Faenza, Andrea Delogu si racconta al Masini: «La società cambi più in fretta, sulle donne troppi luoghi comuni»

Romagna | 26 Novembre 2023 Cultura
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Federico Savini
«Nascere donna non vuol dire appartenere a qualcuno: non apparteniamo ai nostri padri, ai nostri fidanzati, ai nostri mariti e nemmeno alla nostra famiglia. Non siamo di nessuno, siamo libere e così deve essere, lo devono capire gli altri ma anche noi, per tutte quante». Era inevitabile che nei giorni prossimi al 25 novembre, e con il femminicidio di Giulia Cecchettin che sta facendo parlare l’Italia, anche Andrea Delogu si esprimesse (in questo caso attraverso i social network) sulla questione. Inevitabile non solo perché parliamo di una delle donne più spettacolo più eclettiche e di maggiore successo del panorama nazionale, ma anche perché lo spettacolo che Andrea Delogu sta portando nei teatri italiani verte proprio sulla libertà delle donne e il loro diritto - nello specifico dopo i 40 anni - ad avere sogni, desideri, ambizioni e opportunità.
40 e sto, che Andrea Delogu porterà in scena domenica 26 alle 21 al teatro Masini di Faenza, è un monologo brillante, figlio della vita vissuta quella-vera, che attraverso il racconto di bizzarri pretendenti, traslochi, social network, supermercati per single, evocazioni di Max Pezzali, paparazzi, viaggi, libri, auto e fogli di giornale parla di crisi, rinascite, battaglie contro i luoghi comuni e appunto libertà, la stessa che fa da fondamento al tema caldo di questi giorni in Italia (un omicidio commesso a pochi giorni da una laurea ha una simbologia precisa e tremenda, di assoluta negazione dell’autonomia e appunto della libertà), e che ci si augura evolverà ben oltre il rango di «tema caldo» per consolidarsi in risultati e cambiamenti culturali concreti. Quindi quali dovrebbero essere i toni con i quali affrontare, nel dibattito pubblico, questo tema?
«Toni incazzati - non usa mezze parole Andrea Delogu -, non possono essercene altri. Ogni volta che succede ci stupiamo; per qualche giorno prevale il cordoglio, tutti sembrano sensibili al tema della violenza sulle donne e di una cultura da cambiare, ma poi non si arriva mai a una soluzione. E la strada che vedo io è molto semplice: bisogna educare le persone».
Partendo dalla scuola?
«Assolutamente sì, è fondamentale. Purtroppo non ho molta fiducia nella velocità di cambiamento di una società lenta, che si è sempre dimostrata tale. Quello che mi sento di fare su questo argomento, oggi, è ricordare alle donne che devono essere libere, lo sono e non devono avere dubbi su questo».
Anche il tema centrale di «40 e sto» in definitiva è la libertà. In particolare quella di una donna dopo i 40 anni, soglia che coincide con luoghi comuni che sembrano particolarmente duri a morire…
«Voglio dire forte e chiaro, soprattutto alle donne, che a 40 anni la vita non è affatto finita. In passato ad una donna sopra i 40 venivano sistematicamente chiuse in faccia tutte le porte. E purtroppo ancora oggi, pur con qualche timido miglioramento, è sempre troppo difficile trovare lavoro a quell’età, oppure se hai dei figli. Nello spettacolo arrivo a parlare di queste cose attraverso uno spaccato di vita che ha soprattutto lati divertenti, ma in fondo è il mio modo di combattere una battaglia».
Il mito del matrimonio e della maternità reggono ancora in una società che, comunque, vede un grande aumento sia dei divorzi che delle donne in carriera?
«Anche qui i cambiamenti ci sono ma sono sempre lenti. Mi sono sposata a 34 anni, ma già a 26 mi capitava di incontrare uomini stupiti che non fossi già sposata. Della serie “Ma poi chi ti si piglia?”. Mi è capitato di sentirmi aliena senza averne la minima intenzione, e non è certo capitato solo a me. Grazie al cielo le cose sono migliorate, c’è più consapevolezza su tutto e sempre più donne decidono se e quando avere figli. Questo tema è quello su cui maggiormente mi confronto, dopo gli spettacoli, con le ragazze più giovani. Ci sono sempre tanti dubbi sulle scelte di vita e in questo senso i social network hanno sicuramente aperto gli occhi a tante ragazze, che magari vivendo in piccole comunità chiuse si sono sentite “anormali” per troppo tempo».
Sei diventata molto celebre dopo i 35 anni, oggi è una cosa abbastanza anomala. Anche per questa lunga gavetta ti sei sentita di portare in scena uno spettacolo così autobiografico?
«Ho deciso di raccontarmi quando ho pensato di avere qualcosa di interessante da dire. Parliamo della mia vita, quindi per me è interessante per forza! Il punto è che mi sono accorta di averne fatta tanta di strada e di questa fa parte anche la gavetta, naturalmente. Arrivare al successo dopo un lungo percorso è qualcosa che oggi mi dà una grande leggerezza. So cosa so fare bene e cosa no, quindi sono sicura dei miei mezzi e il palcoscenico non mi spaventa. Anzi, onestamente ho proprio bisogno della gente!».
Oltre alla radio ti dedichi anche ai podcast. Quanta differenza c’è fra le due cose?
«Molta, perché in radio tanto per cominciare sono insieme a Silvia Boschero (in La versione delle Due, su Radio2, nda), quindi c’è una dialettica fra due punti di vista. E poi la radio deve soprattutto tenere compagnia, è fatta tenendo conto che l’ascoltatore possa prenderla e mollarla in ogni momento, anche senza averlo scelto. Con il podcast invece si va ad “informare” il pubblico su qualcosa. Non lo chiamerei “intrattenimento”: scegli cosa raccontare e ti prendi il tempo delle persone, che quando te lo concedono lo fanno proprio perché l’hanno scelto».
Hai condotto il backstage di Italia Loves Romagna e tu stessa sei di origini romagnole, tra Cesena e San Patrignano. Hai visto cambiare i romagnoli dopo l’alluvione?
«L’origine romagnola e il legame con Rimini sono cose che rivendico di continuo, ne sono fierissima, ho il sangiovese e la piadina nel sangue. E ti dirò che non ho visto i romagnoli cambiare, li ho visti diventare “dei cazzo di romagnoli”! Intendo dire che hanno tirato fuori il carattere, esercitato la resilienza e dato una grande prova di concentrazione collettiva. Ma sono sempre rimasti quello che sono, anzi che siamo sempre stati: persone accoglienti, sempre pronte a scherzare e mai a perdersi d’animo. Se cadi a pezzi mentre il fiume ti inonda casa la tragedia va avanti comunque. Se reagisci, nel modo poi in cui l’hanno fatto i romagnoli, cominci subito a ricostruire, a ricominciare, a fare quello che sappiamo fare meglio».



 
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