IL CASTORO | Si racconta Ilide Carmignani, traduttrice italiana tra gli altri di Sepúlveda e Bolaño

Romagna | 07 Gennaio 2024 Blog Settesere
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Beatrice Ghinassi
«Tradurre è come avere uno spartito per pianoforte e doverlo suonare col contrabbasso». Così Ilide Carmignani, traduttrice di importanti autori ispanofoni, descrive l’arduo compito del volgere un testo da una lingua a un’altra. L’abbiamo intervistata per sapere di più della sua carriera e farci dare qualche buon consiglio.
Come l’ha aiutata nel suo lavoro la formazione classica?
«Credo mi abbia aiutato a ragionare sulle lingue: tradurre latino e greco aiuta molto, ad esempio nell’analisi testuale costringe a riflettere sul funzionamento della lingua, sulle parti del discorso, sulle varie funzioni del linguaggio e su mille altri aspetti. A volte invece, quando si studia una lingua straniera moderna, questa riflessione viene meno, perché ormai la si apprende in funzione comunicativa, quindi non si traduce. Tradurre richiede un’analisi molto rigorosa».
Tornando indietro, preferirebbe frequentare il liceo linguistico piuttosto che il classico?
«No, francamente no. Credo che quell’esercizio di ragionamento per me sia stato prezioso. Penso comunque che si possa arrivare alla traduzione in molti modi diversi. Il problema maggiore, però, è proprio riflettere sulla lingua, capire come funziona. Anche imparare a scrivere in italiano è essenziale, perché è importante la lingua di partenza, ma la lingua di arrivo lo è ancora di più».
Per quanto riguarda lo spagnolo dove e come lo ha imparato?
«L’ho studiato all’università di Pisa, dove ho seguito il corso di Lettere con indirizzo linguistico europeo. In seguito ho studiato letteratura latinoamericana. Ho frequentato la Brown University negli Stati Uniti e lì ho avuto modo, nel dipartimento di spagnolo, di incontrare tante varianti della lingua, che nella mia esperienza personale non conoscevo, perché avevo avuto contatti solo con lo spagnolo peninsulare. A volte stupisce quanto sia diverso lo spagnolo dall’italiano, pur sembrando molto simile. Ci sono alcune cose che fanno capire quanto quello che è vicino in realtà è lontano, il che è anche bello, perché ogni giorno è aprire una finestra, allargare un confine, scoprire qualcosa di nuovo».
Sappiamo che era in buoni rapporti con Luis Sepulveda. Potrebbe raccontarci come è nata la vostra amicizia e magari un suo ricordo caro?
«Purtroppo è venuto a mancare nel periodo del Covid, saranno tre anni fra poco. L’ho conosciuto dopo aver tradotto il suo secondo libro, trent’anni fa. Mi ha invitata a Milano, io temevo che fosse una specie di esame, anche perché non conoscevo nessuno scrittore che avesse chiesto di incontrare il proprio traduttore. Sono arrivata molto spaventata, invece poi in albergo lui è uscito dall’ascensore, mi sono avvicinata, mi sono presentata e lui mi ha abbracciata forte e mi ha detto: “Ti ho fatta venire per ringraziarti, perché mi hai prestato la tua voce, per arrivare ai lettori italiani”. Da quel momento ha sempre voluto che io traducessi tutti i suoi libri. Anche sul piano personale avevamo un bel rapporto: sono stata invitata spesso a casa sua, lui è stato tante volte ospite da me, ho conosciuto anche la moglie Carmen. Sono stati 30 anni di collaborazione molto amichevole».
È più difficile tradurre la poesia rispetto alla prosa?
«Lo è, nel senso che porta all’estremo quella tensione tra suono e senso, che la prosa evidenzia un pochino meno. Poi in realtà ci sono scrittori che hanno uno stile molto musicale, quindi diciamo che a volte può essere difficile tradurre la loro prosa, quanto lo è tradurre la poesia. Inoltre anche nella poesia una cosa è tradurre un sonetto, che ha una struttura metrica precisa, con delle rime, una cosa è tradurre, per esempio, degli endecasillabi o degli ottonari senza rime. Diverso ancora è tradurre dei versi sciolti, anche se hanno una misura metrica, come quelli di Neruda, che spesso utilizza versi dispari, quindi settenari, novenari ed endecasillabi. Sicuramente la poesia pone dei problemi più stringenti rispetto alla prosa».
Quando e come ha capito di voler fare la traduttrice?
«All’università l’assistente di un mio professore voleva pubblicare un volumetto per partecipare a un concorso, senza perder tempo con la traduzione, perché aver tradotto dei libri, in un concorso universitario, non serviva a vincere il posto. Nessuno si occupava di traduzione all’università, tuttora se ne occupano molto poco. Fu allora che mi propose di redigere le note. Decisi di accettare e mi piacque tantissimo, mi divertii molto. Avevo 23 anni, mi ero appena laureata, ero proprio agli inizi, e mi chiesi: “Chissà se questa cosa si può replicare in qualche modo e magari anche farne un lavoro”, e così è stato».
Qual è stata l’opera o l’autore più complicato da tradurre e perché?
«Forse il libro più complicato da tradurre è quello che sto finendo adesso. Si intitola Libro di Manuel di Julio Cortazar ed è pieno di giochi di parole, di varianti dello spagnolo. Utilizza anche il verlan in cui le parole sono rovesciate (come ad esempio: gotan, tango). Ci sono parole costruite per divertirsi, neologismi, c’è il lunfardo, la lingua del tango e dei bassifondi di Buenos Aires. Ci sono termini di altre lingue come francese e inglese, scritti nel modo in cui si pronunciano in spagnolo, perciò non nella forma grafica corretta e vanno ricostruiti. Infine c’è un ventaglio di registri molto ampio. Julio Cortazar è uno degli autori contemporanei più importanti, ci si sente un po’ sopraffatti dalla sfida del tradurlo».
Cosa considera molto difficile nel processo di traduzione?
«Sintetizzando, tutto. Le lingue sono diverse, sono diverse le culture. È molto complessa sia la fase interpretativa, sia quella in cui si cerca una voce italiana adatta all’autore che si traduce e alla sua lingua».
Ha dei consigli per chi sta prendendo in considerazione un percorso simile al suo?
«Il consiglio è capire se questo lavoro rappresenta davvero una passione, perché è un mestiere bellissimo, ma è anche molto precario e abbastanza mal pagato in Italia. Io lo rifarei, ma ora direi di fare attenzione anche a questi aspetti. È un lavoro poco garantito, però permette di crescere tanto, di viaggiare e di muoversi in un ambiente culturale molto stimolante».
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