Dieci produttori, di cui sei modiglianesi, portano il Sangiovese nel Regno Unito

Romagna | 13 Marzo 2020 Gusto
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Riccardo Isola - Il vino di Romagna si racconta in tempi di Brexit. Nei giorni scorsi una pattuglia di vignaioli romagnoli ha raggiunto l’avamposto londinese dove si è tenuto «Sangiovese Reset», iniziativa creata da Walter Speller e dedicata al vitigno più diffuso in Italia. Speller, corrispondente di Jancis Robinson, tra le firme più influenti della critica di settore, ha già permesso a un altro simbolo dell’enologia italica, il Nebbiolo, di presentarsi nel mercato della City nella sua veste più eroica e meno blasonata, intendiamo il terroir valtellinese e dell’alto Piemonte, riscuotendo feedback più che positivi dal mercato. Oggi ha voluto provarci anche con il Sangiovese. Una narrazione inedita, nuova, accattivante e soprattutto non ricalcante gli stereotipi enologici a cui questo vino ci ha abituato. Il focus non è stato quindi più solo vertente sul vitigno (graped-based) bensì sul territorio dal quale nasce il Sangiovese (land based). Oltre alla Romagna, infatti, l’iniziativa ha visto presenti banchi d’assaggio ospitanti cantine del Chianti Classico, di Montalcino, dell’area litoranea e di altre zone madri di quei grappoli rosso porpora. Se è ve ro come afferma Giorgio Melandri, produttore di vino modiglianese e noto wine narrator «raccontare il vino sta sempre di più dividendo i mercati: da una parte i vini varietali che mettono al centro del racconto i vitigni, dall’altra i vini di territorio che puntano sull’originalità e sulla qualità dei luoghi particolarmente vocati. I primi affrontano il mercato con prezzi bassi e basse marginalità, i secondi con un posizionamento alto e valori classici. Modigliana ha scelto questa seconda strada». E il riconoscimento è arrivato. Ma sfatiamo subito una possibile, e non fondata polemica che potrebbe nascere: a Londra c’è andata una determinata e caparbia idea di Sangiovese e non solo un cru.
Oltre a sei produttori provenienti dalla «Valtellina di Romagna», Modigliana appunto, comprendenti le realtà vitivinicole di Lu.Va, Il Teatro, Casetta dei Frati, Mutiliana, Papiano e Pratello, vi erano anche Tenuta Saiano (Poggio Torriana, Rn), Villa Venti (Longiano, Fc), Chiara Condello (Fiumana, Fc) e Fattoria Nicolucci (Predappio, Fc). «Abbiamo - spiega ancora Melandri - concordato con Speller di rappresentare una Romagna originale, inedita, forte della propria consapevolezza identitaria fatta di differenze stilistiche ma sempre e comunque territorialmente determinate. Un racconto che ha colpito nel segno e ha effettivamente incuriosito i numerosi addetti ai lavori presenti al Sangiovese Reset».
Un Sangiovese più verde, balsamico, laminare, uscito da terreni più poveri rispetto al «Golia» organolettico chiamato argilla, ha portato alla ribalta una differente unicità di linguaggio legata al Sangiovese romagnolo, che non scimmiotta più identità della vicina Toscana «ma ne fa un valore aggiunto identitario, un dato stilistico riconoscibile e riconosciuto». Sempre per Melandri «Meno corpo, alcol e struttura - rimarca a proposito - sono sempre di più visti bene e apprezzati sui mercati internazionali, sono sinonimo di autenticità e specificità fatta vino». Tra il recupero di esperienze ormai storicizzate di questo unicum stilistico (Nicolucci e a suo modo il Pratello) alle forme più avanguardiste (Il Teatro, Condello, Villa Venti) passando per l’eleganza fatta liquido (Papiano, Mutiliana, Tenuta Saiano) o la sperimentazione tradizional-territorialista (Lu.Va e Casetta dei Frati), la Romagna ha cercato di parlare una sola lingua, utilizzando vocabolari organolettici comuni e diversi al contempo, ma sempre «rispettosi di una riconoscibilità che superi il tecnicismo in e da cantina» per diventare invece fresca rappresentazione iconografica di una forza comunicativa fatta di autenticità e riconoscibilità immediata.
In definitiva al «Sangiovese Reset» non è andata in scena una mera gerarchizzazione valoriale, una provocazione o una sommossa culturale bensì una fotografia di cosa voglia dire, attraverso alcuni degli interpreti più rispettosi della filosofia land based che oggi si possano trovare, che una Romagna diversa, elegante, fresca, a suo modo longeva e ammaliante è sempre più possibile e soprattutto reale e già esistente.
Il Sangiovese romagnolo -nuovo «fine wine»?.. Perchè no.
Salute.
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