osservanza. Il luogo appare subito connotato da una strana aura di pace: si lascia il traffico e il rumore, si passa sotto il viale di tigli e si scende di qualche metro sotto la strada grazie a una scalinata incorniciata da vecchi rosmarini. Il sagrato è semplice, acciottolato e muschioso, con due praterelli di qua e di là. 
Il portico di ingresso, a tre archi, presenta a sinistra una cappella chiusa con un gruppo di statue in terracotta del «Mutino» (Giuseppe Rosetti), scultore brisighellese di fine Ottocento; all’estremità destra invece un portone consente di accedere al chiostro, ma vi entreremo dopo. La porta principale, al centro, è già emblematica del luogo: interamente in legno di quercia, è povera eppur bellissima, a rosoni su formelle separate da cordoni a treccia. Originale del primo ‘500, è incorniciata da un portale in arenaria con un’iscrizione che ricorda la precisa data di fondazione, 3 ottobre 1518, la dedica a Maria e i nomi dei due finanziatori, Girolamo e Osanna Bacchi Della Lega, ricchi proprietari terrieri brisighellesi. Maria è raffigurata tra Angeli nel bassorilievo della lunetta soprastante, sempre in terracotta nuda a ricordare la sobrietà che caratterizza i Francescani. Tuttavia, l’interno farà eccezione, almeno in parte, e ci stupirà.
GLI INTERNI
Un’unica navata con tre altari a destra e cinque cappelle a sinistra, accoglie il visitatore. Soffitto e pavimenti sono disadorni, ma il resto è tutt’una profusione di statue e stucchi bianchi e dorati che corrono sulle pareti, ndole vibrare, e che conducono lo sguardo verso il magnifico presbiterio di fondo. Questa decorazione, ideologicamente incongrua alla povertà francescana, risale alla piena età barocca (1630-34) e si spiega con due importanti Capitoli (con afflusso di numerosi padri da tutt’Emilia Romagna e Lombardia, cioè dall’antica Provincia minoritica francescana) che resero davvero importante il Convento. Gli autori, abili stuccatori e plasticatori, sono ignoti ma probabilmente forestieri. Del primo ‘600 è anche il monumentale coro in stalli di noce, con leggio girevole al centro a supporto di antifonari, corali e codici che servivano per i canti, anche notturni, dei frati.
Ma è la grande pala di Marco Palmezzano, del 1520, al centro del catino absidale, a catturare ogni sguardo: firmata nel cartiglio sotto l’angelo musicante, raffigura la Madonna e quattro Santi con l’atteggiamento sereno e la luce limpidissima tipici del pittore forlivese. Sono da notare anche le due tavolette sottostanti, con l’Annunciazione, la lunetta superiore con il Padreterno e la grande cornice dorata, originale, disegnata dallo stesso Palmezzano.
Anche nella più frettolosa delle visite non si può trascurare l’affresco di destra, con un Cristo morto sorretto dagli Angeli di autore ignoto, romagnolo o emiliano, del primo ‘600. Deliziosa è infine la piccola tavoletta in ceramica del lato opposto; sottovetro, non può che essere di Angelo Biancini, con le figure allungate, quasi macabre, del suo periodo migliore.  
A questo punto chi ha fretta può passare agli altri ambienti ma avendo tempo si consiglia di soffermarsi sulle tante altre opere d’arte presenti in chiesa, con l’aiuto della completa ed economica guida (3 euro) qui in vendita. Spiccano in particolar modo i bassorilievi in ceramica del faentino Pietro Melandri, le varie statue in cartapesta dei Ballanti Graziani e l’intera cappella di Sant’Elisabetta, con decorazione pittorica di Giuseppe Ugonia ed una strepitosa cancellata decò, in ferro battuto, di Eugenio Baldi di Brisighella (incredibilmente delicate le rose!) su disegno di Luigi Parini. 
ALTRI AMBIENTI
La sacrestia, con mobili seicenteschi, il refettorio, i piani superiori con biblioteca e ceramiche di Bartoli e Cornacchia che rivelano uno sviluppo dall’originale linguaggio «bianciniano» fino a quello maturo, a figure corpose e riflessi cangianti, sono visitabili con l’accompagnamento dei volontari (vedi sotto). Assolutamente da non perdere è il chiostro, pulitissimo nella sua essenzialità francescana, con quattro olivi, ortensie, gerani, rose e vasca al centro con pesci rossi che impediscono la proliferazione delle zanzare.
Nel caso di mostre comunali (ad esempio quella di Mattia Moreni, aperta fino al 15 settembre nei pomeriggi di sabato e domenica), è possibile accedere ad un secondo chiostro e ad un secondo refettorio, datato 1641 e impreziosito da 18 lunette con affreschi dubitativamente attribuiti (dal grande critico Antonio Corbara) al faentino Marc’Antonio Rocchetti. Raffigurano episodi dell’Antico e Nuovo Testamento, sono stati restaurati vent’anni fa, ma meriterebbero ulteriori studi. 
Da quando gli ultimi frati hanno lasciato il Convento (2013), esso è stato affidato in parte al Comune e in parte ad un gruppo di volontari che si prende cura dell’intera custodia e che ha già effettuato notevoli lavori di riordino e restauro. Di norma il complesso è aperto nei fine settimana (ora anche con una bella mostra di fotografie di Andrea Ceroni nel primo chiostro, domenica 16 giugno anche di sera, alle 21, per un concerto), ma in caso diverso è possibile telefonare a Maria Teresa Cavallari (328.3185145) e/o al Servizio Cultura del Comune di Brisighella (0546.994415).
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