IL TESSITORE DEL VENTO di Guido Tampieri - Solidarietà

Romagna | 18 Dicembre 2023 Blog Settesere
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Guido Tampieri - Tra un lazzo e uno sghignazzo, con lo spirito di cristiana sopraffazione che la contraddistingue, in una delle rare esternazioni che si concede, il Presidente del Consiglio ha detto che se in Italia ci sono salari sotto il livello della decenza la colpa è dei sindacati che non fanno il loro mestiere. Che é come dire che le donne violentate se la sono cercata. E farebbero dunque bene, come anche i lavoratori, a non fare troppo rumore reclamando non si sa cosa in adunate di piazza che «fanno male al re». Così, cestinata l’ipotesi di riconoscere ai più disagiati un salario minimo per scongiurare, si è detto, la discesa agli inferi di tutti gli altri lavoratori, il Governo ha avocato a sé la fissazione di un «salario giusto».
Che, se stiamo alle parole, è certo meglio di uno minimo, ma che allo stato delle cose nessuno sa cosa voglia dire e men che meno come possa essere conseguito. Bastasse affidarne il raggiungimento alla contrattazione ordinaria non saremmo qui a parlarne, perché sarebbe già accaduto. Landini ha tanti difetti ma non quello di sputare su buste paga dignitose. Ad ogni buon conto se l’on. Meloni vuole un salario giusto non perda tempo a parlarne, lo faccia. Gliene renderemo merito. Se ancora esitiamo a credere che lo farà é per tre motivi. Il primo è che il Signore, quando cercò a Sodoma cinque giusti non li trovò nè credo avrebbe miglior fortuna da queste parti. Il secondo é che la ragione dichiarata della contrarietà al salario minimo non è quella vera.
Che ha confessato candidamente Salvini sostenendo che sarebbe stato «irrispettoso per i piccoli imprenditori». Non dì sollecitudine per i lavoratori, dunque, si tratta ma per i datori di lavoro che li detengono in condizioni umilianti. Il terzo è che per raddrizzare questa baracca, che va dalle remunerazioni più basse di quelle degli altri Paesi nei settori e nelle aziende di solidità comparabile, fino ai salari da fame italian style in aziende che vivono di sfruttamento e di evasione fiscale, é un’impresa improba che richiede la ferma volontà di farlo. Che si fatica a ravvisare in questo Governo.
Lo tsunami di una globalizzazione consegnata alla selvaticità degli interessi é arrivato ovunque ma è in Italia che ha prodotto la devastazione più grande. È chiaro anche ai proponenti, credo, che lo strumento del salario minimo in condizioni ordinarie non sarebbe strettamente indispensabile e non è risolutivo dell’insieme delle problematiche che reclamano una regolazione più efficace. Bassi salari e incidenti sul lavoro sono espressione di una condizione scandalosa che rende necessari interventi commisurati all’emergenza. Il salario minimo non è il Bene, ma l’estremo argine al Male di «un’economia che uccide» come la chiama il Santo Padre.
Le persone e la loro dignità. Oggi, per dirla con Camus, l’urgenza è impedire al mondo di disfarsi. Per provare a rimettere in asse un fenomeno che ha enormi implicazioni economiche e sociali bisogna passare dalla ricerca delle colpe all’analisi delle cause che lo hanno generato. Che sono strutturali e culturali. E rinviano per un verso al deficit di produttività e competitività di una parte rilevante del sistema produttivo nazionale; per l’altro alla nuova gerarchia dei valori che si è affermata sul finire del secolo scorso. La globalizzazione non poteva essere contrastata, perché raccoglieva istanze di libertà, ma la sua impronta liberista e illiberale, la devastazione dei valori solidali, forse si.
Ed è con quella che ci troviamo a fare i conti. Quella è la cultura che la destra ha capitalizzato nelle urne e che la sostiene nella lotta per l’egemonia che ha ingaggiato. Giorgia Meloni non sta piantando semi, sta raccogliendo frutti. È lì, in quel passaggio  d’epoca, che nasce il germe della regressione. Sospinta da un’esasperazione competitiva che reclama la compressione dei costi umani ed ambientali, la curva dei salari scende in modo abnorme. Profitti e apprezzamento sociale vanno al capitale, il lavoro ridiventa merce.
Un’ideologia, forse la sola sopravvissuta nel terzo millennio, che va contrastata sul piano politico ma soprattutto culturale, rilanciando le idee di uguaglianza, fraternità, solidarietà. A mitigarne la furia che sta logorando le basi della convivenza civile. Per capirlo non è necessario diventare comunisti, basta essere intelligenti. Questi anni hanno incrinato la tesi di Kant che vuole l’umanità in costante progresso verso il meglio. É caduta l’illusione che tutte le diverse forme di progresso, scientifico, economico, morale, sociale, avanzino assieme. Allo sviluppo della tecnica e dell’economia non è corrisposta un’evoluzione umanistica e spirituale capace di innervarle di valori altruisti. La disuguaglianza nell’accesso ai beni e alle opportunità é diventata troppo grande. Ci siamo allontanati da quella idea di responsabilità sociale dell’impresa che innerva la Costituzione e ispirava in tempi lontani le azioni di Adriano Olivetti. Del Vecchio e la Luxottica non sono il paradigma dell’universo produttivo italiano, dove ci sono bravi imprenditori e troppi padroni. Con la vista corta. Il peggioramento delle condizioni di vita di tanta parte della popolazione si riflette sull’economia tutta.
Il mercato per funzionare ha bisogno di coesione sociale. Che si nutre di solidarietà. Là dove la solidarietà viene meno si afferma l’ingiustizia e muore il sentimento della comunità. Disperso negli egoismi personali e di gruppo. Ai quali la destra guarda con occhio complice. Radicalizzando le differenze anziché armonizzarle. La crescita del Paese dovrà essere sostenibile e inclusiva o non sarà. Bisogna trovare altri modi di intendere l’economia, la crescita, il progresso, dice Papa Francesco. È questa la condizione per dar vita a un ordine sociale più prospero e giusto.
 
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