La regista faentina Samantha Casella presenta il suo lungometraggio con Maria Grazia Cucinotta al Festival di Venezia

Romagna | 07 Settembre 2022 Cultura
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Federico Savini
«Il tipo di cinema che faccio io, onirico e anti-narrativo, è qualcosa che un regista deve caricarsi sulle spalle. Questo significa curare in prima persona aspetti cruciali come la fotografia, la sceneggiatura e anche una parte rilevante dell’ambientazione e della simbologia. Il risultato mi inorgoglisce ma in parte mi sorprende anche. Vedremo che impatto avrà Santa Guerra sul pubblico e sulla critica». Si chiama proprio Santa Guerra il lungo metraggio d’esordio di Samantha Casella, regista faentina che opera nel cinema da una ventina d’anni, collaborando anche con case di mode e lavorando nel settore sportivo, e che fino a qualche mese fa aveva al suo attivo come autrice una serie di cortometraggi spesso pluri-premiati a livello internazionale. Mercoledì 7 settembre all’hotel Excelsior di Venezia, nella sala dell’Ente dello Spettacolo, verrà quindi proiettato in anteprima Santa Guerra, film ancora una volta anti-convenzionale che racconta l’elaborazione di un trauma da parte di una donna e si avvale di un cast praticamente tutto femminile, con Eugenia Costantini, Emma Quartullo ed Ekaterina Caterina Buscemi nei ruoli principali, la stessa Samantha Casella coinvolta come attrice e la partecipazione anche di Maria Grazia Cucinotta.
«La prima bozza di questo progetto è nata da un frammento del mio precedente corto To a God Unknown - spiega Samantha Casella -, ma si è poi sviluppato in modo molto autonomo quando, dopo le prime riprese californiane, sono tornata in Italia per le parti recitate. La poetica onirica e introspettiva ha certamente qualcosa in comune con lavori del mio passato, ma la stessa esperienza del lungometraggio è del tutto nuova, come impegno e progetto, oltre al fatto che la storia si è caricata di altri obiettivi e significati».
Il cast pressoché interamente femminile è una scelta precisa.
«Sì, è anche funzionale al tipo di trama, comunque giocata anche sul tema dei doppi. Tutti i personaggi hanno molto in comune tra loro, e il “femminile” è un elemento fondamentale. Molte figure di quello che a tutti gli effetti è un percorso introspettivo hanno significati mitologici. Sono evocate le Moire della mitologia greca e grande importanza nella storia ha anche l’Uroboro, il serpente che si morde la coda e che rimanda allo sviluppo della personalità individuale, in questo caso segnata da un trauma profondo».
Maria Grazia Cucinotta che ruolo ha?
«È la prima Moira. Di certo ha un ruolo diverso da quelli a cui siamo abituati. È davvero perfetta per il ruolo ed stata disponibilissima, accettando di recitare anche in un periodo di relative restrizioni, causa Covid, e fermandosi due giorni a Faenza per le riprese nei boschi di Borgo Rivola. È stato molto bello lavorare con lei, sono particolarmente legata a Il Postino, uno dei film italiani che amo di più di quel periodo».




A parte le riprese californiane, c’è molta Romagna nel film?
«Sì, anche se non so quanto si riconosca! Una parte consistente del girato è stata fatta a Villa Emaldi, che è poi la casa che domina il film ma l’abbiamo spogliata quasi del tutto. Il produttore Antonio Micciulli ha parlato di “atmosfera oppressiva” ed è stato davvero accurato e paziente per questo lavoro. Poi abbiamo adattato un garage a “stanza del subconscio”, con tanti elementi simbolici e un pavimento a lisca di pesce molto lynchano».
Hai usato molte opere d’arte, anche di autori del nostro territorio come Filippo Zoli e Pier Giovanni Bubani…
«Si tratta di opere già esistenti ma che hanno trovato un posto all’interno del film, vedi il quadro di Bubani che si direbbe avulso dalla trama ma fa un effetto sorprendente. L’opera più visibile è di Giovanni Scardovi: un barca con Caronte e un Uroboro, strettamente legata alla storia del film. Poi ci sono opere mitologiche di Federico Severino, che mi ha molto influenzato e col quale sono in contatto. Il lavoro sugli ambienti è stato impegnativo e penso sia tra i punti di forza del film».

 
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