Modigliana, i fratelli Rametta presentano la prima annata del nuovo corso della cantina dei Ronchi di Castelluccio

Romagna | 03 Marzo 2023 Le vie del gusto
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Riccardo Isola - E’ parafrasando una nota saga cinematografica, «Ritorno al futuro» che si può fotografare, oggi, quello che è e vuole tornare a essere Ronchi di Castelluccio. Una cantina che è simbolo autentico della Romagna di qualità, nata dal genio e dalla lungimiranza di chi nel 1974 decise di rendere l’enologia Appenninica anche emotiva ed emozionale: Gian Vittorio Baldi. Poi dopo una parentesi più orientata alla dimensione «commerciale» portata avanti dalla successiva proprietà, adesso il nuovo e necessario scatto per riportare in auge un’idea che è stile nel vino: i Ronchi. E questo lo si deve alla nuova lungimiranza e alla voglia di mettersi in gioco con un Gigante come Castelluccio da parte dei fratelli Paolo e Aldo Rametta.

L’IMPORTANZA DEI RONCHI
Le visionarie intuizioni degli anni ‘70 degli ideatori di questa impostazione agronomica e vitivinicola sono alla base del progetto di rilancio aziendale portato avanti dai fratelli Rametta. Ogni ronco è tornato a essere vinificato singolarmente, come in origine. Questa tipologia e approccio agronomico e colturale prevede una semplice idea: quella di coltivare a vigneto i piccoli campi rubati al bosco dell’Appennino, localmente chiamati appunto Ronchi (perché strappati manualmente con un attrezzo chiamato appunto roncola) per produrre da ognuno di essi vini da singola vigna. I ronchi sono situati a un’altitudine che varia tra i 253 e i 411 metri sul livello del mare da cui distano, in linea d’aria, 40 km circa. Appezzamenti e vigneti che hanno caratteristiche diverse tra loro, dovute alla posizione e alla vegetazione che vi cresce intorno.

L’ANNATA
Per quanto concerne l’annata 2020 è stata straordinaria e soprattutto votata all’eleganza con grandi escursioni termiche anche in estate grazie alla presenza, sempre più rara, dell’anticiclone delle Azzorre.

I VINI 2020
L’anteprima dei cru aziendali, riferiti alla vendemmia 2020, dimostra al sorso quanto avanti fosse l’intuizione di Baldi oggi divenuta patrimonio comune per la vitivinicoltura locale e romagnola. Sono poche le bottiglie prodotte, in totale circa 8.000 di cui 7.564 in formato tradizionale e 480 in magnum. La potenzialità, una volta ristrutturati tutti i vecchi vigneti potrebbe, forse, arrivare a 15mila. Oggi grazie al lavoro di ripresa di questa linguistica al sorso, fatta di purezza, i vini hanno un’identità precisa e netta. I cinque vini, testimoni di questo ritorno alle origini, parlano una lingua iper territoriale. Sono tutti vini snelli, eleganti, sapidi e materici. Non sono sorsi lunghissimi ma taglienti e lineari. Una stilistica frutto di un suolo povero fatto di marne, arenacea e presenza calcarea. Di altitudine e bosco. Di esposizione e anzianità delle viti. Partendo dal bianco, il «Ronco del Re», un Sauvignon blanc in purezza, si presenta con la sua complessità organolettica tipica del vitigno ma allevato in terra di Modigliana. Un sospiro inebriante di sale e frutto giallo non totalmente maturo, erbe aromatiche e tocco di buccia di lime ne fanno sorso importante ma sottile ed elegante. Si passa poi «Il Poggiolo» un Cabernet Sauvignon in purezza che in estrema sintesi lo si può definire il «Valentino» della casa. Eleganza e sensualità si stagliano su sorsi comunque balsamici, verdi, con tannini di seta e una potenza smorzata dalla balsamicità regalata dal terroir. Un piccolo grande gioiello enoico. Infine i tre Sangiovese. Il «Ronco dei Ciliegi» il più tradizionale che rappresenta forse il primo migliore interprete per iniziare a entrare in sintonia con il linguaggio dei Ronchi. Qui eleganza e frutto delicato ma croccante si sposano con una texture tannica rarefatta ed elegantissima. Il «Ronco della Simia» (che gran ritorno dopo un quarto di secolo di assenza ndr) è forse il più carnoso, sempre in stile modiglianese s’intende. In cui il frutto rosso esce ma si alterna alle sferzate fresche e iodate regalate dal bosco e il tannino sempre presente in filigrana. Infine il «Ronco Casone», un signore. Più chiuso e nascosto ancora ma dalle grandi potenzialità vista la grande presenza di freschezza e acidità. Un vino vocato alla longevità che va ascoltato e interpretato perchè rispecchia, all’estremo, il concetto di Modigliana terra eroica, oltre che Stella, dell’Appennino. Paolo e Aldo Rametta hanno così fatto un favore alla Romagna del vino. Grazie.

L'INTUIZIONE DI GIAN VITTORIO BALDI
Ronchi di Castelluccio è senza ombra di dubbio, dal punto di vista temporale e ideale, la prima esperienza di qualità della Romagna. Un disegno vitivinicolo ed enologico realizzato dal fondatore, il regista Gian Vittorio Baldi che immaginò di poter concretizzare sulle fredde e boscose pendici di Modigliana una azienda vinicola a forte vocazione territoriale. Era il 1974. In quella data nascono i «Ronchi di Castelluccio». Un progetto che è stato ariete, apripista e solco filosofico-agronomico per molti, e non a caso lo stesso Veronelli se ne innamorò, affidato nella realizzazione a due giovani professionisti: l’enologo Vittorio Fiore e l’agronomo Remigio Bordini, allora direttore della scuola di Tebano. Per loro la vocazione del territorio doveva esprimersi attraverso la zonazione. A parcelle diverse attribuì cloni diversi, come già succedeva in Francia, dal 1800. A Castelluccio i cru diventarono così i Ronchi. Vennero piantumati nel 1974 vitigni tra loro molto diversi: Cabernet Sauvignon, il Sauvignon Blanc, d’ispirazione Bordolese e il Sangiovese, che in Romagna avrebbe avuto la sua grande potenzialità espressiva. Allevati a Guyot, Cordone Speronato e Alberello, molto bassi per poter far maturare le uve con le basse temperature acquisendo calore dal suolo trattati con cura esclusivamente manuale e artigianale.



 
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